1. Ripensare lo spazio e il territorio
Il libro Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione di Sandro Mezzadra e Brett Neilson si apre con una descrizione dell’aeroporto di Don Mueang a Bangkok che attira l’attenzione per la sua mappa anni ’60 e gli orologi fermi che segnano tempi incongruenti rispetto alle destinazioni effettivamente servite. Questa immagine diventa un potente simbolo delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo. L’aeroporto era un tempo hub internazionale mentre oggi è ridotto a scalo per voli low-cost. Per gli autori incarna la frattura tra l’aspirazione a un ordine globale uniforme e la realtà frammentata del presente. La disorientante esperienza di attraversare un luogo che conserva tracce di un passato ormai superato, come i voli per città europee che non esistono più, riflette l’impossibilità di ridurre il mondo a una temporalità unica. Qui il capitalismo mostra il suo volto più contraddittorio con la promessa di connessione globale attraverso infrastrutture come aeroporti e rotte aeree affiancato dalla produzione di nuove asimmetrie, dove il tempo sembra scorrere a velocità diverse a seconda di dove ci si trova.
La crisi del capitalismo, iniziata negli anni ’70 e acuitasi dopo il 2008, non è un semplice ciclo economico ma una trasformazione strutturale che ridefinisce geografie e rapporti di potere. Gli Stati Uniti, pur in declino, mantengono un’influenza culturale e militare, mentre la Cina emerge come potenza economica senza però imporsi come egemone globale. Questo passaggio di consegne è incerto, discontinuo, e si manifesta in luoghi come Don Mueang, dove i voli per Kunming o Chongqing segnalano l’ascesa asiatica e gli orologi fermi su Roma e Parigi ricordano un ordine mondiale ormai in frantumi. La crisi non è uniforme perché si distribuisce in modo diseguale, creando zone di accumulazione accelerata accanto ad altre di stagnazione o collasso. Per decifrare questa complessità, Mezzadra e Neilson propongono di concentrarsi sulle operazioni del capitale, cioè estrazione, logistica, finanza, come chiavi per comprendere come il capitalismo produca spazio e tempo. L’estrazione di risorse (come il petrolio che alimenta gli aerei), l’organizzazione logistica dei flussi (merci, persone, dati) e i meccanismi finanziari (dal debito alla speculazione) vanno oltre l’essere semplici settori economici, diventando logiche che plasmano il mondo in modi contraddittori. È attraverso queste operazioni che il capitalismo genera eterogeneità, come le differenze tra chi viaggia in business class e chi vola low-cost, tra aeroporti hub e scali marginali, tra chi beneficia della globalizzazione e chi ne subisce gli effetti. Non si tratta, però, di una frammentazione caotica visto che segue una razionalità sistemica, anche se sempre più difficile da decifrare. Le tradizionali categorie di analisi, come centro/periferia, Nord/Sud, mostrano i loro limiti quando un aeroporto come Don Mueang può essere contemporaneamente periferico rispetto a Suvarnabhumi e un nodo cruciale per le rotte regionali. Le lotte sociali, da Gezi Park alle proteste in Sud America, esplodono proprio in questi spazi ibridi, dove le gerarchie globali si intersecano con conflitti locali. Bisogna dunque ripensare il modo in cui studiamo il capitalismo, abbandonando sia l’etnografia localista sia le grandi narrazioni astratte. La sfida è cogliere le dissonanze del presente senza perdere di vista la logica sistemica che le genera. Don Mueang, con la sua mappa obsoleta e i suoi orologi fuori tempo, diventa così una metafora perfetta: il capitalismo non è un sistema omogeneo ma un insieme di frammenti tenuti insieme da tensioni irrisolte, dove passato, presente e futuro coesistono in modo conflittuale. E per navigare questo paesaggio occorre una bussola capace di leggere sia le grandi trasformazioni che i dettagli apparentemente marginali. La riflessione prosegue analizzando il concetto di territorio come tecnologia politica fondamentale che organizza e media le relazioni tra spazio e potere, con una storia complessa e stratificata. La sua concezione moderna, intesa come spazio delimitato sotto il controllo di un’entità politica, tipicamente lo Stato, si è cristallizzata in Europa tra il XVII e il XVIII secolo. Questa nozione non è mai stata statica essendo il rapporto tra territorio, sovranità e giurisdizione storicamente contingente e soggetto a trasformazioni. Nel corso del XIX secolo lo Stato moderno ha consolidato il suo monopolio sulla produzione del territorio, plasmando il mondo attraverso le logiche dell’impero e del colonialismo. Eppure, questa egemonia statale non è stata totale né incontestata. Già in epoca premoderna, attori non statali, in particolare le compagnie commerciali europee come la Hudson’s Bay Company e la British East India Company, esercitavano un controllo territoriale sovrano, combinando potere militare, amministrativo ed economico. Simili entità, finanziate da capitali privati e strutturate come società per azioni, anticipavano le odierne forme di territorialità capitalistiche, dimostrando come il capitale abbia sempre avuto la capacità di generare spazi di potere autonomi. Oggi questa dinamica sta riemergendo con forza. Il capitale, assumendo un ruolo sempre più attivo nella governance globale, sta producendo nuove forme di territorio che sfidano il tradizionale primato dello Stato. Zone economiche speciali, corridoi logistici, distretti finanziari offshore ed enclavi estrattive sono solo alcune delle manifestazioni di questo fenomeno. Sebbene questi spazi spesso richiedano una qualche forma di collaborazione con gli Stati, la loro logica intrinseca trascende i confini nazionali, creando giurisdizioni parallele e frammentate. Questa riconfigurazione del territorio non avviene nel vuoto perché si inserisce nel più ampio contesto della crisi e della trasformazione del capitalismo contemporaneo. La finanziarizzazione, ad esempio, ha ridefinito le geografie del potere economico con mercati come il Forex che operano 24 ore su 24 in uno spazio globale senza confini mentre pratiche come l’high-frequency trading (HFT) privilegiano l’infrastruttura tecnologica (server farm, cavi sottomarini) rispetto alla localizzazione fisica nelle tradizionali città globali. Allo stesso tempo, il persistente dominio del dollaro statunitense, sostenuto dalla sua centralità nel commercio petrolifero e nel sistema finanziario, continua a influenzare le relazioni geopolitiche, dimostrando come valuta e territorio rimangano profondamente intrecciati. Parallelamente, nuove forme di territorialità emergono al di fuori del quadro statale. Si tratta del caso delle giurisdizioni extraterritoriali della Corte Penale Internazionale o degli spazi deregolamentati dei dark pool finanziari, fino alle reti transnazionali create dai flussi migratori e dalle catene logistiche globali. Saskia Sassen ha descritto questo processo come un disassemblaggio del territorio nazionale, in cui logiche di potere e rivendicazione si riassemblano in configurazioni inedite. Tali trasformazioni non rappresentano una rottura radicale con il passato ma piuttosto un ritorno a dinamiche storiche che il moderno Stato-nazione aveva temporaneamente marginalizzato. La crisi finanziaria globale, spesso interpretata attraverso la lente del debito sovrano e delle politiche di austerità, va quindi compresa in una prospettiva più ampia che riconosca l’eterogeneità spaziale e temporale del capitalismo. Le interdipendenze asimmetriche tra economie nazionali (come nel caso del rapporto Cina-Stati Uniti) e l’emergere di nuove geografie finanziarie e logistiche rivelano come il territorio sia oggi un campo di battaglia in cui si scontrano e si sovrappongono diverse logiche di potere. Mezzadra e Neilson sviluppano anche una riflessione critica sulla relazione dialettica tra il concetto di capitale, con la sua pretesa di universalità e totalità, e le molteplici forme di differenza (sociale, geografica, storica, culturale) che ne sfidano la coerenza sistemica. Il loro ragionamento prende le mosse dalla tradizione marxista, in particolare dall’eredità lukácsiana della totalità come categoria chiave per comprendere il capitalismo, mediata da Jameson attraverso la nozione sartriana di totalizzazione. Quest’ultima, a differenza di una visione oggettivistica e predeterminata, implica un processo dinamico e mai compiuto, accessibile solo parzialmente attraverso strumenti come la mappatura cognitiva. Una simile prospettiva entra in tensione con gli approcci post-strutturalisti, femministi e postcoloniali (da Bhabha a Gibson-Graham), che vedono nel concetto di totalità una violenza epistemologica che cancella le differenze irriducibili di genere, razza e colonialità. La proposta teorica di Mezzadra e Neilson cerca di superare questa dicotomia attraverso una rilettura del capitale come relazione sociale (in linea con Marx) che, pur mantenendo una certa coerenza sistemica, si manifesta in forme storicamente eterogenee e spazialmente differenziate. In questa prospettiva il capitale diventa un insieme di tendenze che operano attraverso contraddizioni, adattamenti e crisi. Questo permette di integrare le critiche postcoloniali e femministe senza ridurle a mere variabili secondarie. La differenza non è solo resistenza al capitale ma anche un elemento costitutivo della sua dinamica espansiva. Autori come Fanon, Davis e Spivak mostrano come le lotte per la liberazione razziale, di genere e queer, pur non essendo sempre direttamente anticapitalistiche, rivelano le fratture e le tensioni interne al sistema. Un aspetto cruciale nella riflessione è il rapporto del capitale con i suoi esterni. Sappiamo che il sistema non è autosufficiente e infatti dipende costantemente da ciò che non ha ancora completamente assimilato (frontiere di espansione, risorse non mercificate, lavoro non salariato) e da spazi in cui scaricare i suoi eccessi (crisi ecologiche, disuguaglianze territoriali). Questa dipendenza spiega l’eterogeneità materiale del capitalismo globale irriducibile a modelli nazionali comparativi. Al contrario, approcci come quello del capitalismo variegato (Peck e Theodore) o dell’assiomatica del capitale (Deleuze e Guattari) permettono di cogliere sia le logiche sistemiche comuni sia le profonde differenziazioni geostoriche. La crisi contemporanea, allora, non viene più letta come un evento unitario ma come un processo multiforme che assume configurazioni diverse a seconda dei contesti, pur rivelando dinamiche globali come la finanziarizzazione, la disarticolazione degli Stati nazionali e l’aumento delle disuguaglianze. La sfida è quindi pensare il capitale come una forza insieme unificante e differenziante, capace di produrre isomorfismi senza annullare le specificità locali. Per fare ciò è utile approfondire la nozione di capitalismo estrattivo attraverso una prospettiva critica che amplia il concetto tradizionale di estrazione ben oltre la semplice appropriazione di risorse naturali. Mentre riconosce l’importanza fondamentale delle pratiche estrattive materiali, dall’estrazione mineraria alle monocolture agricole che saccheggiano la terra per ricavarne profitto, l’analisi di Mezzadra e Neilson insiste particolarmente sull’estensione di questa logica a settori apparentemente immateriali dell’economia capitalistica. Il data mining ne rappresenta l’esempio più emblematico, dove le informazioni personali e le relazioni sociali diventano nuova materia prima da sfruttare, però il fenomeno si estende a tutte quelle forme di valorizzazione che fanno leva sulla cooperazione sociale, trasformando ogni aspetto della vita in fonte di accumulazione.,Questa continuità tra vecchie e nuove forme di estrazione è rivelatrice delle logiche profonde del capitalismo che costantemente crea e sfrutta nuove frontiere di appropriazione. Mezzadra e Neilson mettono in guardia contro la tentazione di vedere nell’estrattivismo una fase completamente nuova del capitalismo, come suggerito da alcune correnti del dibattito latinoamericano sul neo-estrattivismo. Piuttosto, propongono di considerarlo come una lente privilegiata per decifrare le modalità con cui il capitale si espande costantemente, incorporando e trasformando i suoi esterni, siano essi risorse naturali, dati digitali o lavoro sociale. Particolare attenzione viene dedicata alle lotte indigene contro l’estrattivismo che emergono come forme di resistenza particolarmente significative. Le popolazioni native, private delle loro terre attraverso il dispositivo coloniale del terra nullius e continuamente minacciate dall’avanzata delle industrie estrattive, si trovano in prima linea nel contrastare queste dinamiche. Casi come le proteste di Standing Rock contro l’oleodotto Dakota Access o il movimento Idle No More in Canada dimostrano la capacità di queste lotte di mobilitarsi transnazionalmente e di mettere in discussione i fondamenti stessi del sistema capitalistico-colonialista. Queste resistenze, inoltre, rivelano come l’estrattivismo sia un fenomeno economico profondamente legato alle strutture del potere coloniale e razziale. Il discorso si amplia poi per includere la prospettiva del capitalismo razziale, sviluppata da Cedric Robinson e altri pensatori della tradizione radicale nera. La loro analisi mostra come razza e razzismo non siano elementi accessori ma costitutivi dello sviluppo capitalistico, dall’epoca della tratta atlantica fino alle forme contemporanee di sfruttamento. La violenza estrattiva si manifesta così in modo differenziato lungo linee razziali e di genere, producendo gerarchie che sono al tempo stesso strumenti di dominio e potenziali punti di mobilitazione politica. Questa dinamica si è intensificata con l’espansione globale del sistema capitalista, trasformando divergenze culturali, regionali e sociali in gerarchie razziali funzionali all’accumulazione. La crisi dei subprime negli Stati Uniti ne è un esempio emblematico: la figura del mutuatario subprime, spesso una donna afroamericana single, riattiva stereotipi razzisti e di genere preesistenti in un contesto inedito dove lo sfruttamento non passa più dalla disciplina del lavoro salariato o dalla coercizione diretta, bensì dall’estrazione di valore attraverso meccanismi finanziari che si nutrono di disuguaglianze strutturali senza necessariamente organizzarle. La logica estrattiva si espande ulteriormente con l’uso di tecnologie digitali che includono nel circuito finanziario soggetti precedentemente marginali, come gli unbanked. Attraverso algoritmi che utilizzano dati razzializzati, modelli di consumo, reti sociali, perfino parametri psicometrici, il capitale riproduce gerarchie in forme nuove, selezionando chi può essere integrato nei circuiti formali e chi invece viene escluso. Ma queste dinamiche non sono uniformi. Ad esempio in Argentina la finanziarizzazione si espande anche attraverso economie popolari informali guidate da migranti e lavoratori precari mentre in Cina lo Stato promuove una massiccia inclusione finanziaria che trasforma i cittadini in una massa di piccoli investitori speculativi, i sanhu, costretti a navigare un’economia sempre più precarizzata. L’estrazione, dunque, non riguarda solo lo sfruttamento di risorse naturali, infatti si è ormai estesa al prelievo di valore da reti sociali, relazioni informali e differenze razziali o di genere. Questo approccio permette di ripensare criticamente il concetto di neoliberismo, spesso descritto come un fenomeno monolitico esportato dagli USA e dal Regno Unito attraverso istituzioni come il FMI. In realtà, studi su Cina, Africa e America Latina mostrano come il neoliberismo assuma configurazioni ibride, plasmando e venendo a sua volta plasmato da contesti locali. La finanziarizzazione in India, ad esempio, si intreccia con le gerarchie di casta mentre in Cina emerge una forma specifica di razzismo interno legato all’etnia Han. Questa frammentazione spazio-temporale del capitalismo contemporaneo richiede un’analisi capace di cogliere le discontinuità con le forme classiche di sfruttamento, senza perdere di vista le eredità coloniali che permangono. Mezzadra e Neilson ci invitano a superare una visione binaria Nord/Sud e a evitare un approccio puramente moralistico, privilegiando invece un’analisi concreta delle pratiche di dominio. Solo così è possibile costruire strategie di opposizione che connettano lotte antirazziste, anticoloniali e anticapitaliste in un quadro globale tanto eterogeneo quanto interconnesso, dove l’estrazione di valore assume forme sempre più diffuse e sfuggenti ma non per questo meno violente. Il 7 gennaio 2016 entrò nella storia come il giorno più breve di negoziazioni alla Borsa di Shanghai, un episodio paradigmatico che rivela le contraddizioni intrinseche al capitalismo finanziario globalizzato e al ruolo dello Stato nella sua regolazione. Quel giorno, appena dodici minuti dopo l’apertura del mercato, gli indici crollarono del 7%, innescando il meccanismo automatico del sistema di interruzione, uno strumento di sospensione delle contrattazioni introdotto con grande clamore solo quattro giorni prima dalla China Securities Regulatory Commission, organismo direttamente dipendente dal Consiglio di Stato cinese. Quando le negoziazioni ripresero dopo la pausa obbligata di quindici minuti, il mercato perse un ulteriore 2% in appena sessanta secondi, costringendo alla chiusura anticipata per il resto della giornata. Un simile fallimento epocale, che portò all’abbandono del sistema dopo appena quattro giorni dalla sua introduzione, non fu un incidente isolato ma il sintomo di una patologia più profonda, ovvero il paradosso di un mercato che, pur proclamandosi autoregolato, dipende in realtà da continui interventi statali che spesso finiscono per esacerbare anziché mitigare l’instabilità sistemica. L’episodio del sistema di interruzione cinese offre una lente privilegiata per comprendere le trasformazioni del rapporto tra Stato e mercato nell’era della crisi finanziaria globale. Le crisi borsistiche cinesi del 2015-2016, caratterizzate da un’esplosione di trading a margine e operazioni ad alto rischio finanziate dal debito, videro lo Stato impegnato su molteplici fronti: oltre al tentativo (fallito) di automatizzare la stabilizzazione attraverso il sistema di interruzione, le autorità intervennero limitando le vendite allo scoperto, congelando le offerte pubbliche iniziali e iniettando liquidità nel sistema attraverso canali bancari controllati. Questa panoplia di misure riecheggiava gli interventi delle banche centrali occidentali dopo il 2008, rivelando una convergenza globale verso forme di statalismo finanziario che coesistono in modo contraddittorio con la retorica del libero mercato. L’apparente contraddizione solleva interrogativi radicali sulla natura del neoliberismo contemporaneo. Se una certa vulgata critica lo dipinge come un fondamentalismo di mercato ostile a qualsiasi intervento statale, la realtà è ben più complessa perché il neoliberismo ha sempre richiesto uno Stato forte, non come opposto al mercato ma come sua condizione di possibilità, uno Stato che costruisce attivamente le istituzioni, i quadri giuridici e le soggettività necessarie al funzionamento della competizione capitalistica. La crisi globale, lungi dal segnare la fine di questo paradigma, ne ha rivelato la resilienza attraverso una trasformazione interna. Infatti lo Stato neoliberale non è scomparso perché si è riconfigurato come gestore permanente dell’emergenza economica, oscillando tra la deregolamentazione settoriale e l’interventismo tra l’austerità fiscale e gli stimoli monetari senza precedenti. Questa riconfigurazione avviene in un contesto globale segnato da quella che alcuni economisti chiamano stagnazione secolare, cioè una condizione di crescita anemica e instabilità cronica che sembra resistere a qualsiasi ricetta politica. Le misure sperimentate dalle autorità in tutto lo spettro geopolitico, dal quantitative easing agli investimenti infrastrutturali, dai tassi di interesse negativi agli aiuti statali mirati, hanno fallito nel produrre una ripresa stabile mentre i costi sociali della crisi continuano ad accumularsi in modo disuguale tra regioni e classi sociali. In questo vuoto di prospettiva la retorica della crisi si è metastatizzata dal dominio economico a quello ambientale, migratorio e demografico, creando un panorama in cui l’emergenza diventa la norma e la ricerca di una via d’uscita appare sempre più elusiva. È in questo contesto che assistiamo alla rinascita dei nazionalismi come risposta alla crisi di legittimità della governance globale. Contrariamente a quanto potrebbe suggerire una lettura superficiale, questi nazionalismi non rappresentano un rifiuto del neoliberismo ma piuttosto una sua riconfigurazione in forme più aggressive e disuguali. Dal trumpismo al Brexit, dall’India di Modi alla Turchia di Erdogan, osserviamo combinazioni ibride tra politiche economiche neoliberali e retoriche identitarie, tra apertura ai flussi finanziari globali e chiusura selettiva delle frontiere. Questa sintesi contraddittoria è molto instabile perché i governi nazionali si trovano sempre più schiacciati tra le esigenze della competizione globale e le pressioni populiste, le tensioni si accumulano sia all’interno degli Stati-nazione che nel sistema internazionale, con conseguenze imprevedibili per l’ordine globale. La crisi del sistema di interruzione cinese, allora, non è solo un episodio tecnico di regolazione finanziaria fallita. Si tratta, infatti, di un sintomo delle trasformazioni più profonde che stanno ridefinendo il rapporto tra capitalismo e democrazia nel XXI secolo. Mentre le operazioni del capitale, nell’estrazione, nella logistica, nella finanza, attraversano sempre più fluidamente i confini nazionali, gli Stati si trovano simultaneamente potenziati nelle loro capacità repressive e indeboliti nella loro autonomia decisionale. Questo paradosso costituisce la cifra della nostra epoca, ovvero una fase di transizione globale il cui esito rimane apertissimo, tra la minaccia di nuove autoritarismi e la possibilità di reinventare forme di democrazia all’altezza delle sfide contemporanee.
2. Le operazioni del capitale
Gli anni ‘70, caratterizzati dalla fine del sistema di Bretton Woods e dalla crisi petrolifera del 1973, non rappresentano semplicemente una congiuntura economica sfavorevole, sono il collasso del modello keynesiano-fordista che aveva garantito trent’anni di crescita stabile nel secondo dopoguerra. La rottura di questi equilibri ha generato quella che diversi autori hanno definito una crisi di legittimazione del capitalismo avanzato. La riflessione teorica su questa transizione si è sviluppata lungo due principali direttrici interpretative. La prima è rappresentata dagli studiosi angloamericani come David Harvey e Fredric Jameson che hanno enfatizzato le dimensioni culturale e spaziale della crisi, mettendo in luce come l’instabilità sistemica abbia prodotto nuove forme di esperienza sociale e di organizzazione dello spazio. La seconda, invece, coinvolge i teorici europei della Scuola di Francoforte, in particolare Jürgen Habermas e Claus Offe, che hanno focalizzato la loro analisi sulle contraddizioni dello Stato sociale e sulle aporie della democrazia capitalistica. Come sostiene anche Wolfgang Streeck entrambi questi approcci presentano un limite fondamentale perché tendono a sopravvalutare la capacità regolativa delle istituzioni politiche, trascurando invece di analizzare compiutamente il capitale come attore strategico autonomo. È proprio questa autonomia che ha permesso al capitale di “ribellarsi” al compromesso sociale del dopoguerra, dando vita a quella riconfigurazione neoliberista che domina la scena contemporanea. Per comprendere appieno questa dinamica è necessario tornare alla definizione marxiana del capitale come relazione sociale. A differenza dell’economia politica classica, che concepiva il capitale come semplice mezzo di produzione, Marx lo definisce come un rapporto storicamente determinato tra possessori di mezzi di produzione e detentori di forza lavoro. Questo rapporto, però, non si esaurisce nella sfera economica, infatti genera una forma specifica di potere che permea l’intero tessuto sociale, assumendo quella che Marx chiama oggettività spettrale, cioè una presenza insieme pervasiva e sfuggente. La natura paradossale del capitale emerge con particolare chiarezza nel fallito progetto di Sergej Ėjzenštejn di trasporre Il Capitale in linguaggio cinematografico. Il regista sovietico aveva intuito che la rappresentazione del capitale richiedeva un radicale ripensamento delle forme narrative tradizionali. Attraverso la tecnica del montaggio intellettuale e ispirandosi al flusso di coscienza joyciano, Ėjzenštejn immaginava di mostrare come il quotidiano potesse rivelare le connessioni globali del capitale, dal colonialismo alle crisi finanziarie. Questa dialettica tra concretezza e astrazione trova la sua espressione teorica più compiuta nel concetto marxiano di Gesamtkapital (capitale aggregato). Già all’inizio del Novecento, economisti come Rudolf Hilferding avevano osservato come il capitalismo stesse superando la fase della libera concorrenza. La concentrazione del capitale e la fusione tra capitale industriale e finanziario davano vita a nuove forme di organizzazione economica come cartelli, trust, monopoli che richiedevano un ruolo sempre più attivo dello Stato. Lenin, nel suo celebre scritto sull’imperialismo, avrebbe ripreso e radicalizzato queste analisi, mostrando come il capitalismo monopolistico avesse ormai assunto una dimensione globale. Allora lo Stato non poteva più limitarsi a garantire le condizioni formali dello scambio e doveva farsi capitalista collettivo, intervenendo direttamente nel processo di accumulazione. Il modello keynesiano rappresenta il tentativo più compiuto di conciliare queste esigenze con la stabilità sociale. Attraverso politiche di domanda effettiva e piena occupazione lo Stato keynesiano mirava a mediare tra le diverse frazioni del capitale e a garantire la riproduzione della forza lavoro. Però, come aveva previsto Michał Kalecki già nel 1943, questo compromesso conteneva in sé i germi della sua crisi: la piena occupazione minava la disciplina del lavoro mentre l’intervento statale nell’economia suscitava la crescente opposizione del capitale. Gli anni ‘70 rappresentano dunque il punto di rottura di questo equilibrio. Da un lato, l’aumento della conflittualità operaia e le lotte anticoloniali mettono in discussione i meccanismi di sfruttamento tradizionali. Dall’altro, la crescente internazionalizzazione del capitale rende sempre più anacronistico il quadro nazionale entro cui si era sviluppato il compromesso keynesiano. La risposta a questa crisi assume la forma della riconfigurazione neoliberista. Il capitale si libera progressivamente dei vincoli imposti dal compromesso sociale del dopoguerra, attraverso processi di delocalizzazione produttiva, finanziarizzazione dell’economia e precarizzazione del lavoro. Contemporaneamente, lo Stato abbandona progressivamente il suo ruolo di mediatore sociale, per diventare sempre più esplicitamente l’agente della competizione globale. Questa trasformazione ha prodotto un paradosso fondamentale perché il capitale ha raggiunto un grado di integrazione globale senza precedenti ma la sua unità si è fatta sempre più evanescente, frammentata in una molteplicità di interessi particolari che nessuna istituzione riesce a sintetizzare compiutamente. Nella fase attuale il capitale si presenta dunque come una forza insieme onnipotente e profondamente contraddittoria. La finanziarizzazione ha trasformato il debito in uno strumento di governo globale mentre le piattaforme digitali hanno ridefinito i confini tra tempo di lavoro e tempo di vita. Gli Stati competono per attrarre investimenti, smantellando progressivamente le conquiste del welfare. Tuttavia, questa apparente onnipotenza nasconde fragilità strutturali. L’assenza di un vero governo mondiale del capitale rende il sistema vulnerabile a crisi ricorrenti. Le resistenze sociali, dai movimenti per il reddito universale alle lotte ambientali, dimostrano che l’egemonia capitalistica non è mai totale. Mezzadra e Neilson sviluppano una critica radicale e articolata del concetto di totalità nell’analisi del capitalismo sviluppando un approccio alternativo che privilegia la nozione di operazioni del capitale come strumento teorico più adeguato per cogliere le dinamiche contraddittorie e discontinue del sistema capitalistico contemporaneo. Entrambi partono dal riconoscimento che il capitalismo è effettivamente caratterizzato da logiche sistemiche e unitarie, le quali però non possono essere comprese appieno attraverso il tradizionale punto di vista della totalità elaborato da pensatori come Lukács, Adorno, Sartre o Jameson. Pur apprezzando la sofisticazione teorica di questi autori, Mezzadra e Neilson sostengono che il linguaggio dialettico della totalità rischia di oscurare proprio quelle fratture, incoerenze e tensioni che sono costitutive del funzionamento reale del capitale, finendo per cristallizzare in un’immagine compiuta e statica ciò che è invece un processo dinamico e intrinsecamente instabile. Il cuore dell’argomentazione ruota attorno all’idea che il capitale sia sì caratterizzato da una spinta totalizzante, da un impulso a riorganizzare l’intero tessuto sociale in funzione delle sue esigenze di valorizzazione ma che questa totalizzazione non possa mai realizzarsi compiutamente. Questa impossibilità non deriva da un limite contingente bensì dalla natura stessa del capitale come rapporto sociale che deve continuamente confrontarsi con i suoi esterni e riprodurre le condizioni della propria espansione. Gli esterni hanno un carattere paradossale non essendo semplicemente spazi residuali non ancora sussunti alla logica del capitale. Essi sono prodotti e riprodotti continuamente dal capitale stesso nel suo sforzo di espansione, così come emergono dalle resistenze e dalle tensioni che esso incontra. Il capitale è simultaneamente totalizzante e strutturalmente incapace di realizzare una totalità chiusa e compiuta poiché la sua stessa sopravvivenza dipende dalla continua apertura di nuove frontiere di valorizzazione e dall’incorporazione di elementi che in ultima istanza sfuggono alla sua logica. Per cogliere questa dialettica fondamentale tra unità e frammentazione, tra tendenza all’omogeneizzazione e persistenza di eterogeneità, Mezzadra e Neilson propongono di abbandonare il linguaggio tradizionale della totalità a favore di un approccio centrato sulle operazioni del capitale, un concetto che, declinato deliberatamente al plurale, sottolinea la molteplicità e l’eterogeneità dei processi attraverso cui il capitale si riproduce e si espande. Le operazioni del capitale (finanziarie, logistiche, estrattive) non vengono concepite come meccanismi lineari o deterministici essendo visti come processi discontinui che si svolgono in quello che gli autori definiscono un intervallo tra attivazione e risultato, uno spazio temporale in cui si manifestano attriti, conflitti e possibilità impreviste. Questo intervallo permette di decostruire l’apparente automaticità delle operazioni del capitale, mostrando come dietro ogni processo apparentemente fluido e razionalizzato (una transazione finanziaria algoritmica, una catena logistica globale, un’operazione di data mining) si nascondano in realtà complesse mediazioni sociali, tecniche e politiche che ne condizionano l’esito e ne rivelano la fragilità costitutiva. Le operazioni del capitale sono in stretto rapporto con i molteplici esterni del capitale. Per questo motivo Mezzadra e Neilson svolgono un dialogo critico con diverse tradizioni teoriche sul tema. Ad esempio, vi è un confronto serrato con il dibattito sull’accumulazione originaria e la sua persistenza come dinamica costitutiva del capitalismo storico che dimostra come il capitale dipenda costantemente da processi di espropriazione e incorporazione violenta di risorse, territori e forme di vita. C’è un recupero critico della lezione di Karl Polanyi che ha mostrato come il mercato autoregolato (e, per estensione, il capitale) non possa mai funzionare senza istituzioni e condizioni di possibilità che esso stesso non è in grado di generare o controllare completamente. Questo tema è ulteriormente sviluppato attraverso il riferimento al lavoro di autrici femministe come J.K. Gibson-Graham e di teoriche come Nancy Fraser, le quali insistono sull’impossibilità di una piena mercificazione della società e sulla persistenza di sfere (la riproduzione sociale, la natura, le istituzioni politiche) che, pur essendo profondamente plasmate dal capitale, mantengono una relativa autonomia e logiche normative distinte. Tuttavia Mezzadra e Neilson avanzano una critica fondamentale a quelle posizioni (come quella di Fraser) che presuppongono una netta separazione tra la logica del capitale e i suoi esterni, quasi che questi ultimi fossero spazi stabili e preesistenti. Al contrario, essi sostengono che gli esterni del capitale sono costantemente ridefiniti e riconfigurati dalle stesse operazioni del capitale, in un processo contraddittorio che genera sia nuove forme di sfruttamento sia nuove possibilità di resistenza e di alternativa. Gli esterni, quindi, non sono semplicemente “altro” dal capitale perché essi sono prodotti dialetticamente al suo interno, attraverso crisi, conflitti e processi di frontiera che ridefiniscono continuamente i confini del sistema. In questo schema teorico vanno inserite le tecnologie digitali e del pensiero algoritmico che plasmano le operazioni del capitale. L’ascesa della finanza ad alta frequenza, della logistica globale integrata e delle pratiche di estrazione e valorizzazione dei dati ha infatti radicalizzato l’astrazione e l’apparente automaticità dei processi economici, creando l’illusione di un capitale che funziona come una macchina perfetta, senza attriti e senza soluzione di continuità. Anche in questi contesti iper-tecnologici e apparentemente totalmente razionalizzati, tuttavia, le operazioni del capitale continuano a rivelare fratture e contraddizioni fondamentali: dietro ogni algoritmo, dietro ogni catena logistica perfettamente oliata, ci sono sempre lavoro vivo, conflitti sociali e forme di resistenza che sfidano la piena sussunzione alla logica del valore.
Mezzadra e Neilson propongono di riconcettualizzare il capitale come rete di operazioni eterogenee e discontinue che pur riferendosi a una matrice unitaria (il processo complessivo di valorizzazione) si realizzano in forme sempre parziali, conflittuali e instabili. Questo approccio permette di superare tanto le visioni olistiche del capitale come totalità compiuta e onnicomprensiva, quanto le narrazioni frammentarie e descrittive che ne perdono di vista la dimensione sistemica. Il capitale emerge come un processo sempre incompiuto, la cui unità è sempre provvisoria e instabile, continuamente rimessa in gioco dalle lotte, dalle crisi e dalle tensioni che lo attraversano. Le operazioni del capitale, nella loro eterogeneità e discontinuità, diventano così il punto di osservazione privilegiato per cogliere tanto la potenza totalizzante del capitale quanto i suoi limiti costitutivi e le possibilità di resistenza e di alternativa che esso stesso genera nel suo sviluppo contraddittorio.
3. Lo Stato e le operazioni del capitale
Mezzadra e Neilson affrontano il complesso rapporto tra capitale e politica interrogandosi sulla possibilità di individuare una dimensione politica intrinseca alle operazioni stesse del capitale e, più in generale, sul modo in cui il capitale si relaziona con la sfera del politico. Questa riflessione nasce dalla constatazione che, se si intende la politica in senso ampio come azione collettiva volta a istituire, gestire e contestare le condizioni della vita associata, diventa evidente come il capitale possieda una propria dimensione politica che emerge con chiarezza quando si analizza la sua capacità di generare e sostenere specifiche forme di soggettività. Prestando attenzione a questi processi di produzione della soggettività, è possibile riconoscere come le operazioni del capitale producano effetti politici ben definiti che delimitano e strutturano il campo dell’azione collettiva, diffondendo al contempo linee di antagonismo all’interno del tessuto sociale. Il capitale, da solo, non è in grado di orchestrare la propria penetrazione nelle formazioni sociali eterogenee, né di determinare le variazioni del capitalismo o l’organizzazione di mercati, società e culture in modo coerente con le sue logiche di valorizzazione e accumulazione. È proprio in questo spazio intermedio tra le operazioni del capitale e i suoi effetti sociali più ampi che lo Stato moderno entra in relazione con il capitale, dando vita a configurazioni variabili che diventano tratti distintivi delle diverse formazioni capitalistiche. Questo non significa ridurre la storia dello Stato moderno, con le sue lotte per il monopolio della politica istituzionale in Europa fin dalla prima modernità, le sue trasformazioni, deformazioni e persino degenerazioni, a un mero riflesso dei rapporti con il capitale. Piuttosto, si tratta di illuminare un campo di tensione costitutivo, plasmato dalla tendenza del capitale a superare confini e totalizzare, una tendenza che appare particolarmente evidente dal punto di vista retrospettivo del presente. All’interno del marxismo la questione dello Stato è sempre stata oggetto di controversie e, in molti modi, rappresenta un paradosso. Il marxismo è stato spesso accusato di negare l’autonomia dello Stato, riducendolo a un semplice “comitato d’affari della borghesia” o immaginando in modo utopistico il suo “estinguersi” per lasciare spazio all’”amministrazione delle cose”. Allo stesso tempo ha anche ispirato movimenti politici che hanno riposto nello Stato una fiducia quasi assoluta, considerandolo il principale attore della trasformazione sociale. Questo è avvenuto tanto nel socialismo reale quanto nella socialdemocrazia occidentale e in molte varianti dei movimenti anticoloniali socialisti del Novecento. L’immagine dello Stato predominante in questi movimenti è stata profondamente influenzata dalle trasformazioni che hanno ridisegnato lo stesso Stato nel passaggio tra fine Ottocento e Prima guerra mondiale. In quel periodo l’organizzazione del capitalismo, l’emergere della pianificazione e della razionalizzazione come parole chiave e la pressione esercitata dalla classe operaia organizzata attraverso sindacati e partiti politici sembravano avviare un processo che avrebbe condotto alla graduale affermazione di uno Stato socialista amministrativo ed economico. Questa era l’idea di Cunow, noto intellettuale della socialdemocrazia tedesca durante gli anni di Weimar, che vedeva nello Stato una dimensione comunitaria in crescita, capace di sfidare e sostituire la logica del dominio e al tempo stesso enfatizzava la presunta neutralità delle funzioni amministrative statali che lo rendevano uno strumento privilegiato di trasformazione sociale. La sua neutralità, seppur in contesti storici e politici diversi, è stata ripresa anche dalle teorie sovietiche ortodosse sullo Stato, in particolare nelle discussioni sul capitalismo monopolistico di Stato che hanno finito per elaborare una teoria puramente strumentale dello Stato. Le sollevazioni globali del 1968 segnarono una trasformazione profonda nell’analisi marxista dello Stato, ridefinendo il rapporto tra quest’ultimo e capitale alla luce delle lotte radicali contro la disciplina di fabbrica, la guerra e la repressione. In particolare negli Stati Uniti e nell’Europa Occidentale il dibattito marxista si arricchì di una rilettura dei testi di Marx e delle acquisizioni della sociologia contemporanea, superando la visione dello Stato come mero mediatore tra gli interessi capitalistici e indagando il suo ruolo nella riproduzione dell’ordine sociale. Engels aveva definito lo Stato come capitalista collettivo ma negli anni successivi al 1968 questa definizione venne ampliata per includere la sua funzione nella socializzazione della forza lavoro, già evidenziata da Marx nel capitolo sulla giornata lavorativa del Capitale. La crisi economica degli anni ‘70 mise a dura prova le capacità regolative dello Stato, con la riproduzione della forza lavoro che divenne un campo di scontro sempre più aperto tra capitale e soggettività emergenti, come evidenziato dalle lotte femministe che misero in discussione la distinzione tra lavoro produttivo, riproduttivo e improduttivo. Il dibattito marxista sulla crisi dello Stato si legò alla crisi di un preciso compromesso di classe che aveva sostenuto lo sviluppo capitalistico dal dopoguerra attraverso il fordismo e i sistemi di welfare. Gli scioperi e le lotte operaie misero in discussione il legame tra rappresentanza del capitale aggregato e regolazione della forza lavoro, rendendo il dibattito teorico fortemente politico. Controversie come quelle tra Poulantzas e Miliband o tra Habermas e Offe si concentrarono sulla possibilità di inscrivere le nuove lotte sociali nella continuità del compromesso keynesiano. La combinazione della crisi di legittimazione e della crisi fiscale dello Stato, evidenziata dal default di New York nel 1975, annunciava una svolta. Nello stesso anno, un rapporto della Commissione Trilaterale interpretò la crisi della democrazia come un eccesso di partecipazione, ponendo il problema della governabilità al centro delle ristrutturazioni capitalistiche successive. Sebbene il dibattito marxista degli anni ‘70 resti fondamentale, esso rimase spesso confinato a un orizzonte geografico ristretto, ignorando le trasformazioni indotte dalle lotte antimperialiste e dalla crisi del socialismo reale. Inoltre, l’ondata di finanziarizzazione avviata con la fine della convertibilità del dollaro in oro nel 1971 ricevette scarsa attenzione, a eccezione della tradizione dell’operaismo italiano che colse immediatamente la crisi della pianificazione statale e il ruolo crescente del denaro e della finanza. Il dibattito operaista individuò nella crisi dello Stato-piano una frattura che anticipava le tendenze del neoliberismo e della globalizzazione. Mezzadra e Neilson sostengono che per comprendere appieno la crisi dello Stato a partire dagli anni ‘70 è necessario ampliare l’analisi, includendo la storia coloniale e imperiale che mostra come il capitalismo abbia storicamente interagito con poteri territoriali per la propria espansione. Il processo di accumulazione primitiva e le violenze della conquista e dello sfruttamento rivelano l’intreccio tra Stato moderno e relazioni imperiali. Le operazioni del capitale mettono in crisi la normatività territoriale dello Stato, sfuggendo alla sua regolazione. Il dibattito sull’Impero e l’imperialismo riflette questa disarticolazione, come dimostrano le guerre e le strategie statunitensi dopo l’11 settembre. Ne consegue che la concezione tradizionale dell’imperialismo, centrata sul controllo territoriale, appare insufficiente per comprendere il capitalismo contemporaneo. Anche l’analisi di Ellen Meiksins Wood che vede il sistema globale come un insieme di Stati nazionali soggetti alle logiche capitalistiche fatica a cogliere la trasformazione del rapporto tra economia e politica sotto la spinta della globalizzazione. Sebbene non esista uno Stato globale i processi capitalistici ridefiniscono i confini tra potere economico e forza extra-economica. Gli Stati restano attori cruciali ma sono attraversati da dinamiche che ne limitano l’autonomia. Hardt e Negri, con Impero, colsero l’importanza della rete globale del capitale però il concetto di sovranità capitalistica non deve essere inteso come una risoluzione del conflitto tra capitale e politica. Il problema della riproduzione delle condizioni dell’accumulazione non può essere risolto dal capitale stesso, emergendo a più livelli geografici. Al posto del capitale globale in grado di governare il mondo esistono una molteplicità di attori capitalistici transnazionali privi di una rappresentanza stabile. Hardt e Negri riconoscono che, pur avendo indebolito gli Stati, il capitale ha ridefinito le loro funzioni. Il concetto di costituzione mista dell’impero descrive bene questa eterogeneità, in cui gli Stati restano rilevanti ma subiscono continue pressioni e trasformazioni. Comprendere il rapporto tra capitale e Stato oggi richiede di analizzare le forme di interconnessione e di disgiunzione tra gli spazi operativi del capitale e quelli politici e giuridici che ancora strutturano il mondo.
4. Le logiche operative fondamentali del capitalismo contemporaneo
Il capitalismo contemporaneo si ridefinisce attraverso tre logiche operative fondamentali: estrazione, logistica e finanza. Questi non sono semplicemente settori economici distinti ma dinamiche intrecciate che plasmano il funzionamento del potere, dello spazio e del tempo su scala globale. L’analisi proposta da Mezzadra e Neilson va oltre una descrizione settoriale per cogliere i principi sistemici che guidano le trasformazioni attuali, rivelando come tali logiche si manifestino in modi asimmetrici, generando sia integrazione che conflitto. Il concetto di estrazione, nella sua forma più elementare, si riferisce alla rimozione forzata di risorse naturali e forme di vita dalla Terra, sia dalla sua superficie che dalle profondità del suolo e della biosfera. Questa pratica, che affonda le sue radici in epoche antiche, oggi assume forme sempre più avanzate e invasive, spingendosi verso nuove frontiere tecnologiche e geografiche. L’estrazione riguarda una vasta gamma di materiali: dai metalli preziosi come oro e argento ai combustibili fossili, dai minerali rari essenziali per l’elettronica moderna, come il litio, il cobalto e il tungsteno, fino all’uranio. La storia dell’estrazione mineraria è una storia di continua espansione, di scoperta di nuove sostanze trasformate in merci e di una crescente dipendenza dell’industria e della tecnologia moderna da queste risorse. Non si tratta di un processo neutro o meramente tecnico perché implica una profonda alterazione del paesaggio e dell’ambiente ma anche una riorganizzazione del tempo e dello spazio. I minerali, formatisi in ere geologiche lontane, vengono strappati alla terra e immessi in cicli industriali che alimentano le infrastrutture e i dispositivi tecnologici più avanzati. Persino tecnologie apparentemente immateriali, come il cloud computing, dipendono da un’intensificazione senza precedenti delle dinamiche estrattive che si tratti di estrazione di minerali per i data center o di energia per alimentarli. Il fracking rappresenta una frontiera estrema di questo processo, permettendo di continuare a estrarre gas naturale anche quando i giacimenti convenzionali si esauriscono, in una sorta di paradossale “non posso andare avanti, eppure vado avanti” che ricorda l’assurdo beckettiano. L’estrazione non si limita ai minerali e agli idrocarburi. Anche l’agricoltura ha subito una svolta estrattiva, specialmente con la cosiddetta rivoluzione verde che ha introdotto metodi industriali nella produzione alimentare. Colture come la soia, coltivata su vasta scala in America Latina, oltre all’alimentazione servono anche a una serie di applicazioni industriali, dalla produzione di schiume poliuretaniche a detergenti e adesivi. Questo modello agricolo, sostenuto da multinazionali come Monsanto, Dow e DuPont, ha trasformato radicalmente i paesaggi rurali, distruggendo la biodiversità e accelerando processi di accumulazione capitalistica, specialmente in società dove la terra diventa oggetto di appropriazione violenta. Allo stesso modo l’acquacoltura industriale, come l’allevamento di gamberetti in Asia sudorientale o la pesca del krill in Antartide, mostra come l’estrazione si estenda agli ecosistemi marini, sfruttando risorse naturali per alimentare sia l’industria ittica che quella farmaceutica. James Ferguson ha osservato che i profitti derivanti dall’estrazione suscitano spesso rivendicazioni collettive più di altre attività economiche perché il valore estratto sembra emergere “dal nulla”, senza un legame diretto con il lavoro umano. Questa percezione, affine alla teoria lockiana della proprietà, nasconde però la complessità del processo estrattivo. Anna Tsing, studiando l’estrazione del carbone, ha mostrato come essa non consista solo nel prelievo della materia prima visto che include anche trasporto, stoccaggio e lavorazione, trasformando la risorsa grezza in una merce. Ciò che spesso viene dimenticato è che l’estrazione è sempre accompagnata da momenti di appropriazione ed espropriazione, spesso violenti, legati a rapporti di potere e controllo del territorio. La storia coloniale offre numerosi esempi di come l’estrazione sia stata storicamente connessa a forme di lavoro forzato e sfruttamento estremo. Achille Mbembe ha descritto la tratta degli schiavi africani come una forma di estrazione, in cui gli esseri umani venivano trasformati in “minerali viventi” da cui estrarre valore. Allo stesso modo, le miniere d’argento di Potosí, in Bolivia, funzionavano grazie al sistema della mita che obbligava le popolazioni indigene a lavorare in condizioni disumane. Michael Taussig ha documentato la cultura del terrore che regnava nelle piantagioni di gomma nell’Amazzonia, un regime di violenza che si ripeteva in altre colonie, dal Congo all’Indonesia. Questa storia di coercizione non è confinata al passato: ancora oggi, l’apertura di nuove miniere, come quella d’oro di Porgera in Papua Nuova Guinea, riproduce dinamiche di sfruttamento e marginalizzazione delle comunità locali, nonostante la retorica della compensazione economica e della responsabilità sociale d’impresa. Abbiamo però accennato al fatto che oggi l’estrazione si è espansa anche a settori immateriali, come il data mining e il biocapitale. Le grandi piattaforme digitali estraggono valore dai dati degli utenti, trasformando ogni interazione online in una risorsa economica. Contemporaneamente l’industria biotecnologica sfrutta il corpo umano come fonte di materiale genetico, brevettando sequenze di DNA e commercializzando conoscenze derivate dalla sperimentazione su soggetti spesso reclutati tra le fasce più vulnerabili della popolazione. Kalindi Vora ha paragonato queste pratiche al land grabbing coloniale, mostrando come il corpo umano sia diventato una nuova frontiera di appropriazione capitalistica. Anche le città sono oggi terreno di conquista per logiche estrattive. Piattaforme come Airbnb e Uber riconfigurano gli spazi urbani, accelerando processi di gentrificazione e precarizzazione del lavoro. Uber funziona come un dispositivo flessibile per l’estrazione di lavoro e dati, creando un esercito di autisti precari mentre destabilizza i tradizionali servizi di taxi. Airbnb, invece, trasforma gli alloggi urbani in beni di investimento, contribuendo all’aumento degli affitti e alla privatizzazione dello spazio residenziale. L’estrazione è ormai penetrata in ogni aspetto della vita sociale ed economica. Per quanto riguarda la logistica, nella sua accezione contemporanea, affonda le proprie radici teoriche e pratiche nel contesto militare, sviluppandosi storicamente come risposta alla necessità di organizzare e sostenere su larga scala le operazioni belliche. Martin van Creveld colloca la sua emersione tra il XVI e il XVIII secolo, quando gli eserciti iniziarono a sistematizzare gli approvvigionamenti per emanciparsi dalla dipendenza dal saccheggio, pratica insostenibile su fronti sempre più estesi e in scenari di guerra prolungata. Questo passaggio dalla predazione occasionale a un sistema organizzato di rifornimenti rappresenta una svolta cruciale poiché segna il momento in cui la logistica si configura come disciplina autonoma, distinta dalla tattica e dalla strategia pur essendo funzionale a entrambe. Anche se Carl von Clausewitz, nel suo trattato Della guerra, non elabora una teoria esplicita della logistica, la sua analisi delle attività preparatorie alla guerra offre una base concettuale per comprendere come la logistica operi come condizione preliminare e continuativa dell’azione militare. La sua influenza sul pensiero successivo è innegabile, come dimostra la rilettura foucaultiana della famosa massima clausewitziana, ribaltata per affermare che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Tuttavia è Antoine-Henri Jomini, teorico militare svizzero al servizio di Napoleone, a riconoscere per primo il carattere scientifico e sistematico della logistica, interrogandosi sulla sua crescente centralità nell’arte della guerra. Jomini intuisce che la capacità di muovere e rifornire eserciti su vasti territori non è più una questione accessoria ma un elemento determinante per il successo bellico, anticipando così la modernità logistica in cui linee di rifornimento e comunicazione diventano nervature essenziali del potere. La transizione dalla logistica militare a quella civile ed economica avviene in modo compiuto nel secondo dopoguerra, quando le tecniche sviluppate per gestire complesse operazioni belliche vengono trasferite alla sfera produttiva e commerciale. La cosiddetta rivoluzione logistica degli anni ‘70 rappresenta un punto di svolta, caratterizzato dall’applicazione di metodologie sistemiche alla distribuzione e al trasporto, dall’integrazione tra logistica e informatica e dall’adozione su scala globale del container standardizzato. Quest’ultimo, inizialmente sviluppato per scopi militari durante la guerra del Vietnam, diventa il simbolo di una nuova era in cui la modularità e l’intermodalità ridisegnano le geografie economiche, favorendo la delocalizzazione produttiva e l’ascesa di hub logistici in Asia orientale. Marx, pur non utilizzando il termine logistica, ne coglie l’essenza nel secondo volume del Capitale dove analizza il rapporto tra tempo di circolazione e valorizzazione del capitale. Egli osserva come il trasporto, lungi dall’essere una mera appendice del processo produttivo, ne costituisca invece una continuazione nello spazio, contribuendo alla riduzione del tempo di rotazione del capitale e quindi all’aumento del plusvalore. Questa intuizione si rivela profetica: oggi la logistica non si limita a ottimizzare i costi essendo parte integrante della produzione stessa, tanto che la distinzione tra fabbrica e catena di approvvigionamento diventa sempre più labile. Tuttavia l’efficienza logistica non coincide necessariamente con l’accelerazione lineare. Paradossalmente, in settori come il trasporto marittimo, la massimizzazione del profitto passa attraverso il cosiddetto slow steaming, una riduzione deliberata della velocità delle navi per contenere i costi del carburante. Il fenomeno riflette una caratteristica fondamentale del capitalismo contemporaneo, ovvero la sua capacità di manipolare tempo e spazio in modi contraddittori, alternando accelerazioni brutali a rallentamenti calcolati. La logistica, allora, non è semplicemente una questione di velocità ma di tempistica, cioè di sincronizzazione di ritmi eterogenei all’interno di reti globali frammentate. Al di là della sua funzione economica, la logistica produce anche spazi e soggetti. Le zone economiche speciali, lungi dall’essere solo enclavi di deregolamentazione, vanno lette come laboratori in cui si sperimentano nuove forme di governance ibrida, dove attori statali e corporate negoziano confini giuridici e normativi. In contesti come il Delhi-Mumbai Industrial Corridor la logistica si intreccia con processi di espropriazione fondiaria, finanziarizzazione e riconfigurazione del lavoro, dando vita a conflitti che trascendono le tradizionali divisioni tra operai, contadini e lavoratori informali. La relazione tra logistica e lavoro è particolarmente ambivalente. Da un lato, figure come i portuali o i magazzinieri occupano posizioni strategiche, capaci di interrompere flussi vitali per l’economia globale ma dall’altro i sistemi logistici contemporanei cercano costantemente di neutralizzare questa vulnerabilità attraverso tecnologie di rerouting e resilienza algoritmica. Stefano Harney e Fred Moten vedono in questa tensione un’eco della tratta atlantica degli schiavi, dove la riduzione dei corpi a merci trasportabili prefigurava la fantasia logistica di un mondo senza attriti, senza soggetti ribelli. Ma questa fantasia si scontra con la realtà materiale delle infrastrutture che sono sempre anche dispositivi politici, portatori di conflitti e disfunzioni. I cosiddetti incubi della logistica, momenti in cui l’interoperabilità tra sistemi collassa rivelando le fratture nascoste sotto la superficie di un’apparente fluidità. È in queste crepe che emergono le contraddizioni del capitalismo globale: negli scioperi che paralizzano i porti, nelle proteste contro l’espropriazione di terre per megaprogetti infrastrutturali, nelle crisi finanziarie scatenate da algoritmi di trading ad alta frequenza. La logistica, dunque, non è solo il lubrificante del commercio mondiale, ma anche il terreno su cui si giocano alcune delle battaglie decisive del nostro tempo. Infine abbiamo la finanza. Mezzadra e Neilson ricordano che il 6 maggio 2010 i mercati finanziari statunitensi sperimentarono un evento senza precedenti, passato alla storia come il flash crash, in cui i prezzi di numerosi titoli azionari e derivati crollarono e rimbalzarono in pochi minuti in modo drammatico e apparentemente inspiegabile. Secondo il rapporto congiunto delle autorità di regolamentazione, questo episodio fu innescato da un’enorme transazione algoritmica su futures E-Mini che provocò una reazione a catena nei mercati, rivelando la fragilità intrinseca di un sistema finanziario sempre più dominato da logiche automatiche e ad alta frequenza. Questo evento fu il sintomo delle trasformazioni profonde che hanno investito il capitalismo contemporaneo. A differenza delle crisi finanziarie del passato, legate a cicli economici riconoscibili e a fasi di sovrapproduzione, il flash crash riflette una temporalità nuova, in cui l’instabilità non è più un momento transitorio ma una condizione permanente. L’avvento del trading algoritmico e la finanziarizzazione dell’economia hanno creato un ambiente in cui le crisi si manifestano come eventi improvvisi e apparentemente inspiegabili mentre la distinzione tradizionale tra economia “reale” e finanza diventa sempre più labile. Le teorie classiche dei cicli economici, da Kondratieff ad Arrighi, si rivelano oggi inadeguate a spiegare queste dinamiche. Se per Kondratieff i cicli cinquantennali si concludevano con una fase di finanziarizzazione che preparava il terreno per un nuovo ciclo produttivo e se per Arrighi l’espansione finanziaria annunciava il passaggio a una nuova egemonia nel sistema-mondo, nel capitalismo contemporaneo la finanza non è più una fase transitoria ma il principio organizzativo dominante. La deregolamentazione avviata negli anni ‘70, con l’abbandono degli accordi di Bretton Woods e l’ascesa del neoliberismo, ha portato a una situazione in cui la logica finanziaria non si limita a influenzare l’economia ma la plasma interamente, ridefinendo lavoro, produzione e consumo. Strumenti finanziari come i derivati incarnano questa trasformazione. Un tempo la fabbrica fordista assemblava merci standardizzate, oggi la finanza scompone i beni in elementi astratti e li ricombina in prodotti sempre più complessi, creando una volatilità che si trasmette a tutti i livelli dell’economia. Parallelamente, l’emergere di forme di moneta ombra, ovvero al di fuori del controllo delle banche centrali, e la diffusione del credito al consumo hanno reso intere popolazioni dipendenti dai capricci dei mercati finanziari. I mutui subprime e le successive ondate di pignoramenti negli Stati Uniti mostrano come la finanziarizzazione non sia un fenomeno astratto. Si tratta, infatti, di un processo che produce esclusioni e marginalizzazioni su vasta scala, riproducendo dinamiche di accumulazione originaria in forme nuove. La finanziarizzazione è sia un meccanismo di sfruttamento che un tentativo di rispondere alla crisi del capitalismo industriale espandendo i confini stessi del sistema. L’inclusione finanziaria di settori sempre più ampi della popolazione, attraverso il microcredito o le economie popolari, dimostra che la logica del capitale cerca costantemente nuove frontiere di valorizzazione. Il valore finanziario finisce per rappresentare un’anticipazione di ricchezza futura, un diritto di prelievo sul lavoro ancora da realizzare. La finanziarizzazione, dunque, non può essere compresa come un fenomeno separato dall’economia reale, anzi, essa riflette e al tempo stesso plasma le trasformazioni del lavoro e della produzione in un’epoca in cui la cooperazione sociale diventa sempre più frammentata e precaria. Possiamo chiudere questa panoramica sottolineando come queste tre logiche, estrazione, logistica, finanza, non agiscono in isolamento e infatti si sovrappongono e si rafforzano a vicenda. Come suggerisce Saskia Sassen, sono principi sistemici che, al di là delle loro manifestazioni superficiali, rivelano le contraddizioni profonde del capitalismo. L’estrazione fornisce le risorse materiali, la logistica le distribuisce, la finanza le valorizza in circuiti sempre più astratti. In questo intreccio emergono sia nuove forme di dominio, come lo sfruttamento ambientale o il controllo algoritmico, sia possibilità di resistenza, come le alleanze transnazionali tra movimenti sociali o le lotte per i beni comuni. Mezzadra e Neilson concludono il ragionamento con una critica articolata alla ricerca di un settore economico unico che possa fungere da paradigma dominante per comprendere il capitalismo contemporaneo, pur riconoscendo il ruolo orchestrante della finanza, la pervasività della logistica e l’importanza strategica delle attività estrattive. Piuttosto che privilegiare un singolo ambito, propongono un’analisi che esplori come le relazioni di potere e dominio si costituiscano attraverso l’intreccio e la collisione di diverse operazioni del capitale, ciascuna con le proprie specificità ma anche con dinamiche comuni. Questo approccio richiede un duplice movimento. Il primo è un esame empirico delle interazioni concrete tra estrazione, logistica e finanza in contesti spaziali e scalari differenziati, il secondo è uno sforzo teorico per individuare le logiche sottostanti che emergono dalle risonanze tra queste operazioni, logiche che non sono rigidamente deterministiche ma si adattano alle contingenze storiche e geografiche, riflettendo quella che viene definita l’assiomatica del capitale. In un simile spazio si inseriscono nuovamente le operazioni del capitale che non vanno intese come meccanismi isolati, bensì come processi concatenati, soggetti a frizioni e discontinuità che operano all’interno di formazioni capitalistiche più ampie. Queste operazioni rivelano una tensione tra l’unità concettuale del capitale, la sua natura di relazione sociale che si riproduce attraverso lo sfruttamento, e la sua frammentazione empirica, tra cieli astratti della valorizzazione e terreni concreti di conflitto. L’indagine sulle operazioni del capitale permette così di cogliere sia le variazioni spazio-temporali del capitalismo sia la sua coerenza sistemica, senza cadere in riduzionismi settoriali. La composizione del capitale contemporaneo, in questa prospettiva, non può essere ridotta a una somma di frazioni (finanziaria, industriale, commerciale), ma va intesa come un processo dinamico e contraddittorio, segnato da tensioni interne e da rapporti eterogenei con i suoi molteplici esterni. Le logiche estrattive che emergono dall’analisi di finanza, logistica ed estrazione offrono una griglia interpretativa per decifrare i principi, sempre instabili e storicamente determinati, che guidano il capitalismo globale, influenzando anche settori tradizionali come l’industria che pure continua a espandersi in molte regioni del mondo ma ha perso il ruolo di motore unico dello sviluppo. Infine Mezzadra e Neilson invitano a superare una visione meccanicistica del rapporto tra capitale e spazio: le operazioni del capitale non “cadono” su un terreno “passivo” ma si articolano attivamente attraverso configurazioni materiali, tecnologiche e sociali, producendo geografie differenziali e modelli di territorializzazione specifici.
5. Movimenti ed operazioni del capitale
Nel giugno del 2013, il Brasile fu scosso da un’ondata di proteste inizialmente incentrate sull’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici ma che rapidamente assunsero una portata più ampia, trasformandosi in una contestazione generalizzata contro le disuguaglianze sociali, la speculazione immobiliare, la violenza della polizia e i mega-eventi come i Mondiali del 2014 e le Olimpiadi del 2016. Il Movimento Passe Livre, che aveva organizzato le prime manifestazioni, funse da catalizzatore per una mobilitazione capace di coinvolgere in pochi giorni milioni di persone in tutto il paese, assumendo i contorni di una vera e propria pororoca, cioè un termine indigeno che evoca una marea impetuosa, unendo rivendicazioni diverse, dalla difesa delle favelas minacciate dagli sgomberi alla resistenza delle comunità indigene contro le grandi opere infrastrutturali. La repressione violenta, culminata nel caso del muratore Amarildo de Souza, torturato e ucciso dalla polizia a Rio de Janeiro, non fece che alimentare la protesta, rivelando la natura profondamente conflittuale delle trasformazioni urbane in atto nel paese, dove logiche finanziarie, estrattive e securitarie si intrecciavano in un modello di sviluppo escludente. Contemporaneamente, in Turchia, il movimento di Gezi Park rappresentò un momento di rottura simile, scatenato dal tentativo del governo di Erdogan di sacrificare uno degli ultimi spazi verdi di Istanbul per un progetto edilizio speculativo. L’occupazione del parco divenne un laboratorio di sperimentazione politica, dove ambientalisti, femministe, attivisti LGBTQ+, curdi e giovani precari diedero vita a forme di autogestione e assemblearismo radicale, sfidando la narrazione ufficiale che dipingeva la protesta come un fenomeno elitario e depoliticizzato. Al contrario, come sottolinearono diversi osservatori, Gezi Park fu un movimento proletario nel senso più ampio del termine, in cui soggetti diversi scoprirono l’inadeguatezza delle proprie identità predefinite di fronte all’urgenza di costruire un comune antagonista. La brutalità della repressione, con la polizia che utilizzò gas lacrimogeni e proiettili di gomma contro i manifestanti, non riuscì a soffocare del tutto l’eredità del movimento che lasciò tracce durature nella politicizzazione di nuovi settori sociali, in particolare sulla questione curda.
Questa combinazione tra lotta anticapitalista e costruzione di alternative concrete emerse anche in altre parti del mondo, come nel caso della Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH) in Spagna che unì la resistenza agli sfratti alla creazione di reti di mutuo soccorso e all’occupazione di immobili vuoti, trasformando il debito e la crisi abitativa in un terreno di conflitto e riappropriazione collettiva. Allo stesso modo, in Grecia, di fronte al collasso dello stato sociale, sorsero cliniche solidali e spazi autogestiti che dimostrarono come le lotte per la riproduzione sociale potessero generare nuove forme di organizzazione e mutualismo, spesso con i migranti in prima linea. Esperienze come quella del City Plaza Hotel ad Atene, occupato per ospitare famiglie di rifugiati, mostrarono come la produzione del comune potesse nascere da condizioni di estrema precarietà, sfidando le gerarchie tradizionali e aprendo spazi inediti di cooperazione transnazionale. Un caso ancora più radicale fu quello della rivoluzione in Rojava, dove il movimento curdo, ispirato dalle idee di Abdullah Öcalan, cercò di costruire un modello di autonomia democratica basato sull’ecologia sociale, l’emancipazione femminile e l’autogoverno delle assemblee popolari. Nonostante le enormi difficoltà, dall’assedio dello Stato Islamico alla minaccia costante dell’esercito turco, l’esperimento del Rojava rappresentò un tentativo unico di coniugare la lotta armata con la creazione di istituzioni alternative, anche se il rischio di essere strumentalizzati in una narrazione orientalista o di essere schiacciati dalle dinamiche geopolitiche rimase sempre presente. Il contesto in cui queste lotte si svilupparono cambiò drasticamente negli anni successivi. In Brasile, l’impeachment di Dilma Rousseff nel 2016 segnò una svolta autoritaria e una repressione sistematica dei movimenti sociali mentre in Turchia il fallito golpe del 2016 fornì a Erdogan il pretesto per una stretta repressiva senza precedenti, con gravi conseguenze per le lotte curde e la democrazia nel paese. Negli Stati Uniti, le rivolte scoppiate a Ferguson dopo l’uccisione di Michael Brown nel 2014, poi ripetutesi in numerose altre città, misero in luce la continuità tra la violenza razzista della polizia e le logiche più profonde del capitalismo neoliberale, in cui la marginalizzazione delle comunità nere era funzionale a un sistema di sfruttamento e controllo. Il movimento Black Lives Matter, nato in risposta a queste dinamiche, riuscì a connettere la rabbia per le uccisioni di afroamericani con una critica più ampia alle disuguaglianze strutturali, intersecando lotte femministe, queer e anticoloniali. Tutte queste esperienze, pur nelle loro differenze, dimostrarono come le lotte contemporanee non possano essere comprese attraverso le categorie tradizionali del movimento operaio ma richiedono un’analisi capace di cogliere l’intreccio tra sfruttamento economico, oppressione razziale e di genere, e trasformazioni urbane. La sfida principale rimane quella di tradurre la molteplicità delle resistenze in una forza organizzata capace di sfidare il potere del capitale e dello Stato, senza cadere né in un spontaneismo ingenuo né in un avanguardismo autoritario. A questo punto Mezzadra e Neilson si soffermano sul nesso tra cooperazione sociale, valorizzazione finanziaria e lotta di classe nel capitalismo contemporaneo, insistendo sulla disgiunzione strutturale tra lavoro vivo e cooperazione astratta come chiave di lettura delle trasformazioni dello sfruttamento e delle possibilità di soggettivazione politica. La tesi centrale è che la cooperazione sociale, nella sua forma astratta e generalizzata, costituisca oggi la principale fonte di produzione del valore finanziario. Questa cooperazione non si presenta come un insieme omogeneo, bensì come un campo frammentato e eterogeneo, attraversato da molteplici figure del capitale (dalla finanza alla logistica, dal lavoro cognitivo alla produzione industriale) che organizzano e sfruttano il lavoro in modi differenziati. La finanza, in particolare, gioca un ruolo cruciale nell’articolare e sincronizzare i processi di valorizzazione assumendo una posizione di esteriorità rispetto alla cooperazione stessa: anziché organizzare direttamente il lavoro, come avveniva nella fabbrica fordista, essa opera attraverso una compulsione al lavoro diffusa che disciplina i comportamenti sociali senza un comando centralizzato. Questo meccanismo riproduce, in forme nuove, la sussunzione formale del lavoro al capitale, accentuando il carattere accidentale e alienato della cooperazione rispetto ai singoli lavoratori. La riflessione si radica in una rilettura di Marx, in particolare del capitolo sulla cooperazione nel Capitale, dove la fusione di forze lavorative individuali in una potenza produttiva collettiva viene analizzata come momento costitutivo del modo di produzione capitalistico. Marx mostra come questa cooperazione, pur potenzialmente emancipativa, sia immediatamente catturata dal capitale che si erige a soggetto della combinazione sociale, trasformandola in una forza estranea ai lavoratori. Nel capitalismo contemporaneo questa dinamica si complica perché la cooperazione si estende ben oltre i luoghi tradizionali della produzione (come dimostrano le filiere globali o il lavoro cognitivo) e la finanza, pur sfruttando questa cooperazione, non la organizza direttamente ma la governa attraverso meccanismi indiretti come i derivati e il debito. A questo punto Mezzadra e Neilson svolgono una riflessione sulle lotte dei lavoratori in Cina, India e Sudafrica sottolineando come l’azione diretta e autonomamente organizzata dei lavoratori abbia minato il predominio dei partiti politici e dei sindacati nell’organizzazione delle lotte. Il caso del sindacato indipendente Maruti Suzuki Employees Union (MSEU) in India, che nel 2011-12 ha guidato uno sciopero molto significativo, è emblematico. Nonostante il rifiuto della registrazione da parte del dipartimento del lavoro per via di un sindacato affiliato all’azienda, il MSEU ha cercato di unire lavoratori di tutte le categorie, comprese le figure più precarie, come apprendisti e lavoratori con contratti temporanei, chiedendo, tra le altre cose, la trasformazione dei lavoratori informali in lavoratori permanenti. Questo è un obiettivo rilevante in un paese dove gran parte dei lavoratori sono impiegati come casual workers e, come rivelato da un rapporto governativo, la maggior parte dei lavoratori è “non organizzata” o “informale”, ovvero senza rappresentanza e senza protezione formale sul posto di lavoro. Situazioni analoghe caratterizzano le lotte dei lavoratori anche in altre aree del mondo, dentro e fuori dal cosiddetto Sud Globale. In Corea del Sud, per esempio, Su-Dol Kang evidenzia una dualizzazione a quattro facce che separa i lavoratori regolari da quelli non regolari, i maschi dalle femmine, i lavoratori dei grandi conglomerati da quelli di piccole imprese e i lavoratori nativi da quelli migranti. Tali divisioni sono emerse in risposta alle sfide poste dalla crescente politicizzazione e sindacalizzazione dei lavoratori, specialmente dopo la lotta dei lavoratori del 1987. Per quanto riguarda la Cina, viene citato uno sciopero del 2014 in una fabbrica di scarpe Yue Yuen che ha visto la mobilitazione dei lavoratori di base capaci di ottenere un aggiornamento dei pagamenti per la sicurezza sociale. La forza di questa mobilitazione è stata attribuita all’assenza di un sindacato affiliato alla Federazione sindacale cinese, l’unica federazione sindacale nazionale autorizzata in Cina. Un altro esempio significativo è lo sciopero dei minatori sudafricani a Marikana nel 2012, dove i lavoratori, dopo aver rotto esplicitamente con il sindacato dei minatori, hanno ottenuto un aumento salariale del 22%, nonostante la violenza perpetrata dai dirigenti sindacali contro i lavoratori in sciopero, alcuni dei quali membri dello stesso sindacato. Questi esempi di lotte operaie sono significativi per comprendere il crescente divario tra il lavoro vivo e la cooperazione sociale. Quando la valorizzazione capitalista avviene in forme sempre più astratte, l’autonomia del lavoro vivo diventa sia una risorsa sfruttabile che un modo per registrare la crescente imposizione del comando da parte del capitale nella gestione della cooperazione sociale. I conflitti che si manifestano in contesti industriali tradizionali non solo mettono in evidenza la politicizzazione di tali lotte ma anche come queste si collegano ad altre forme di azione e organizzazione politica. La violenza contro gli scioperanti a Marikana dimostra quanto i conflitti politici si intrecciano con la stessa accumulazione del capitale, diventando uno dei principali luoghi di crisi capitalista. I conflitti in esame attraversano anche le linee tra produzione e riproduzione, coinvolgendo l’intera relazione tra l’umano e il non umano. Ciò permette a Mezzadra e Neilson di fare una riflessione sullo stesso concetto di lotta. Essa non è semplicemente un precondizione per la politica o un passaggio verso l’ordine politico, come alcuni pensatori moderni suggeriscono, ma è un campo d’azione politico che è parziale, mai neutrale e che si sviluppa dentro una dinamica di potere e contingenze mai completamente dominate. Questo approccio si ispira anche alla lettura di Machiavelli che vede la lotta come un elemento costitutivo di qualsiasi situazione storica, legando le forze reali o potenziali in un processo di conflitto, il quale non arriva mai a una forma di sovranità trascendente e rimane immanente. La lotta è qualcosa che si sviluppa in un piano immanente, che non è né una reazione né una risposta a un ordine costituito. Questo approccio alla lotta ci permette di spostarci da una visione della lotta come reazione a un sistema capitalistico verso una visione in cui la lotta è costitutiva della soggettività politica. La lotta, infatti, è un terreno di creazione politica, di azione e di potenzialità che attraversa il confine tra politica e soggettività, come emerge nei pensieri di Marx, Hegel e Lenin. Nell’analizzare la trasformazione della politica di classe, vengono proposte due spiegazioni principali. La prima riguarda il fatto che la lotta di classe non è scomparsa ma si è spostata nel Sud del mondo, dove la lotta di classe continua a vivere, seppur attraverso forme di azione diretta e sindacalismo partecipativo. La seconda spiegazione riguarda il fatto che la lotta di classe si è spostata dal cosiddetto Nord Globale, con il trasferimento delle industrie verso il Sud ma ciò non implica che le lotte siano cessate nel Nord, come dimostrano le recenti mobilitazioni, ad esempio nel settore logistico in Italia, Germania e Stati Uniti. In effetti, la distinzione tra Nord e Sud non è più in grado di catturare appieno la complessità dei movimenti del lavoro e della produzione capitalista contemporanea. La riflessione sugli scioperi, le rivolte, le occupazioni e altre forme di resistenza sociale è centrale per comprendere come questi diversi tipi di lotta si combinano o si articolano tra loro, creando nuove possibilità di organizzazione politica e sociale. La variazione nelle forme di lotta dipende dalle specifiche circostanze materiali e dalle pratiche concrete sul campo che determinano la possibilità di tradurre tali lotte in movimenti di massa. Anche se si potrebbe cercare di tracciare una logica storica per interpretare la variazione delle forme di lotta in relazione ai cambiamenti del capitalismo è necessario comprendere come le lotte nei diversi contesti geopolitici si influenzino reciprocamente. Questo approccio implica un’analisi più attenta dei settori di produzione e circolazione e una considerazione del fatto che il capitale è sostenuto e reso possibile dalle sue esternalità, incluse le lotte che si sviluppano lungo i confini che definiscono la politica, la produzione e la nozione di umano. In questo senso, i conflitti di frontiera diventano il terreno su cui si ridefinisce la stessa relazione tra lavoro, cooperazione sociale e il sistema capitalistico globale. Viene ridefinito anche il concetto di sfruttamento. Esso ha un legame etimologico con l’estrazione di risorse minerarie, un’immagine che Marx stesso riprende quando parla di estrazione di pluslavoro. Questo nesso riflette una dimensione materiale e violenta insita nel rapporto capitalistico di produzione. Per Marx, lo sfruttamento è un meccanismo strutturale che opera all’interno di un contratto formalmente libero ed equo. La violenza che lo sostiene è silenziosa ma non per questo meno coercitiva: si manifesta nella separazione tra i lavoratori e i mezzi di produzione, nell’organizzazione del processo lavorativo e nella trasformazione del tempo di lavoro in plusvalore. Tale approccio, tuttavia, non è esente da critiche. La teoria marxiana dello sfruttamento è strettamente connessa alla teoria del valore-lavoro, con tutte le sue aporie, e presuppone una netta distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, nonché tra produzione e riproduzione, differenze che il capitalismo contemporaneo tende a sfumare. Nonostante ciò, il nucleo del concetto conserva la sua efficacia analitica: lo sfruttamento designa lo scarto tra la capacità produttiva dei soggetti e l’appropriazione privata della ricchezza da essi generata, un processo che coinvolge tanto l’estorsione di valore quanto la costruzione di soggettività funzionali a tale dinamica. Uno dei dibattiti più significativi riguarda il rapporto tra sfruttamento ed espropriazione. Se David Harvey ha opposto i due termini, è invece evidente che l’espropriazione è un momento costitutivo dello sfruttamento stesso, specialmente se si abbandona la visione ristretta al lavoro salariato industriale. Il dominio capitalistico si esercita attraverso molteplici forme di coercizione, dalla disciplina di fabbrica alle gerarchie di genere e razza, che rendono i corpi disponibili per lo sfruttamento. Inoltre, lo sfruttamento è inseparabile dall’alienazione, intesa non solo come estraniazione del lavoratore dal prodotto del suo lavoro ma anche come perdita di controllo sulle condizioni materiali dell’esistenza e sulla cooperazione sociale, sempre più integrata in reti logistiche e algoritmiche. Marx misura lo sfruttamento nel rapporto individuale tra lavoratore e capitalista ma questo schema presuppone condizioni storiche più ampie, prima fra tutte la creazione di una classe di lavoratori “liberi” da mezzi di produzione. La determinazione del valore della forza-lavoro, poi, non è un dato oggettivo visto che dipende da fattori storici, culturali e conflittuali, come dimostrano le lotte per il salario e la riduzione dell’orario di lavoro. Tuttavia, il cuore dello sfruttamento capitalistico risiede nella cooperazione: la produttività sociale eccede la somma delle energie individuali, generando un di più di cui capitale si appropria senza corrispondere un equivalente. Questo sfruttamento del lavoro collettivo è al tempo stesso un terreno di antagonismo, come dimostra la costante tensione tra resistenza operaia e controllo capitalistico. Oggi le dinamiche dello sfruttamento si sono complicate. Le operazioni finanziarie e logistiche estraggono valore senza organizzare direttamente il lavoro, penetrando la cooperazione sociale in modi sempre più opachi. Ciò rende difficile individuare un rapporto chiaro tra sfruttamento e specifici attori capitalistici, mentre l’esperienza dell’espropriazione diventa pervasiva. Le lotte contemporanee cercano di rispondere a questa situazione costruendo forme di contropotere in grado di politicizzare la cooperazione sociale. Tali esperienze, però, devono costantemente confrontarsi con la cattura finanziaria e con i limiti imposti dallo Stato. Ne consegue che il comune emerge come forza produttiva centrale e come campo di conflitto. Esso è la base dello sfruttamento capitalistico che si appropria della ricchezza sociale e allo stesso tempo è il terreno su cui si organizzano le lotte per una democrazia radicale. La sfida politica consiste nel produrre istituzioni che articolino il comune al di là delle logiche estrattive del capitale, un compito in cui lo Stato rimane un interlocutore ambiguo, tra repressione e possibili aperture. Questa tensione definisce l’orizzonte delle lotte odierne, in cui la linea tra riforma e rivoluzione si fa sempre più labile. Le trasformazioni che stanno sconvolgendo e ridefinendo i tre elementi costitutivi dello Stato, territorio, popolo e sovranità, secondo le teorie politiche e giuridiche tradizionali, sono guidate in larga misura dalle operazioni del capitale che ne orchestrano le dinamiche e ne condizionano gli sviluppi. L’indipendenza degli Stati è limitata da una rete di operazioni finanziarie globali attive 24 ore su 24, mentre le operazioni logistiche ridefiniscono i confini geopolitici attraversando i territori statali e cucendo insieme luoghi dispersi a livello globale. Il concetto giuridico di territorialità, centrale nella forma statale moderna, è sempre più messo sotto pressione da queste dinamiche e dall’emergere di nuove configurazioni spaziali, tra cui lo spazio del cloud, la cui regolamentazione giuridica, pur apparendo immateriale, ha effetti concreti sulla governance statale.Il concetto di “popolo”, invece, è ridefinito da processi di inclusione ed esclusione differenziale connessi alla neoliberalizzazione e alla governamentalizzazione dello Stato, attraverso cui la logica operativa del capitale penetra nei meccanismi statali, trasformando la cittadinanza. I movimenti migratori sfidano ulteriormente i confini della cittadinanza mentre la disarticolazione della figura del cittadino-lavoratore altera le basi della partecipazione sociale e politica. Nonostante queste profonde trasformazioni gli Stati continuano ad esistere e a svolgere ruoli chiave, rendendo necessario un superamento delle teorie tradizionali dello Stato e dei loro presupposti normativi. L’analisi deve concentrarsi su una descrizione positiva di ciò che gli Stati fanno effettivamente oggi, evitando preconcetti sulla loro natura o sul loro possibile sviluppo. Un elemento centrale in questa riconfigurazione del potere statale è l’aumento del potere esecutivo, tendenza già presente nel dibattito sulla crisi dello Stato moderno fin dai primi del Novecento ma che si è intensificata con la crisi capitalistica del 2007-2008. L’aumento della polarizzazione sociale ed economica ha favorito la crescita di leader e ideologie populiste incentrate su temi di razza, genere e migrazione. Anche se il termine populismo non è sempre adeguato a descrivere questi fenomeni, è evidente che la riorganizzazione interna degli Stati implica una redistribuzione del potere che spesso mira a negare o contrastare l’erosione dei confini tra interno ed esterno, fenomeno caratteristico della contemporaneità. Esempi concreti di questa tendenza si ritrovano in diversi contesti nazionali. In Russia, Vladimir Putin ha rafforzato la verticale del potere presidenziale ereditata da Boris El’cin, rispondendo alle aspettative della popolazione attraverso una forma di populismo statale. In India, l’amministrazione Modi, con il motto “Minimum Government, Maximum Governance”, ha aumentato il potere esecutivo riducendo il ruolo del parlamento, la trasparenza politica e la possibilità di dissenso. In Egitto, il generale al-Sisi ha bypassato il potere legislativo, come dimostra la cessione segreta delle isole di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita, evidenziando la centralità del potere esecutivo. Analogamente, in Turchia il fallito colpo di Stato del 2016 ha rafforzato l’autoritarismo di Erdogan, giustificando decreti d’emergenza, repressione politica e attacchi alla stampa indipendente. In Ungheria la riforma costituzionale ha ridotto il potere della magistratura e introdotto misure anti-migranti, consolidando lo Stato illiberale teorizzato da Orbán. Negli Stati Uniti l’elezione di Trump ha intensificato i conflitti tra presidenza e sistema giudiziario, aggiungendo nuove sfumature al panorama globale della trasformazione statale. Questi sviluppi vanno analizzati non solo rispetto alla crisi del bilanciamento dei poteri ma soprattutto in relazione alle operazioni del capitale. La riorganizzazione istituzionale degli Stati non può essere compresa separatamente dalla loro interazione con il mercato globale. Bob Jessop, attraverso il confronto tra Weltmarkt (mercato mondiale) e Staatenwelt (mondo degli Stati), sottolinea la necessità di esaminare come la differenziazione tra Stati influenzi l’accumulazione capitalistica su scala globale. Mentre alcuni Stati, come Stati Uniti e Regno Unito, progettano i nuovi standard legali per proteggere le imprese globali, altri subiscono trasformazioni che riducono la sovranità giuridica a garanzia dei diritti di mercato. La Grecia è un caso emblematico: nel 2015 il governo fu costretto dalla troika a imporre misure di austerità che contraddicevano l’esito di un referendum popolare, mostrando il ruolo dello Stato nell’organizzare la propria incapacità di resistere alle pressioni del capitale globale. La politica statale contemporanea è caratterizzata da un’intensificazione della circolazione di modelli normativi e di governance. Il fenomeno della fast policy, studiato da Peck e Theodore, evidenzia come modelli politici e amministrativi si diffondano rapidamente su scala globale, adattandosi a contesti differenti e trasformandosi nel processo. Ad esempio, il bilancio partecipativo, nato in Brasile come strumento di democratizzazione, è stato riadattato nei Paesi occidentali per rafforzare logiche di austerità e responsabilizzazione individuale. Analogamente, i programmi di trasferimento monetario condizionato, concepiti per contrastare la povertà, sono stati reinterpretati in chiave di finanziarizzazione della marginalità sociale. Il ruolo dello Stato si ridefinisce anche attraverso l’espansione dei partenariati pubblico-privato che ridefiniscono le competenze statali in settori strategici. In alcuni casi questa trasformazione ha implicazioni dirette sulla sovranità e sulla cittadinanza, come dimostrano le iniziative biometriche adottate da Stati africani in collaborazione con Mastercard. Queste carte elettroniche, oltre a fungere da documento d’identità, integrano i cittadini nei circuiti finanziari globali, creando nuove forme di sorveglianza e di esclusione sociale. La gestione dei dati biometrici da parte di soggetti privati solleva questioni cruciali sulla giurisdizione e sulla protezione della privacy, sfidando il concetto stesso di territorialità giuridica dello Stato. La riorganizzazione del territorio statale avviene anche attraverso la proliferazione di spazi logistici e infrastrutturali che rispondono alle esigenze del capitale. La concessione del porto del Pireo alla compagnia cinese Cosco, imposta dalla troika alla Grecia, esemplifica il legame tra controllo economico esterno e riorganizzazione spaziale. Questo fenomeno si manifesta perfino in processi di integrazione regionale che superano le tradizionali forme di cooperazione politica. Il caso della Belt and Road Initiative cinese mostra come lo sviluppo di corridoi logistici possa ridefinire le relazioni globali, sfidando le categorie tradizionali della sovranità e del controllo statale. Il dibattito teorico sullo Stato moderno, pur avendo a lungo insistito sulla sua presunta unità e coerenza, rivela invece una costellazione di fratture e contraddizioni che ne minano la stabilità. Già agli albori del Novecento lo storico costituzionale tedesco Otto Hintze individuava una tensione irrisolta tra due anime dello Stato, cioè la sua funzione di apparato di dominio (Herrschaft), gerarchico e coercitivo e la sua dimensione comunitaria (Genossenschaft), espressione di una solidarietà collettiva che lo legittima. Questa dialettica, ripresa da autori come Gianfranco Poggi e Antonio Negri, mostra come lo Stato non sia mai un blocco monolitico ma piuttosto un campo di forze in permanente conflitto. Pierre Bourdieu radicalizza questa prospettiva, interpretando lo Stato come il prodotto storico di una concentrazione di diverse forme di capitale che ne genera uno specificamente statale, oggetto di contesa tra gruppi dominanti all’interno di un campo del potere in cui si decidono le regole del gioco sociale. La teoria marxista, in particolare con Nicos Poulantzas, approfondisce ulteriormente questa visione, descrivendo lo Stato come condensazione materiale dei rapporti di forza tra classi, un terreno che, pur strutturato a vantaggio dei dominanti, è costantemente attraversato da lotte popolari che ne ridefiniscono i confini. Poulantzas insiste sul fatto che queste lotte, pur non rovesciando il dominio di classe, possono modificare gli equilibri interni allo Stato, aprendo spazi di manovra per progetti emancipatori. Queste riflessioni teoriche hanno trovato un’eco potente nelle esperienze politiche latinoamericane degli anni 2000. L’ascesa di leader come Hugo Chávez, Evo Morales o Lula è stata resa possibile da imponenti cicli di lotte che hanno costretto lo Stato a farsi carico di rivendicazioni radicali. In Bolivia, ad esempio, le mobilitazioni popolari hanno portato a una nuova Costituzione che riconosce i diritti delle comunità native e ridefinisce lo Stato come plurinazionale. Tutti questi esperimenti si sono scontrati con limiti strutturali: l’integrazione subalterna nell’economia globale, basata sull’estrattivismo e la finanziarizzazione, ha progressivamente eroso la loro capacità trasformativa mentre la cooptazione dei movimenti sociali ha spesso smorzato il loro potenziale antagonista. La crisi dei governi progressisti ha inoltre rivelato l’emergere di un secondo Stato parallelo, intrecciato con poteri criminali e logiche necropolitiche.
In Europa, la crisi del 2008 e le politiche di austerity hanno riacceso la critica alle istituzioni statali, favorendo l’emergere di esperienze municipaliste come quelle di Barcellona e Madrid, dove movimenti sociali hanno conquistato amministrazioni locali, tentando di riappropriarsi della città come spazio di democrazia radicale. Queste esperienze, insieme alle lotte per i beni comuni urbani, mostrano come la scala metropolitana possa diventare un laboratorio di trasformazione, soprattutto in un contesto in cui lo Stato-nazione, svuotato di sovranità reale dalle dinamiche finanziarie, fatica a rispondere alle esigenze sociali. La sfida che emerge da queste riflessioni è quella di immaginare un comunismo non statalista, capace di attingere alle eresie del passato senza cadere nella nostalgia dei modelli novecenteschi. Se lo Stato rimane un terreno di scontro imprescindibile, la sua crisi di legittimità e efficacia impone di costruire forme di organizzazione politica che lo trascendano, moltiplicando i contropoteri sociali e sperimentando nuove geografie del conflitto. La lezione più importante delle esperienze latinoamericane ed europee è che la trasformazione radicale non può più passare attraverso la semplice conquista dello Stato ma deve costruire spazi di autogoverno e lotta dentro e contro le sue strutture, in una prospettiva insieme locale e transnazionale.