- Introduzione
Nel suo libro Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione Andrea Fumagalli caratterizza l’economia capitalista come un sistema monetario di produzione e non come di semplice scambio. Questo approccio sottolinea la preminenza della produzione e dell’accumulazione rispetto allo scambio e alla realizzazione del valore. Il motore della produzione è l’investimento che rappresenta l’accumulazione privata di capitale e dipende dalle decisioni imprenditoriali capaci di influenzare dinamicamente il progresso tecnologico e l’uso dei fattori produttivi determinando il successo del processo di accumulazione e la distribuzione della ricchezza, sia in termini quantitativi che qualitativi. L’investimento per Fumagalli non si limita a determinare il livello di consumo e risparmio. Esso assume la forma di un biopotere che condiziona il lavoro e, di conseguenza, il controllo sui corpi e sulle menti degli individui. Non si tratta però di un potere assoluto per via del vincolo prodotto da fattori come le modalità di finanziamento e le aspettative sulla domanda finale dei beni. Mentre il finanziamento è un fattore noto a priori, le aspettative sono formulate in condizioni di incertezza e non sono completamente quantificabili, nonostante i tentativi di teorizzarle matematicamente. Queste aspettative, influenzate da variabili psicologiche, sono cruciali per le decisioni imprenditoriali. L’obiettivo dell’accumulazione capitalistica è la generazione di plusvalore monetario, ciò rende l’economia capitalista intrinsecamente monetaria. La moneta, in particolare come moneta-credito, svolge un ruolo centrale in questo processo. Lo studio del capitalismo, quindi, deve considerare i meccanismi di finanziamento, i modi di produzione e la fase di realizzazione, riflettendo il ciclo del capitale monetario descritto da Marx e ripreso da interpretazioni eterodosse keynesiane.
- Il biopotere della finanza
Nel 1975 gli Stati Uniti avviarono un processo di liberalizzazione delle commissioni finanziarie con l’obiettivo di potenziare il finanziamento dell’economia attraverso i mercati azionari. Questa decisione consentì l’ingresso di nuove società di brokeraggio, i cosiddetti discount brokers, che iniziarono a competere per attrarre investitori offrendo commissioni più basse con il risultato di erodere il monopolio dei grandi investitori istituzionali, come Goldman Sachs e Merrill Lynch, fino ad allora capaci di controllare i prezzi dei titoli e le connessioni elettroniche con le borse. Il ruolo dominante delle grandi società di intermediazione mobiliare (SIM) non venne meno, anzi, con l’espansione del mercato azionario il loro potere crebbe ulteriormente. Nello stesso periodo si assistette a una massificazione degli investimenti azionari, un fenomeno che negli anni ’90, con l’avvento di Internet e del trading online, divenne ancora più marcato. Questo processo, definito come socializzazione della finanza, fu favorito dall’informatizzazione della raccolta e del collocamento del risparmio nei mercati azionari. La crisi fiscale dello Stato sociale di New York nel 1974-1975, legata alla difficoltà di controllo politico sulla distribuzione del reddito e alla trasformazione dei proletari in forza lavoro salariata, fu uno dei fattori che contribuirono a questo cambiamento che produsse, ad esempio, l’utilizzo dei fondi pensione dei dipendenti pubblici per finanziare il deficit della città ed evitare di aumentare le tasse ai ricchi. Questo meccanismo subordinò i dipendenti pubblici alla disciplina finanziaria, annullando la possibilità di alleanze politiche tra i nuovi poteri metropolitani e i funzionari pubblici. Fumagalli sostiene che la liberalizzazione delle commissioni del 1975 e l’uso dei fondi pensione per finanziare il deficit pubblico furono due facce della stessa medaglia, entrambe volte a estendere la partecipazione ai mercati finanziari e a rendere sempre più dipendenti dalle quotazioni azionarie quote crescenti del reddito differito dei lavoratori. In questo modo si realizza la transizione dal tradizionale potere di controllo e disciplinamento dello Stato al potere apparentemente non coercitivo dei mercati finanziari che esercitano un controllo sociale diretto attraverso l’autocontrollo dei singoli individui. Nel 1981, con l’introduzione del piano di pensionamento 401(k), si passò da un sistema di prestazione definita a uno di contribuzione definita, in cui la rendita pensionistica dipende dai rendimenti dei titoli in cui sono investiti i risparmi favorendo così l’investimento in azioni rispetto ad altri strumenti finanziari e contribuendo alla crescita dei fondi di investimento e della finanziarizzazione del risparmio collettivo. La diffusione dei fondi di investimento fu ulteriormente incentivata dalla pubblicità e dalla riduzione dell’inflazione, portando a un drenaggio massiccio del risparmio verso i mercati azionari. La finanziarizzazione dell’economia è stata una delle principali cause della formazione della new economy alla fine del millennio. Questo processo ha rappresentato una forma sofisticata di biopotere, in cui il controllo sociale è esercitato attraverso la dipendenza delle condizioni di vita future dalle performance dei mercati finanziari. La razionalità dei mercati finanziari si basa su comportamenti mimetici e gregari, in cui gli investitori individuali reagiscono non tanto alle informazioni ma a ciò che credono sia il comportamento degli altri investitori. Fumagalli la definisce razionalità bioeconomica ed è alimentata dai media e dalla comunicazione che giocano un ruolo cruciale nel creare convenzioni e opinioni pubbliche. I mercati finanziari per l’autore funzionano sulla base di convenzioni linguistiche e performative, in cui il linguaggio finisce per creare la realtà. Si tratta di un processo di autoriferimento dei mercati finanziari in cui i prezzi dei titoli si basano su convenzioni collettive piuttosto che su valori economici sottostanti e rappresenta una forma di alienazione in cui l’individualità è subordinata alla logica del capitale cognitivo. Nel passaggio dal modello fordista-taylorista al capitalismo cognitivo bioeconomico il principio regolatore dell’accumulazione si è spostato dalla disciplina del lavoro salariato alla finanziarizzazione dell’economia. Nel fordismo l’etica del lavoro e la relazione tra crescita e benessere definivano la convenzione economica dominante, oggi questa è sostituita dalla centralità dei mercati finanziari. Le crisi finanziarie degli anni ‘90, come quelle messicana, asiatica e russa, hanno dimostrato la reversibilità estrema dei mercati e la loro indipendenza dal controllo degli Stati-nazione, evidenziando la centralità degli investitori istituzionali e del risparmio occidentale nel finanziamento delle economie emergenti, indipendentemente dalle conseguenze sociali che ne derivano. Il lavoratore occidentale, in quanto risparmiatore, partecipa inconsapevolmente alla destabilizzazione di intere popolazioni, rimanendo indifferente all’impatto delle proprie decisioni di investimento. Questo fenomeno è favorito dall’ideologia dell’individualismo proprietario, una convenzione finanziaria dominante sostenuta dai media, che promuove l’idea del mercato come entità neutrale e dell’individuo come soggetto autosufficiente capace di arricchirsi grazie alle proprie scelte. Tale logica si estende alla produzione, sostituendo la disciplina della fabbrica con l’autocontrollo e l’adesione spontanea al processo di individualizzazione del lavoro. Nel capitalismo cognitivo, il lavoro digitale, altamente personalizzato e non intercambiabile, porta i lavoratori high-tech a identificarsi con la propria attività, opposta alla concezione del lavoro industriale, vissuto come alienante. La finanziarizzazione in questo scenario non solo determina il valore del salario ma finisce per condizionare anche l’organizzazione della produzione immateriale e cognitiva, in un rapporto di interdipendenza con i mercati finanziari. Per questo il loro funzionamento diventa emblematico dell’intero sistema di accumulazione bioeconomica del capitalismo contemporaneo. Con gli anni ‘70, dice Fumagalli, emerge un nuovo paradigma economico basato sulla finanziarizzazione che comporta un radicale cambiamento nel modo in cui le imprese e gli Stati si finanziano, con un progressivo spostamento del baricentro economico dai tradizionali meccanismi di investimento produttivo e di gestione del debito pubblico verso una crescente dipendenza dai mercati finanziari. Il declino del fordismo segna l’obsolescenza del mercato del credito come strumento di finanziamento degli investimenti e del debito pubblico come canale di finanziamento della produzione di massa. La deregolamentazione dei mercati finanziari ha accelerato questo processo, riducendo il ruolo delle politiche pubbliche nazionali e della gestione del debito pubblico. Fumagalli evidenzia come in questa nuova situazione i concetti di valorizzazione e realizzazione tendono a convergere rendendo il meccanismo finanziario il motore principale dell’espansione economica. La dinamica dei mercati finanziari, con la loro capacità di generare plusvalenze, diventa centrale per il mantenimento dell’equilibrio contabile delle imprese e per la determinazione delle relazioni di potere. La ristrutturazione delle grandi multinazionali, avvenuta nello stesso periodo, segna invece l’inizio di un nuovo modello di accumulazione del capitale. Le imprese hanno iniziato a concentrarsi su pochi asset finanziari, decentralizzando la produzione e ricorrendo massicciamente alla subcontrattazione e alle joint ventures. Questo ha creato un circolo virtuoso per il capitale: le aziende si indebitano con il sistema bancario per acquisire altre società, aumentando il valore delle proprie azioni e generando plusvalenze finanziarie. Il meccanismo così prodotto si consolida negli anni ‘90 portando ad un aumento dei prezzi delle azioni che permette alle aziende di ripagare i debiti e di autofinanziarsi. Il sistema, però, finisce per dipendere dalla crescita costante dei mercati finanziari divenuti essenziali per mantenere l’equilibrio contabile. Il credito bancario diventa sempre meno focalizzato sugli investimenti produttivi e sempre più orientato a finanziare acquisizioni e fusioni con l’obiettivo di aumentare il valore delle azioni e generare plusvalenze finanziarie. Negli Stati Uniti, ad esempio, le imprese si autofinanziano per il 98% degli investimenti produttivi mentre i prestiti bancari sono utilizzati per pagare dividendi, interessi e operazioni di fusione e acquisizione. Il risultato è un aumento del debito privato che sostiene i livelli di consumo e anche una crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Infatti i benefici delle plusvalenze finanziarie sono stati distribuiti in modo molto diseguale, con il 25% più ricco della popolazione che ha beneficiato maggiormente mentre il resto della popolazione ha visto ridursi i salari reali. Tutto ciò ha portato a un aumento della disparità di reddito, con possibili effetti negativi sulla propensione al consumo e sulla dinamica della domanda futura. Le plusvalenze finanziarie hanno assunto un ruolo di moltiplicatore dell’economia reale, simile a quello del deficit pubblico durante il periodo fordista-keynesiano. La fase espansiva dei mercati finanziari, fino al crollo del 2000-2001, è stata trainata dai titoli tecnologici che hanno rivoluzionato il modello produttivo fordista. La new economy è stata caratterizzata dallo sviluppo di nuove tecnologie immateriali e dalla finanziarizzazione di massa, con i mercati finanziari che hanno finanziato gli investimenti in nuove tecnologie e le aziende che hanno utilizzato il credito bancario per aumentare il valore del capitale azionario. L’instabilità intrinseca dei mercati finanziari ha reso necessario un controllo politico, con la creazione di aree finanziarie omogenee come il NAFTA, l’Europa di Maastricht e il Mercosur. Queste aree hanno cercato di stabilizzare i mercati finanziari ma non sempre con successo. Le crisi monetarie del 1997-1998 in Asia, America Latina e Russia hanno evidenziato la fragilità del sistema e la dipendenza dalla crescita della borsa statunitense. La crescita della liquidità finanziaria ha segnato un cambiamento anche nel ruolo delle banche centrali, con la creazione di moneta spostata da esse ai mercati finanziari. Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha monetizzato la domanda di liquidità generata dal comportamento degli investitori mentre in Europa le autorità monetarie hanno perseguito politiche restrittive per facilitare l’introduzione dell’euro, penalizzando la crescita e la competitività tecnologica. Questo ha creato una situazione ambivalente per l’Europa: da un lato, la moneta unica ha protetto il continente dall’instabilità dei mercati finanziari ma dall’altro ha limitato la sua capacità di competere nel campo delle nuove tecnologie. Il cambiamento nella creazione di liquidità ha portato a un mutamento perfino nella natura della sovranità, con il passaggio da una sovranità basata sullo Stato nazionale a una sovranità basata sull’opinione pubblica e sulle convenzioni socio-finanziarie globali, il tutto accompagnato dallo sviluppo di nuove innovazioni finanziarie, come i derivati, che hanno permesso di gestire il debito e il credito tra banche e imprese, creando moneta ex novo.
Le convenzioni socio-finanziarie globali di cui parla Fumagalli entrano in crisi nei primi mesi del 2000 con un momento di rottura nel sistema capitalistico capace di evidenziare le profonde contraddizioni sia nel settore tecnologico che in quello finanziario. Il meccanismo di realizzazione del valore si rivelò eccessivamente sbilanciato verso attività immateriali che spesso rimanevano teoriche e non si traducevano in iniziative produttive concrete. Questo fenomeno, tipico delle crisi di sottoconsumo, fu esemplificato dalla denuncia del Financial Times nel settembre 2000 che rilevò come solo il 20% delle infrastrutture di fibra ottica e delle reti esistenti fosse effettivamente utilizzato per Internet. Si trattò di un telecom crash causato principalmente dal fatto che l’uso delle tecnologie informatiche richiede tempo, un bene sempre più scarso per i lavoratori, specialmente per quelli più impegnati nella produzione di queste stesse infrastrutture. Paradossalmente, coloro che avevano maggiori mezzi per sfruttare le potenzialità delle reti informatiche erano proprio quelli con meno tempo libero, intrappolati in un circolo vizioso di lavoro e produzione. La crisi da sottoconsumo si inserì in un contesto più ampio, caratterizzato dalla transizione dal capitalismo fordista a quello cognitivo. Nel modello fordista, il consumo di massa era sostenuto da una redistribuzione del reddito che garantiva potere d’acquisto alle classi lavoratrici. Nel capitalismo cognitivo, invece, la precarizzazione del lavoro e l’allungamento dei tempi lavorativi hanno reso il tempo una risorsa sempre più scarsa, creando una contraddizione tra la produzione immateriale, frutto della cooperazione sociale (general intellect), e l’organizzazione gerarchica e individualizzata del lavoro. Sul fronte finanziario la crisi esplose nel marzo 2000, quando i mercati azionari, dopo aver raggiunto picchi storici, iniziarono a crollare. Le prime a essere colpite furono le aziende della net economy, seguite da quelle della old economy, molte delle quali si erano indebitate pesantemente per speculare sui mercati finanziari. La necessità di correggere i bilanci per mantenere le aspettative degli investitori portò a comportamenti fraudolenti e a una crescente attenzione degli istituti bancari nel proteggere i propri interessi. La crisi finanziaria si manifestò come una cascata di eventi, con le imprese tecnologiche che trascinarono nel loro crollo anche le aziende tradizionali, esponendo le fragilità di un sistema basato su una finanza sempre più speculativa e distante dall’economia reale. La situazione fu ulteriormente complicata dall’introduzione dell’euro nel 1999 che subì una forte svalutazione rispetto al dollaro statunitense, favorito dalla crescita economica degli Stati Uniti e dal loro ruolo dominante nei mercati finanziari globali. Bisogna però ricordare come dopo l’11 settembre 2001 il governo statunitense adottò politiche di spesa pubblica deficitaria per sostenere l’economia, portando a un indebolimento del dollaro e a una graduale rivalutazione dell’euro. Questo cambiamento rifletteva una nuova geografia economica globale, in cui gli Stati Uniti, pur mantenendo un ruolo centrale, iniziarono a confrontarsi con l’ascesa di nuove potenze economiche, in particolare la Cina che, entrando nell’OMC, ha ampliato la sua quota nel mercato internazionale, diventando un attore chiave nel finanziamento del deficit pubblico statunitense. Il nuovo equilibrio generato ha creato una sorta di interdipendenza tra le due economie, con la Cina che esporta beni a basso costo e finanzia il debito pubblico degli Stati Uniti mentre questi ultimi mantengono un ruolo centrale nei mercati finanziari globali. In Europa l’espansione monetaria non ha portato a un aumento dell’inflazione, sfidando le teorie monetariste tradizionali. La liquidità in eccesso è stata assorbita dai mercati finanziari che hanno assunto un ruolo centrale nel capitalismo cognitivo, diventando il luogo in cui si misura e si valorizza la produttività sociale e cognitiva. Possiamo concludere affermando che i mercati finanziari, lungi dall’essere un retaggio arcaico, rappresentano l’aspetto più innovativo del capitalismo contemporaneo, dove si condensano le variabili chiave del nuovo modello di accumulazione: il linguaggio, il general intellect e le convenzioni sociali che definiscono le forme di controllo politico ed economico.
3. L’accumulazione nel capitalismo cognitivo
In una economia monetaria di produzione, ossia capitalista, l’attività economica è finalizzata all’accumulazione privata che può consistere nel profitto monetario o nella proprietà di nuovi mezzi di produzione. Sebbene le modalità di accumulazione siano cambiate strutturalmente negli ultimi due secoli, il rapporto gerarchico tra capitale e lavoro è rimasto invariato. Le trasformazioni del processo di accumulazione hanno modificato l’organizzazione della produzione, il modo di approvvigionarsi della forza lavoro, la struttura del capitale e le forme di proprietà, direzione e controllo ma queste innovazioni sono servite a mantenere intatte le prerogative del dominio capitalistico. Il soggetto economico che gestisce l’accumulazione è l’impresa privata, la cui produzione è strumentale all’ottenimento del profitto, vincolata a modalità di finanziamento che garantiscano la liquidità necessaria all’avvio e alla riuscita del processo produttivo. Esiste una forte interdipendenza tra le forme di produzione, le modalità di finanziamento e i processi di valorizzazione del capitale la cui evoluzione è caratterizzata dal passaggio dal capitalismo industriale-fordista al capitalismo cognitivo-flessibile. La valorizzazione fordista integrava la forza lavoro in un sistema complesso di macchine e strumenti basato sulla meccanizzazione e sui principi tayloristi, dove la produttività veniva misurata attraverso modelli matematici legati ai beni materiali. Dentro la fabbrica fordista, inoltre, il sapere operaio veniva completamente separato dalla produzione e concentrato nelle mani di ingegneri e manager, secondo la logica della divisione tecnica del lavoro teorizzata da Smith. Il capitalismo industriale dominava anche la sfera finanziaria attraverso il credito con cui regolava l’espansione del capitale e del lavoro salariato, garantendo così la riproduzione ampliata del sistema. La crisi sociale del fordismo ha messo in discussione questa dinamica, determinando una rottura storica nel capitalismo contemporaneo, visibile in due tendenze principali: l’imponente processo di finanziarizzazione, legato alla trasformazione della divisione del lavoro e alla regolazione della relazione salariale, e la crescente centralità del sapere all’interno della produzione che si estende oltre i confini delle imprese e assume un carattere sociale. Questo spostamento ha determinato il passaggio dal capitalismo industriale, nato con la grande fabbrica, al capitalismo cognitivo, in cui produzione e controllo del sapere diventano centrali per la valorizzazione del capitale. In questo nuovo paradigma i modelli in rete e le attività di ricerca assumono un ruolo analogo a quello che la manifattura ebbe per l’industrializzazione mentre il concetto di tempo ceduto tipico del fordismo viene sostituito dal tempo sociale necessario alla produzione e valorizzazione della conoscenza. In contemporanea si assiste alla frammentazione del contratto di lavoro a tempo indeterminato e alla crisi del sistema di protezione sociale, fenomeni che si accompagnano a un crescente processo di precarizzazione, anche se formalmente mascherato dalla presunta autonomia dei lavoratori della conoscenza. La trasformazione del capitalismo è legata all’emergere della cosiddetta convenzione finanziaria e alla diffusione del paradigma linguistico-comunicativo, processi che trovano nella digitalizzazione un elemento chiave. Le tecnologie informatiche hanno permesso di valorizzare il linguaggio e le capacità comunicative della forza lavoro come input produttivi diretti, rendendo possibile la creazione di valore indipendentemente dai vincoli dello spazio fisico. La finanza, grazie alle nuove tecnologie, ha anticipato l’organizzazione reticolare della produzione, accelerando il predominio degli elementi immateriali su quelli materiali. I mercati finanziari finiscono per fissare il valore della produttività sociale e a contribuire a strutturare la divisione del lavoro basata sulla conoscenza. Nei paesi a capitalismo avanzato il valore economico è sempre più determinato da fattori simbolici e immateriali, secondo una logica simile alla creazione di plusvalore nei mercati finanziari. La crescente integrazione tra finanza e produzione si riflette anche nel rapporto tra produzione e consumo, con una fusione progressiva tra le fasi di finanziamento, accumulazione e realizzazione del capitale, senza alterarne la natura di fondo. Rispetto all’epoca fordista la qualità della vita è sempre più condizionata dall’estensione della valorizzazione capitalista poiché la vita stessa diventa una variabile del mercato finanziario globale. Il passaggio dal capitalismo fordista industriale al capitalismo cognitivo è un mutamento strutturale che ridefinisce le modalità di produzione e valorizzazione del capitale. Esso viene interpretato in modi diversi con alcuni che lo considerano una rottura definitiva rispetto al modello precedente mentre altri vi vedono una continuità con le logiche di accumulazione del capitale. La distinzione fondamentale tra i due modelli sta nel modo in cui viene generato il profitto. Nel capitalismo fordista il ciclo di valorizzazione si basava sulla produzione e vendita di merci (D-M-D’) mentre nel capitalismo cognitivo il sapere diventa l’elemento centrale del processo produttivo, con un ciclo che può essere espresso come D-M(K)-D’, dove K rappresenta il sapere come forza produttiva. Questa trasformazione è accompagnata da un aumento degli investimenti nella conoscenza in diversi ambiti come il settore educativo e della formazione, l’espansione della ricerca scientifica e tecnologica o la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La riduzione dei costi di trasmissione e acquisizione del sapere, grazie alle infrastrutture digitali e all’interconnessione globale, favorisce una crescente immaterializzazione della produzione in cui il valore non risiede più tanto nella materia prima o nel lavoro fisico, quanto nella capacità di elaborare, gestire e distribuire conoscenza. Simili cambiamenti non comportano l’eliminazione delle relazioni di sfruttamento e subordinazione tipiche del capitalismo che sono riconfigurate all’interno di nuove forme di controllo e appropriazione. Le interpretazioni mainstream di questo fenomeno tendono a inquadrarlo nell’ambito dell’economia della conoscenza, concetto che descrive il sapere come una risorsa produttiva al pari del lavoro e del capitale fisico. Fumagalli la considera una prospettiva limitata perché ignora le trasformazioni istituzionali e sociali che accompagnano il processo di riorganizzazione produttiva. Per questo motivo è preferibile usare il termine capitalismo cognitivo che evidenzia la continuità tra le dinamiche di accumulazione capitalistica e l’evoluzione delle forme di organizzazione del lavoro. Il capitalismo cognitivo non supera le logiche fondamentali del capitalismo industriale, come la ricerca del profitto, la mercificazione della forza-lavoro e la divisione gerarchica del lavoro, ma le adatta a un nuovo contesto in cui il sapere assume un ruolo centrale nei processi di valorizzazione. Possiamo comprendere questa trasformazione analizzando lo sviluppo storico del rapporto tra sapere e capitale. Nel capitalismo industriale, in particolare con il modello fordista-taylorista, si è assistito a una progressiva espropriazione del sapere operaio. La separazione tra progettazione ed esecuzione ha consentito di disciplinare il lavoro e incrementare la produttività attraverso meccanismi di standardizzazione e controllo. Nel capitalismo cognitivo, invece, il sapere non può essere completamente separato dal lavoratore perché la sua produzione e applicazione dipendono da processi mentali, creativi e relazionali difficili da codificare in procedure rigide. Questo porta a nuove forme di sfruttamento, in cui il capitale cerca di catturare e valorizzare il sapere diffuso all’interno della società attraverso strategie come la precarizzazione del lavoro, il controllo delle infrastrutture digitali e la privatizzazione della conoscenza. La tensione tra la natura collettiva del sapere e la sua appropriazione privata genera una serie di contraddizioni. Il sapere tende a diffondersi e a essere condiviso, grazie alle dinamiche della cooperazione sociale e delle reti digitali mentre il capitale cerca di imporre nuove barriere alla sua accessibilità, attraverso brevetti, copyright, monopoli sulle piattaforme digitali e meccanismi di sorveglianza sul lavoro cognitivo. Queste contraddizioni definiscono il terreno su cui si giocano le lotte sociali e politiche nel capitalismo cognitivo, ponendo interrogativi sulle possibilità di superare le logiche di sfruttamento attraverso modelli alternativi di produzione e condivisione della conoscenza. Fumagalli prova a chiarire nel suo testo cosa si intende con quest’ultimo termine. La conoscenza viene distinta da termini come competenza, sapere, formazione o istruzione, e viene definita come un elemento immateriale che si nutre delle capacità intellettuali e comunicative dell’essere umano. Essa diventa tale nel momento in cui si diffonde e si trasforma in general intellect, un concetto che Marx ha elaborato per descrivere come il sapere sociale si sia trasformato in una forza produttiva immediata, capace di controllare e rimodellare le condizioni del processo vitale della società. Marx sottolinea che il sapere sociale, attraverso lo sviluppo del capitale fisso (come le macchine), diventa una forza produttiva che influenza direttamente il processo di produzione e di accumulazione. Nel capitalismo industriale, la distinzione tra capitale fisso e capitale variabile era chiara: le macchine erano strumenti separati dai lavoratori, i quali le utilizzavano per produrre merci. Nel capitalismo cognitivo questa separazione diventa più sfumata. Il general intellect diventa una qualità del capitale fisso e allo stesso tempo è inalienabile dal lavoratore che lo incorpora come capitale variabile. Il lavoratore non è più semplicemente un esecutore di compiti manuali perché diventa portatore di conoscenza che è parte integrante del processo produttivo. Il lavoro cognitivo, basato su processi di apprendimento e formazione continui, diventa allora centrale nel capitalismo cognitivo. Questo tipo di lavoro richiede un dispendio maggiore di risorse rispetto al lavoro manuale poiché implica un processo di apprendimento intellettuale continuo. Il lavoratore deve imparare a pensare per la macchina, a comprenderne i codici e i linguaggi e a risolvere problemi complessi. Si tratta di un processo di apprendimento che non è discreto, come nel caso del lavoro fordista, ma è continuo e processuale. Fumagalli introduce anche una tassonomia della conoscenza distinguendo tra informazione, sapere e conoscenza sistemica. L’informazione è il livello più basso, caratterizzato da dati strutturati e facilmente trasmissibili. Il sapere è un livello intermedio che include competenze operative e capacità di risolvere problemi specifici. La conoscenza sistemica, invece, è il livello più alto, caratterizzato da una comprensione profonda e dalla capacità di generare nuovo sapere. Questi tre livelli sono interdipendenti: la conoscenza sistemica ingloba il sapere che a sua volta ingloba l’informazione. La diffusione della conoscenza è un aspetto cruciale nel capitalismo cognitivo. Esiste una correlazione inversa tra la profondità della conoscenza e la velocità della sua diffusione perché più la conoscenza è profonda e complessa, più lento è il processo di trasmissione. L’informazione, essendo più semplice, può essere trasmessa rapidamente attraverso tecnologie informatiche mentre la conoscenza sistemica, essendo più complessa, richiede una comunicazione diretta tra individui e non può essere facilmente codificata. Fumagalli distingue anche tra conoscenza codifica e conoscenza tacita. Nel primo caso la conoscenza può essere separata dall’individuo che la possiede per essere trasmessa attraverso procedure standardizzate mentre la conoscenza tacita è intrinsecamente legata alla persona e non può essere facilmente espropriata. Questo rende la conoscenza tacita un bene prezioso poiché è esclusivo e difficilmente trasmissibile, conferendo a chi la possiede un potere contrattuale superiore. Essa, inoltre, è definita come bioconoscenza poiché è legata all’esperienza vitale dell’individuo e non può essere separata dalla sua persona. Nel capitalismo cognitivo, lo ribadiamo per l’ennesima volta, il controllo del sapere sociale e la sua appropriazione diventano centrali per il processo di accumulazione ma esiste un trade-off: maggiore è la diffusione del sapere sociale, maggiore è il potenziale di crescita. Tuttavia per realizzare questo potenziale è necessario che il sapere sia espropriato e incorporato nella struttura privata delle imprese e ciò porta a una contraddizione. Il sapere sociale, in quanto prodotto del general intellect, è un bene comune che nel capitalismo cognitivo, però, diventa oggetto di appropriazione privata. Le tecnologie della comunicazione svolgono un ruolo cruciale in questo processo poiché permettono di separare la conoscenza dal suo portatore e di diffonderla in modo selettivo e controllato. La conoscenza ha un ciclo di vita complesso e dinamico che inizia proprio con la conoscenza tacita e in un secondo momento, se diventa cruciale per i processi di accumulazione e per la competitività economica, tende a essere codificata in procedure standardizzate che ne ampliano la diffusione e la rendono accessibile a una più vasta comunità. Questo passaggio è fondamentale perché permette al sapere di essere trasferito e utilizzato da altri, superando i limiti imposti dalla presenza fisica dell’individuo che lo ha generato. La codificazione della conoscenza avviene attraverso processi di standardizzazione che la rendono replicabile e applicabile in contesti diversi da quello originario, comportando anche una sorta di “alienazione” della conoscenza dal suo creatore poiché una volta codificata essa può essere utilizzato da chiunque abbia accesso alle procedure standardizzate. La conoscenza, infine, può diventare obsoleta grazie alle innovazioni e alle nuove scoperte che portano ad una fase di declino in cui il sapere tende ad essere sostituito da nuove forme di conoscenza più avanzate o adatte ai cambiamenti del contesto economico e sociale. La conoscenza, allora, perde il suo valore originario per poi venire progressivamente abbandonata, salvo una sua rielaborazione o integrazione con nuove scoperte. Il ciclo della conoscenza descritto da Fumagalli è paragonabile a quello di un prodotto ma nel contesto del capitalismo cognitivo assume caratteristiche diverse rispetto al paradigma fordista-industriale. Nel capitalismo fordista la generazione di nuova conoscenza dipendeva dalla “genialità” degli individui e dalla loro formazione attraverso l’istruzione pubblica. Essa veniva poi trasferita al sistema produttivo sotto forma di innovazioni, diffondendosi attraverso meccanismi di imitazione fino a diventare obsoleta e ad essere sostituita da nuove invenzioni. Questo processo era separato dalla sfera produttiva e dal tempo di produzione mentre la conoscenza era vista come un bene individuale che poteva essere trasferito al sistema produttivo solo dopo essere stato sviluppato e testato. Nel capitalismo cognitivo, invece, la specializzazione delle traiettorie formative, sia pubbliche che private, permette una divisione della conoscenza che porta allo sviluppo del general intellect immediatamente incorporato nell’organizzazione produttiva. Il processo di accumulazione di conoscenza, sia tacita che codificata, avviene attraverso percorsi formativi che integrano studio e lavoro, superando la distinzione fordista tra tempo di studio e tempo di lavoro. La formazione permanente diventa essenziale, con una segmentazione dei livelli di apprendimento capace di sviluppare competenze specifiche e di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mercato. Il processo di accumulazione della conoscenza genera un ulteriore sviluppo del general intellect che si sedimenta negli individui e, a differenza del ciclo della conoscenza fordista, nel capitalismo cognitivo non si raggiunge immediatamente un momento di saturazione e obsolescenza. L’accumulazione di conoscenza è tendenzialmente infinita e il general intellect si sviluppa attraverso più fasi del ciclo di vita della conoscenza. Ciò comporta che il sapere non si esaurisce mai completamente e continua a evolversi e ad integrarsi con nuove scoperte e innovazioni. I processi di apprendimento dinamici, garantiti dall’alta capacità di accumulazione del sapere, generano costantemente conoscenza sociale e general intellect. Nel capitalismo industriale, il capitale fisico generava rendimenti crescenti di produzione attraverso economie di scala statiche. Nel capitalismo cognitivo, invece, i rendimenti crescenti sono determinati dalle economie di apprendimento e dalla conoscenza generata dall’accumulazione del capitale umano. Questo significa che la produttività non è più legata solo alla quantità di risorse materiali impiegate ma alla capacità di generare e diffondere conoscenza. Il processo di accumulazione descritto da Fumagalli presenta diverse problematiche. Innanzitutto la conoscenza è difficile da misurare, sia qualitativamente che quantitativamente, poiché è intangibile e ubiquitaria. È necessario riconoscere e classificare la conoscenza che ha un impatto sulla produttività del lavoro. Il general intellect è presente ovunque ci siano esseri umani e il suo riconoscimento è cruciale per il processo di accumulazione. Ne consegue che il sapere non può essere misurato con gli stessi strumenti utilizzati per i beni materiali e pertanto richiede nuovi metodi di valutazione che tengano conto della sua natura intangibile e dinamica. La nuova forma di accumulazione si riverbera su quattro aspetti principali: il regime di proprietà, i fattori determinanti della produttività e della competitività, la relazione individuo-collettività e una nuova concezione del tempo. Questi aspetti portano a una nuova teoria del valore, in cui la conoscenza diventa il motore principale dell’accumulazione. Fumagalli cita un congresso svoltosi all’Università di Pavia nell’aprile 2005 dove Yann Moulier Boutang ha affrontato alcune questioni teoriche centrali relative alla relazione tra valore e produzione immateriale, con particolare riferimento al capitalismo cognitivo in cui l’origine del valore deriva dal lavoro come in quello fordista. Tuttavia le forme e le dinamiche del lavoro stesso si trasformano radicalmente. Per esempio il concetto di lavoro vivo assume nuove dimensioni nel contesto della produzione immateriale e del lavoro cognitivo. Moulier Boutang ha evidenziato due aspetti principali. Il primo riguarda l’impatto della produzione immateriale sul lavoro, in particolare sul lavoro astratto e sulla misurazione delle merci in termini di valore-lavoro che solleva interrogativi sulla validità della teoria del valore-lavoro nel contesto del capitalismo cognitivo, dove la produzione di conoscenza, linguaggio e relazioni sociali diventa predominante. Il secondo aspetto, strettamente legato al primo, concerne la doppia natura della merce secondo Marx, ovvero il valore d’uso e il valore di scambio. Questa dualità è particolarmente rilevante quando si parla della merce forza lavoro ma diventa problematica nel caso della merce-conoscenza che è prodotta dalla forza lavoro ma non è separabile da essa. La merce-conoscenza, infatti, è intrinsecamente legata alla soggettività e alla creatività del lavoratore, rendendo difficile la sua quantificazione e misurazione in termini di valore di scambio. Nel capitalismo cognitivo tutte le merci sono prodotte e misurate attraverso una quadrupla composizione: hardware (la componente materiale e tecnologica), software (la produzione linguistica e simbolica), wetware (la produzione cerebrale-immateriale, legata alla conoscenza e alla creatività) e netware (le reti informatiche e le relazioni sociali che coordinano la produzione). La forza lavoro stessa è prodotta da questi quattro componenti che interagiscono in modo complesso. Definire il valore di scambio e il valore d’uso della produzione immateriale, come quella linguistica o cerebrale, è particolarmente complesso e crea difficoltà nel separare il valore d’uso dal valore di scambio all’interno della stessa forza lavoro, compromettendo non solo la teoria del valore-lavoro ma anche la teoria dello sfruttamento. La difficoltà di misurare il lavoro cognitivo e immateriale mette in discussione la possibilità di calcolare il plusvalore in modo tradizionale poiché il lavoro vivo non può essere ridotto a semplice lavoro immediato o a tempo di lavoro. Per affrontare queste problematiche è necessario ridefinire il concetto di plusvalore nel contesto del capitalismo cognitivo. Il lavoro vivo non può più essere considerato solo come lavoro semplice (immediato) perché deve includere anche la componente cognitiva e relazionale del general intellect, ovvero l’insieme delle conoscenze, delle capacità e delle relazioni sociali che caratterizzano il lavoro contemporaneo. Il lavoro vivo si divide quindi in due parti: una legata al lavoro fisico cristallizzato nel capitale fisico (hardware) e l’altra legata alla produzione di conoscenza e innovazione (wetware). Quest’ultima componente non può essere ridotta a mezzo di produzione oggettivo e rappresenta il lavoro astratto nel capitalismo cognitivo, dove il sistema produttivo può essere definito come produzione di conoscenza attraverso conoscenza (K-K’). In questa nuova configurazione il tempo di lavoro non è più la sola misura della ricchezza. La produzione basata sul valore di scambio entra in crisi e il lavoro immediato cessa di essere la principale fonte di ricchezza. Il libero sviluppo dell’individuo e la riduzione del tempo di lavoro necessario diventano centrali mentre il capitalismo cerca di ridurre il tempo di lavoro e allo stesso tempo lo mantiene come misura della ricchezza. Questa contraddizione è particolarmente evidente nel capitalismo cognitivo dove il tempo di vita degli individui diventa la nuova unità di misura del lavoro. Il capitalismo cattura oltre al tempo di lavoro anche il tempo di vita stesso, inteso come l’intero arco esistenziale dell’individuo che include fasi di apprendimento, sviluppo delle capacità cognitive e relazionali e produzione di conoscenza. Infine il lavoratore cognitivo è inserito in un processo di cooperazione che rende il lavoro una prestazione collettiva. La produzione di conoscenza e linguaggio avviene all’interno di reti sociali e relazionali in cui la soggettività del lavoratore si fonde con quella degli altri, creando una molteplicità di forme di cooperazione. Questo processo è descritto da Félix Guattari come una molteplicità che si dispiega oltre l’individuo in cui le relazioni sociali e gli affetti diventano centrali nella produzione di valore. Per concludere questo paragrafo, Fumagalli sostiene che la crisi del capitalismo industrial-fordista rappresenta anche una crisi di realizzazione monetaria legata alla saturazione della domanda di consumo materiale strettamente connessa al declino delle tre principali variabili che tradizionalmente sostenevano la crescita economica: la domanda interna, la domanda esterna e la domanda pubblica. Questi pilastri, che nel periodo fordista garantivano una crescita costante e sostenuta, hanno perso progressivamente importanza, portando a un rallentamento strutturale della crescita economica a partire dagli anni ’70. Un simile rallentamento è il risultato di una trasformazione interna al sistema capitalistico che sta evolvendo verso un nuovo paradigma, quello del capitalismo cognitivo, caratterizzato da una produzione sempre più immateriale e basata sulla conoscenza e sulla comunicazione. Per Fumagalli la transizione non è ancora completa e per questo ci troviamo in una fase intermedia in cui alcuni aspetti del vecchio sistema convivono con quelli del nuovo. Nel capitalismo fordista la realizzazione monetaria era garantita da una combinazione di domanda interna, sostenuta da salari relativamente alti e da un welfare state robusto, e da una domanda esterna dinamica, trainata dal commercio internazionale di beni di consumo. A questo si aggiungeva la domanda pubblica che attraverso politiche di deficit spending stimolava l’economia e sosteneva la crescita. Con l’avvento del capitalismo cognitivo questi meccanismi hanno subito una profonda trasformazione dove la finanziarizzazione dell’economia ha giocato un ruolo cruciale. A partire dagli anni ’90 una quota crescente delle rendite del lavoro è stata deviata verso i mercati finanziari che hanno assunto funzioni precedentemente svolte dallo Stato sociale, come le pensioni, la sanità e l’istruzione. Questo processo ha generato plusvalenze finanziarie che, sebbene temporanee e legate a bolle speculative, hanno sostenuto la domanda di consumo attraverso l’iniezione di moneta virtuale generando una dinamica non sostenibile nel lungo periodo poiché basata su una crescita artificiale e su una speculazione che prima o poi si scontra con i limiti della realtà economica. La domanda esterna perde slancio invece a causa dei mercati di beni di consumo che hanno raggiunto un livello di saturazione, riducendo la domanda internazionale. In secondo luogo abbiamo l’instabilità dei cambi, dovuta al passaggio a un regime di cambi flessibili, che ha favorito la speculazione finanziaria a scapito del commercio internazionale. La crescente internazionalizzazione della produzione e l’integrazione dei mercati globali hanno intensificato la competizione tra paesi e imprese, portando a processi di concentrazione produttiva che hanno ulteriormente ridotto la domanda di prodotti già maturi. Infine, l’emergere di problemi ambientali e la crescente scarsità di alcune materie prime hanno reso meno attraenti le produzioni ad alto impatto ambientale, limitando ulteriormente la crescita basata sull’export. Un altro fattore che ha contribuito al declino della domanda esterna è la difficoltà di trasferire le nuove tecnologie, come quelle informatiche e comunicative (TIC), verso i paesi in via di industrializzazione. A differenza delle tecnologie meccaniche del passato, che potevano essere facilmente adattate a nuovi contesti produttivi, le TIC richiedono un lungo periodo di apprendimento e un tessuto sociale caratterizzato da competenze professionali avanzate. Questo ha limitato la capacità dei paesi emergenti di adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie, riducendo le opportunità di crescita basate sull’export. La domanda pubblica è stata anche indebolita dalle politiche di privatizzazione e dal ridimensionamento dello Stato sociale. Il declino del welfare state ha favorito i mercati finanziari che hanno assunto un ruolo centrale nel sostenere la domanda e questo ha creato una dipendenza da bolle speculative insostenibili nel lungo periodo. La crescente polarizzazione della ricchezza, sia a livello globale che all’interno dei paesi più ricchi, ha ulteriormente depresso la domanda di beni di consumo poiché una quota crescente del reddito è stata concentrata nelle mani di una minoranza, riducendo il potere d’acquisto della maggioranza della popolazione. Nel capitalismo cognitivo la realizzazione monetaria si basa sempre più sulla produzione immateriale e sulla comunicazione. La pubblicità e il marketing non sono più separati dalla produzione e ne diventano parte integrante, determinando e dirigendo il consumo che si trasforma in un atto di partecipazione sociale e comunicazione, dove l’acquisto di beni e servizi è legato alla creazione di immaginari e stili di vita. Le grandi aziende investono massicciamente in pubblicità e comunicazione, creando una rete di significati che modifica il comportamento dei consumatori e li spinge a identificarsi con determinati modelli di vita. Questa apparente libertà di scelta del consumatore è in realtà un’illusione. La differenziazione dei prodotti e la velocità con cui vengono sostituiti sono strumenti di controllo sociale che creano un’omogeneità di comportamenti sotto l’apparenza del dinamismo e della diversità. Il consumo diventa così un atto di produzione, dove il cliente è integrato in processi standardizzati e massificati e il lavoro assume caratteristiche sempre più flessibili e relazionali.
4. Coma cambia il lavoro
Nella fase di transizione dal capitalismo fordista al capitalismo cognitivo emergono due elementi fondamentali nel rapporto tra produzione e lavoro, entrambi legati al ruolo centrale del sapere nel nuovo paradigma produttivo. Uno di questi è la cosiddetta terziarizzazione, ovvero l’espansione del settore terziario, fenomeno strettamente connesso all’informatizzazione del lavoro. Nei paesi capitalistici avanzati il settore terziario ha assunto un peso crescente sia in termini occupazionali che nella creazione di valore aggiunto mentre nei paesi in via di sviluppo si è verificata un’espansione del settore industriale, in particolare in America Latina e nel Sud-est asiatico. Questo spostamento globale ha portato i paesi di vecchia industrializzazione a transitare dal capitalismo fordista a quello cognitivo invece nelle economie del Sud globale si è assistito a un passaggio dal capitalismo pre-taylorista a quello taylorista, sebbene senza un vero e proprio sviluppo fordista. Contemporaneamente il processo di urbanizzazione ha generato strutture produttive reticolari e gerarchiche favorendo un’ibridazione tra produzione industriale e forme di comando tipiche del capitalismo cognitivo. L’idea di uno sviluppo economico autonomo che ricalchi le tappe delle economie più avanzate è illusoria poiché i rapporti di potere economico globale impediscono una ripetizione lineare della storia. Anche se alcune economie oggi mostrano un predominio dell’agricoltura, esse sono integrate in un sistema industriale globale che le rende subordinate alle dinamiche imposte dalle economie più forti. La struttura economica mondiale è quindi caratterizzata da una molteplicità di centri e periferie interconnesse da relazioni di gerarchia e competizione piuttosto che da una divisione rigida tra Primo e Terzo Mondo. Alcuni studiosi considerano la terziarizzazione come il superamento del modello industriale di produzione e delle sue contraddizioni, parlano per questo motivo di “società post-industriale” suggerendo che il lavoratore salariato abbia perso la sua centralità nel meccanismo di accumulazione, sostituito da nuove forme di lavoro che sfuggono alla tradizionale dicotomia capitale-lavoro. Ne consegue che la cooperazione tra capitale e lavoro sarebbe diventata più spontanea, rendendo obsoleta la lettura marxista del conflitto. Un’altra interpretazione vede la terziarizzazione come una trasformazione interna al capitalismo, legata all’evoluzione tecnologica e organizzativa del capitalismo cognitivo. Il passaggio dalle tecnologie meccaniche a quelle linguistiche e comunicative attraverso l’informatizzazione ha modificato la produzione e la condizione lavorativa degli individui, introducendo nuove forme di divisione del lavoro basate sull’accesso alla conoscenza e all’informatizzazione. Questa dinamica ha reso possibile il controllo a distanza della produzione e la sua maggiore flessibilità grazie ai processi di localizzazione e internazionalizzazione. Di conseguenza il settore terziario non rappresenta una rottura con il capitalismo industriale, bensì una sua evoluzione: la crescita dei servizi avanzati nei paesi OCSE è possibile proprio grazie alla coesistenza di economie tayloriste e persino pre-tayloriste nel Sud globale. Fumagalli sostiene correttamente che il capitalismo contemporaneo non è caratterizzato da sistemi economici storicamente più avanzati e altri più arretrati ma da un unico processo di accumulazione che assume forme differenti a seconda del grado di divisione del lavoro e della conoscenza. Per quanto riguarda il lavoro digitale, è definito come un’attività lavorativa interconnessa con l’uso di strumenti informatici e digitali, caratterizzata da una dipendenza strutturale dalla tecnologia e da una costante trasformazione. Per Marx il lavoro vivo rappresenta l’elemento soggettivo, politico e comunicativo del processo produttivo che oggi si manifesta attraverso il lavoro cognitivo, ovvero la forma astratta del lavoro digitale e prevale nei centri tecnologici e finanziari globali. La centralità della conoscenza nel capitalismo contemporaneo ha generato una contraddizione: alla sconfitta dell’operaio fordista negli anni ‘80 è seguita una crescente intellettualizzazione del lavoro vivo. Anche il lavoro manifatturiero, oltre alla terziarizzazione e alla delocalizzazione, ha visto un’evoluzione che implica una maggiore capacità decisionale e di gestione dell’informazione, nonché un’interfaccia costante tra operai, macchine e gerarchie aziendali. Questo processo riflette la necessità di governare la soggettività, la personalità e le capacità relazionali della forza lavoro, riorganizzando quantità e qualità del lavoro attorno alla sua dimensione immateriale. La trasformazione dell’operaio in lavoratore del controllo e della gestione delle informazioni è evidente nelle tecnologie CAD-CAM, dove il design digitale è direttamente interconnesso con l’esecuzione produttiva. Il suo impatto varia a seconda della posizione gerarchica dei lavoratori. Se questo fenomeno interessa il lavoro operaio, è ancor più rilevante nel settore terziario, sebbene alcune funzioni del terziario materiale rimangano altamente manuali. Lo stesso discorso vale per settori come logistica, trasporti e distribuzione dove l’uso di tecnologie digitali e la necessità di competenze relazionali sono sempre più rilevanti. L’immaterialità del lavoro è ancora più evidente nei servizi di cura, nella comunicazione, nella finanza, nei media e nella produzione simbolica, dove la cooperazione sociale diventa l’elemento essenziale del ciclo produttivo. Il lavoro cognitivo non è una novità storica ma nel capitalismo contemporaneo rappresenta la tendenza dominante nel lavoro vivo. La sua eterogeneità impedisce la definizione di un unico modello di organizzazione scientifica del lavoro poiché il capitalismo cognitivo si fonda sull’impossibilità di misurare la produttività in termini materiali. Da una prospettiva marxista il problema è verificare se il lavoro si trasformi integralmente in lavoro cognitivo e se possa divenire un soggetto egemonico. Marx, nei Grundrisse, aveva già ipotizzato che la creazione di ricchezza dipendesse più dallo sviluppo scientifico e tecnologico che dal tempo di lavoro immediato. La produzione diventa così un’attività collettiva e sociale, in cui il lavoro e la conoscenza si fondono in un’unità inscindibile. Ciò rappresenta il nucleo della contraddizione tra capitale e lavoro nel capitalismo cognitivo, in cui la funzione del sapere è il perno dell’accumulazione. La natura astratta del capitalismo cognitivo fa sì che si manifesti in una varietà di forme, ognuna delle quali riflette differenze significative che caratterizzano il mercato del lavoro contemporaneo. Queste differenze rappresentano una trasformazione profonda nella struttura stessa del lavoro che si è evoluta rispetto ai modelli tradizionali del fordismo e del taylorismo. In passato il lavoro subordinato, sia manuale che intellettuale, era dominato dalla figura dell’operaio massa, simbolo di una relazione di subordinazione chiara e definita. Nel capitalismo cognitivo il lavoro subordinato è diventato solo una delle molte forme di prestazione lavorativa mentre altre modalità, come il lavoro autonomo e le forme di lavoro precario, hanno guadagnato sempre più spazio. Il cambiamento è evidente nella frammentazione del lavoro e nella progressiva erosione delle forme contrattuali tradizionali che un tempo garantivano stabilità e diritti ai lavoratori. La riduzione del numero di lavoratori subordinati a tempo indeterminato è un fenomeno diffuso in molti paesi europei e ha contribuito a una decomposizione del mercato del lavoro, rendendolo più fluido e meno prevedibile. Questo processo ha anche indebolito il ruolo dei sindacati che si sono trovati impreparati di fronte a queste trasformazioni. Una delle conseguenze più evidenti di tutto ciò è la progressiva sfumatura della distinzione tra lavoro manuale e intellettuale. Il lavoro manuale era associato a compiti ripetitivi e fisicamente faticosi mentre il lavoro intellettuale era legato a processi creativi e cognitivi difficili da misurare in termini di produttività. Oggi, tuttavia, l’automazione flessibile e l’introduzione di tecnologie informatiche hanno rivoluzionato entrambe le forme di lavoro. Nel lavoro manuale l’automazione ha ridotto la ripetitività delle catene di montaggio, integrando più funzioni in un unico processo operativo, ma ha anche aumentato la complessità delle competenze richieste, rendendo necessaria una formazione continua e specializzata. Nel lavoro intellettuale l’impatto delle tecnologie è stato ancora più profondo: la standardizzazione dei processi di produzione immateriale e l’introduzione di linguaggi informatici hanno reso possibile misurare e controllare la prestazione intellettuale in modo sempre più preciso, portando a una sorta di taylorizzazione del lavoro cognitivo che ha svuotato in parte il contenuto del lavoro intellettuale, riducendolo a una serie di procedure standardizzate e meccanizzate, con una conseguente svalutazione della sua importanza e della sua autonomia. Parallelamente, la figura del lavoratore autonomo ha assunto un ruolo sempre più centrale nel capitalismo cognitivo. Se nel capitalismo industriale-fordista il lavoro autonomo era visto come una forma marginale e spesso legata a professioni tradizionali o a settori preindustriali, oggi è diventato una delle figure chiave del mercato del lavoro. Il lavoro autonomo di seconda generazione si distingue per una maggiore integrazione tra autonomia e subordinazione, con lavoratori che godono di una certa discrezionalità nelle decisioni relative al contenuto del lavoro, alla retribuzione e al tempo di lavoro ma che allo stesso tempo sono esposti a una maggiore incertezza e precarietà. Questo tipo di lavoro richiede competenze relazionali e comunicative che vanno oltre la semplice prestazione lavorativa, diventando un elemento essenziale per il successo e la sopravvivenza nel mercato. Si tratta di competenze spesso difficili da quantificare e valorizzare poiché non sono considerate produttrici di valore aggiunto in senso tradizionale. La percezione dello spazio e del tempo nel lavoro autonomo è profondamente diversa rispetto a quella del lavoro subordinato. Il lavoratore autonomo ha un maggiore controllo sul proprio spazio di lavoro, che spesso coincide con lo spazio domestico, e sul proprio tempo, che però tende a sovrapporsi sempre più al tempo di vita. Il fenomeno, noto come domesticazione del lavoro, ha portato a un allungamento della giornata lavorativa e a una difficoltà nel separare il tempo dedicato al lavoro da quello dedicato alla vita privata. Mentre nel lavoro subordinato la separazione tra vita lavorativa e vita privata era netta, nel lavoro autonomo questa distinzione si è sfumata, creando un unico ciclo socio-affettivo in cui il lavoro domina sempre più la vita del lavoratore. La retribuzione nel lavoro autonomo non è più basata sul salario fisso, tipico del lavoro dipendente, ma sul pagamento per prestazione. Il passaggio dalla busta paga alla fattura rappresenta un cambiamento radicale: non si paga più il lavoro in sé ma il prodotto o il servizio fornito. Il lavoratore autonomo, in questo senso, sintetizza le figure del dipendente e dell’imprenditore poiché la sua remunerazione dipende dall’auto-sfruttamento della propria capacità lavorativa e dalla posizione contrattuale che occupa nel mercato. Questo sistema, tuttavia, elimina la garanzia di sussistenza tipica del salario fordista, sostituendola con una condizione di precarietà e rischio esistenziale. La retribuzione non è più legata alla semplice sopravvivenza del lavoratore ma alla capacità di produrre valore attraverso la prestazione offerta. L’identità professionale diventa un elemento cruciale nel lavoro autonomo. A differenza del lavoro dipendente, spesso caratterizzato da una certa impersonalità e standardizzazione, il lavoratore autonomo deve distinguersi attraverso la professionalità e l’aggiornamento continuo delle competenze. Ciò che conta davvero, però, è l’esclusività della prestazione offerta. In altre parole, il lavoratore autonomo deve possedere una competenza unica o rara per poter competere nel mercato. Questo rende il lavoro autonomo più flessibile e individualizzato ma anche più precario poiché il successo dipende dalla capacità di mantenere una posizione di vantaggio competitivo in un contesto in continua evoluzione. La parasubordinazione, invece, rappresenta una forma ibrida di lavoro, tipica del capitalismo cognitivo, che combina elementi del lavoro dipendente e autonomo. Formalmente, il lavoratore parasubordinato non è un dipendente ma di fatto è soggetto a un alto livello di controllo e prescrizione delle attività. In Italia questa forma di lavoro è particolarmente rilevante e ha contribuito alla precarizzazione del mercato del lavoro. Contratti come le collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co) e i contratti a progetto (co.co.pro) sono esempi di questa forma di lavoro che offre poche tutele e garanzie ai lavoratori, pur mantenendo un alto grado di controllo da parte del datore di lavoro. La parasubordinazione rappresenta quindi una forma di lavoro che, pur non essendo formalmente subordinata, nasconde alti livelli di dipendenza e precarietà. Un’altra forma di lavoro esaltata dal capitalismo cognitivo è il lavoro di cura, tradizionalmente svolto in ambito familiare e non retribuito. Questo tipo di lavoro, diventato retribuito, include attività domestiche e assistenziali ed è spesso affidato a donne immigrate. È caratterizzato da flessibilità, auto-sfruttamento e relazioni di dipendenza e, pur essendo sempre più integrato nel processo produttivo, rimane soggetto a bassa retribuzione e scarso riconoscimento sociale. In molti casi le lavoratrici domestiche si trovano in una condizione di dipendenza personale, poiché il loro lavoro è strettamente legato alla sfera privata e intima delle famiglie per cui lavorano, rendendo il lavoro di cura una forma moderna di lavoro servile, in cui le condizioni di sfruttamento e precarietà sono particolarmente evidenti.
5. La bioeconomia
Il capitalismo cognitivo si configura come una fase in cui il processo di accumulazione si estende oltre lo sfruttamento del lavoro salariato e si radica nella dimensione bioeconomica, coinvolgendo la totalità della vita degli individui. La struttura produttiva assume una forma reticolare, fondata sulla cooperazione, sulla comunicazione, su meccanismi di controllo sociale e autocontrollo. Per Fumagalli ciò significa che oltre agli spazi fisici e virtuali vengono assoggettati alla logica del capitale perfino le relazioni interpersonali, le interazioni sociali e le attività cognitive diventano elementi centrali dell’accumulazione. Il capitalismo cognitivo si afferma dunque come una forma di bioeconomia in cui la produzione di valore si basa sulle facoltà vitali degli individui e il sapere stesso viene assimilato al bios, diventando materia prima del processo produttivo. L’accumulazione capitalistica implica, quindi, l’esistenza di dispositivi di potere in grado di trasformare le attività esistenziali in relazioni economiche produttive, portando la bioeconomia a configurarsi come l’aspetto complementare della biopolitica. Quest’ultima si occupa del controllo sociale e giuridico mentre la bioeconomia si riferisce ai meccanismi di produzione, accumulazione e redistribuzione del valore. La prospettiva delineata da Fumagalli si inserisce in un lungo percorso di trasformazioni dell’accumulazione capitalistica. Storicamente l’economia capitalista si è progressivamente liberata dai vincoli dell’agricoltura e della natura per assumere forme sempre più artificiali e discrezionali. Con la rivoluzione industriale l’accumulazione si è strutturata attraverso la manifattura e si è sviluppata in funzione della combinazione tra i saperi operai e i primi processi di meccanizzazione, legati soprattutto all’industria pesante e tessile. Successivamente il taylorismo e il fordismo hanno spinto alle estreme conseguenze la parcellizzazione del lavoro e l’espropriazione della conoscenza operaia, incorporando il sapere direttamente nei processi produttivi materiali. L’avvento del capitalismo cognitivo ha spinto l’accumulazione a nutrirsi delle facoltà vitali e cognitive degli individui attraverso reti di cooperazione sociale, dove il sapere diventa una forza produttiva immediata e centrale. Il capitalismo non si limita più a sfruttare la forza lavoro nel senso tradizionale perché ora si appropria anche delle capacità intellettuali, comunicative ed emotive degli individui, trasformando ogni aspetto della vita in una risorsa economica. L’analisi della bioeconomia implica una critica radicale delle relazioni di potere che sottendono l’espropriazione del valore nel capitalismo cognitivo. Il pensiero economico, dalla tradizione classica alla scuola neoclassica, ha sempre sviluppato momenti di critica all’economia politica. Il marxismo ha rappresentato il culmine della critica alla visione classica di Smith e Ricardo. Per Smith il lavoro è l’elemento attivo che crea ricchezza e l’accumulazione porta a un miglioramento delle condizioni di vita. Ricardo vede il valore come il vero motore dello sviluppo, riconoscendo però il conflitto redistributivo tra capitale e lavoro. Marx supera questa impostazione, mostrando come l’accumulazione capitalistica sia basata sull’estrazione di plusvalore, attraverso il processo di sfruttamento della forza lavoro, il che rende il capitalismo intrinsecamente instabile e soggetto a crisi. La critica marxista tradizionale si fonda dunque sulla distinzione tra lavoro e forza lavoro, mettendo in luce l’incapacità del capitalismo di garantire una stabilità duratura. Nel Novecento la teoria economica ha subito una nuova ondata di critica con le riflessioni di Sraffa e Keynes. Sraffa ha dimostrato l’inconsistenza dei meccanismi redistributivi della scuola neoclassica, criticando l’idea di un equilibrio naturale nella distribuzione del reddito. Inoltre ha sottolineato il ruolo delle forze storiche e politiche nel determinare la configurazione economica. Keynes, partendo dalla natura monetaria della produzione, ha invece evidenziato l’impossibilità per il capitalismo di raggiungere spontaneamente la piena occupazione, minando le basi della teoria del libero mercato. Né Sraffa né Keynes però sono riusciti a completare la critica del processo di valorizzazione capitalistica. Nel terzo millennio si assiste a una nuova fase di critica dell’economia politica basata su una lettura eterodossa del marxismo che parte dai Grundrisse e concepisce il capitale come valore che si autovalorizza. Marx, infatti, nei Grundrisse anticipa teoricamente lo sviluppo del capitalismo maturo, delineando due passaggi fondamentali: la definizione della legge del valore in termini di plusvalore e l’estensione della teoria dell’accumulazione ai meccanismi di riproduzione e circolazione del capitale. Su questa base si è sviluppata un’analisi del capitalismo contemporaneo che ripensa il ruolo delle macchine e del sapere. L’operaismo italiano degli anni ‘60 ha mostrato come le macchine non siano solo strumenti produttivi ma dispositivi di comando che strutturano i rapporti di produzione e organizzano il controllo sulla forza lavoro. Negli anni ‘90 questa analisi è stata ripresa e applicata alla transizione dal capitale fisico al capitale umano, evidenziando come il sapere e le facoltà cognitive siano oggi la principale forma di accumulazione. Questa trasformazione comporta un cambiamento fondamentale nella natura dello sfruttamento. Se nel fordismo il rapporto tra capitale e lavoro si configurava come una relazione tra forza lavoro e macchine, nel capitalismo cognitivo esso si trasforma in un rapporto interno agli individui stessi che coinvolge la mente e il corpo, il pensiero e l’emozione. Non è il capitale a umanizzarsi ma è la vita stessa che viene progressivamente capitalizzata. La produttività dei corpi e il valore degli affetti diventano centrali nel processo di valorizzazione, articolandosi in tre principali forme di lavoro immateriale: il lavoro comunicativo, sempre più integrato nei sistemi informatici; il lavoro simbolico, legato all’analisi e alla risoluzione di problemi; e il lavoro affettivo, che manipola emozioni e immaginari. Quest’ultimo aspetto assume un ruolo chiave nelle attuali reti di produzione biopolitica poiché mette in gioco la produttività corporea e somatica. L’insieme di questi processi dà origine a un corpo biopolitico collettivo, una struttura sociale in cui la produzione e la riproduzione si sovrappongono, in cui il linguaggio e le relazioni diventano strumenti di valorizzazione economica. Da un punto di vista economico questo corpo biopolitico viene identificato con il concetto di capitale umano, un termine che, tuttavia, rischia di mascherare le contraddizioni dello sfruttamento nel capitalismo contemporaneo. Il capitale umano implica infatti un paradosso perché in esso si sovrappongono lavoro vivo e lavoro morto, lavoro concreto e lavoro astratto, uomo e macchina. Il capitalismo cognitivo trasforma così la vita in un processo di valorizzazione continua, in cui ogni attività esistenziale è potenzialmente produttiva. L’analisi del capitalismo contemporaneo deve dunque collocarsi all’interno di questa nuova dimensione produttiva e conflittuale che si sviluppa nel cuore stesso della vita sociale e dove la relazione tra lavoro vivo e lavoro morto, nonché tra lavoro concreto e lavoro astratto, si ridefinisce radicalmente rispetto al modello industriale-fordista. La produzione bioeconomica si caratterizza per la dematerializzazione del capitale fisso e il trasferimento delle sue funzioni produttive e organizzative direttamente sul corpo vivo della forza lavoro. Questo fenomeno dà origine a una contraddizione fondamentale: mentre il lavoro cognitivo assume un ruolo centrale nella produzione della ricchezza, esso viene al contempo svalorizzato sia in termini salariali che occupazionali. Tale paradosso è sintetizzato da Marazzi nel concetto di produzione antropogenetica del capitale, ovvero un modello in cui lo sviluppo si fonda sulla crescita del settore educativo (investimento in capitale umano), della sanità (biotecnologie ed evoluzione demografica) e della cultura (innovazione e creatività). Il lavoratore, allora, non è più solo portatore di capacità lavorative perché diventa egli stesso un capitale. Il suo sapere accumulato e la sua esperienza rappresentano sia capitale umano sia capitale variabile, fondendosi con funzioni tradizionalmente attribuite al capitale fisso. La distinzione classica tra capitale fisso e capitale variabile si sfuma sempre più perché il corpo della forza lavoro, sedimentazione di saperi e competenze storicamente acquisite, non solo è la fonte della capacità lavorativa ma incorpora anche funzioni proprie dei mezzi di produzione. Si verifica quindi una ridefinizione del rapporto tra lavoro vivo e lavoro morto. In esso si individuano elementi che possono essere classificati come capitale fisso (per esempio il software, inteso come sistema codificato di conoscenze operative) o come capitale variabile (il lavoro relazionale, comunicativo, affettivo). Rifkin osserva che il capitalismo contemporaneo tende a smaterializzare i beni materiali e a privilegiare il capitale intellettuale come nuova forma di accumulazione, trasformando la conoscenza stessa in capitale fisso. Il linguaggio standardizzato e la codificazione dell’informazione (come nel caso del software) assumono il ruolo che un tempo era proprio delle macchine industriali mentre la parola, intesa come atto comunicativo, resta il principale elemento produttivo non pienamente sussunto dal capitale. Questa dialettica tra parola e lingua, tra espressione creativa e codificazione, è parallela alla distinzione tra lavoro vivo e lavoro morto, ponendo il problema della trasformazione della comunicazione in uno strumento di produzione capitalistica. L’altra grande trasformazione riguarda la relazione tra lavoro astratto e lavoro concreto. Per il modello marxiano il lavoro concreto produce valore d’uso e il lavoro astratto è una quantità di lavoro socialmente necessario per la produzione di una merce. Nel capitalismo industriale-fordista la relazione tra uomo e macchina strutturava il lavoro astratto e lo convertiva in valore di scambio attraverso la produzione materiale. Con il capitalismo cognitivo, invece, il lavoro incentrato sulla produzione immateriale che genera sapere, informazione, relazioni linguistiche o affettive diventa egemone. Ciò comporta due conseguenze: la dissoluzione della separazione tra tempo di lavoro e tempo libero e la trasformazione del corpo della forza lavoro in un mezzo di produzione in sé. Il lavoro astratto e il lavoro concreto tendono a mescolarsi perché anche il lavoro creativo, sebbene basato sulla soggettività e sull’inventiva, può essere valorizzato dal capitale. John Holloway evidenzia come la lotta di classe non sia più solo il conflitto tra capitale e lavoro salariato ma tra lavoro astratto e lavoro creativo. Il primo è funzionale al capitale mentre il secondo rappresenta una minaccia alla sua logica di valorizzazione. Per mantenere il controllo su questa dinamica il capitalismo cognitivo punta sulla regolamentazione dei processi di formazione e apprendimento, attraverso la proprietà intellettuale e la strutturazione neoliberale dei circuiti educativi. La formazione professionale è finalizzata alla produzione di valore di scambio e l’apprendimento rappresenta una fase dinamica in cui si mescolano valore di scambio e valore d’uso. La cultura, invece, intesa come elaborazione autonoma del sapere, si oppone alla formazione standardizzata e rappresenta un potenziale spazio di resistenza. Il capitalismo cognitivo cerca di ridurre anche questo margine di autonomia, promuovendo un’integrazione totale tra lavoro e formazione lungo tutto l’arco della vita attiva. La formazione passa dall’essere un investimento limitato agli anni scolastici a diventare un processo continuo assimilabile all’ammortamento di un capitale fisso,che mira a massimizzare la produttività del lavoratore lungo tutta la sua esistenza. La privatizzazione dei percorsi formativi risponde alla necessità del capitale di ottimizzare questa logica e produce un’ulteriore esclusione sociale, accentuando il divario tra chi ha accesso alla conoscenza e chi ne è privato. Ne consegue che la separazione tra lavoro concreto e lavoro astratto diventa sempre più difficile da identificare: il lavoro cognitivo si sviluppa tra valorizzazione capitalistica e alienazione, alimentando una tensione tra il suo potenziale creativo e la sua sussunzione nei meccanismi del profitto. L’evoluzione del capitalismo dalla fase della produzione industriale fordista a quella della produzione cognitiva ha trasformato anche il rapporto tra spazio, rete e cooperazione. Con la diffusione dell’accumulazione flessibile prima e del capitalismo cognitivo poi, il luogo della produzione non è più un sito unico e centralizzato bensì un sistema di reti policentriche, sia materiali che immateriali, formali e informali. La produzione bioeconomica si struttura attraverso flussi di conoscenza e comunicazione che presuppongono sia la trasmissione di segni che la logistica delle merci. La cooperazione, pur essendo un elemento strutturale della produzione, non è orizzontale e segue nuove divisioni spaziali della produzione oltre a nuove segmentazioni del lavoro cognitivo. Lo spazio della produzione reticolare è dunque uno spazio “molecolare”, in cui le relazioni individuali generano una cooperazione limitata e spesso inconsapevole. Nel capitalismo cognitivo la merce assume nuovi significati: oltre ad essere il risultato della cristallizzazione del lavoro umano, incorpora una crescente dimensione simbolica. La distinzione marxiana tra valore d’uso e valore di scambio si sfuma poiché il valore simbolico, estetico e sociale della merce prevale sulla sua utilità pratica e sulla sua determinazione quantitativa in base al tempo di lavoro. Gorz sottolinea come, in questa fase, il valore di scambio non scompare ma viene subordinato al valore simbolico che determina il successo economico delle merci e si concretizza nel processo di creazione del brand. Il consumo diventa così un momento essenziale della valorizzazione visto che nel consumo il valore simbolico si attualizza. Questo fenomeno rappresenta il passaggio dal feticismo della merce, analizzato da Marx, al feticismo del simbolico, in cui il linguaggio, l’immaginario e il valore comunicativo diventano elementi centrali dell’accumulazione. La creazione di valore nel capitalismo cognitivo si basa sull’espropriazione del general intellect, cioè della conoscenza collettiva prodotta dalla cooperazione sociale. L’espropriazione avviene attraverso il diritto di proprietà intellettuale, che consente di privatizzare la conoscenza e controllarne la diffusione. La proprietà intellettuale si affianca così alla proprietà dei mezzi di produzione come strumento di accumulazione. Il tempo di valorizzazione si estende all’intera vita dell’individuo poiché il plusvalore non è più estratto solo dalla giornata lavorativa ma dall’intero processo di apprendimento e socializzazione. Il branding rappresenta un meccanismo chiave di valorizzazione, in quanto trasforma l’immaterialità della merce in un immaginario condiviso che aumenta il suo valore economico. L’emergere della produzione cognitiva evidenzia la centralità del comune come forma di produzione che supera la tradizionale dicotomia tra pubblico e privato. Il linguaggio, essendo sempre un prodotto collettivo, diventa l’elemento essenziale della produzione in questa fase del capitalismo. La mancata codificazione giuridica del comune ha portato a una prevalenza del diritto privato sul diritto pubblico, facilitando i processi di privatizzazione e precarizzazione del lavoro. Il diritto di proprietà intellettuale e il diritto del marchio sono strumenti attraverso cui la cooperazione sociale viene trasformata in valore privato. Il problema centrale diventa dunque la necessità di elaborare un nuovo diritto del comune che riconosca il carattere collettivo della produzione cognitiva e bioeconomica. Il concetto di comune non riguarda solo la produzione materiale ma anche quella immateriale e relazionale che si sviluppa nello spazio fisico e virtuale. La valorizzazione della vita e dello spazio come elementi fondamentali della produzione crea nuove soggettività e nuove contraddizioni sociali, ponendo il problema di come riconfigurare le relazioni economiche e giuridiche per rispondere alle sfide del capitalismo cognitivo.
6. Per un programma politico post-socialista
Nel capitalismo cognitivo la precarietà non è più solo una condizione legata alla mancanza di stabilità lavorativa perché assume una dimensione esistenziale che permea ogni aspetto della vita, dalla formazione al lavoro, dalla produzione al consumo, fino alla riproduzione sociale. Questa precarietà è il prodotto di una molteplicità di forme di lavoro che emergono dallo sfruttamento delle individualità e che portano alla trasformazione della forza lavoro da una categoria univoca e omogenea, come avveniva nel fordismo, a una molteplicità di differenze, competenze e conoscenze capaci di rendere obsoleto il concetto tradizionale di classe. La frammentazione del lavoro, oltre che dalla classica divisione del lavoro, dipende dalla diversificazione delle capacità individuali e dal loro sfruttamento in un contesto di crescente individualizzazione. La mancanza di garanzie esterne, l’incertezza perenne e l’impossibilità di programmare la propria vita se non a breve termine influiscono negativamente sui processi di apprendimento, sulla produttività e sulla capacità di creare reti sociali. La precarietà è necessaria per mantenere un sistema di sfruttamento e di comando nel rapporto capitale-lavoro ma allo stesso tempo essa rappresenta un ostacolo per lo sviluppo delle forze capitalistiche, soprattutto quando assume caratteristiche esistenziali che minano la capacità produttiva e la cooperazione sociale, assumendo la forma di un limite interno al sistema capitalistico stesso che rischia di erodere le basi stesse dell’accumulazione. Fumagalli, seguendo Negri e Hardt, davanti a questa fase del capitalismo accetta di ridefinire il concetto di classe attraverso la moltitudine, descritta come un insieme di individualità che operano in uno spazio mobile e dinamico, caratterizzato da confini perennemente in movimento. A differenza del concetto di classe che presuppone un’omogeneità e un’identità collettiva, la moltitudine è composta da una molteplicità di differenze impossibili da ricondurre a un’unica categoria. La mobilità e l’indifferenziazione delle individualità favoriscono l’individualismo contrattuale e lavorativo che costituisce la base della condizione soggettiva della precarietà. La moltitudine precaria è caratterizzata da una frammentazione organizzativa e da una percezione soggettiva della precarietà che rende difficile la rappresentazione politica e proprio questa frammentazione la rende non rappresentabile in termini tradizionali. La sfida è quindi quella di superare la precarietà e di ricomporre la soggettività precaria in un soggetto politico capace di modificare lo stato delle cose. Per superare questa condizione è necessario immaginare un nuovo patto sociale che ponga limiti alla precarizzazione. Però, a differenza del patto sociale fordista, basato su un ruolo centrale dello Stato e sulla redistribuzione dei guadagni di produttività, nel capitalismo cognitivo mancano gli elementi necessari per la sottoscrizione di un nuovo patto. L’internazionalizzazione della produzione e la globalizzazione dei mercati finanziari hanno ridotto la capacità degli Stati nazionali di elaborare politiche economiche autonome. La frammentazione del mercato del lavoro e la compresenza di diversi modelli di organizzazione della produzione rendono inefficaci le forme tradizionali di rappresentanza, come i partiti e i sindacati. La rappresentanza politica tradizionale, basata su strutture verticali e gerarchiche, non è più in grado di dare voce alla moltitudine precaria, caratterizzata da una molteplicità di differenze e da una frammentazione organizzativa. La moltitudine precaria è caratterizzata da diverse tensioni inconciliabili che riflettono le contraddizioni del capitalismo cognitivo. Tra queste tensioni vi è quella tra produzione e cooperazione sociale da un lato e gerarchia e individualizzazione del lavoro dall’altro. Un’altra tensione è quella tra lo sfruttamento del comune e l’espropriazione privata. La valorizzazione delle facoltà umane e del sapere sociale si trasforma in lavoro astratto quando il risultato di questa operatività viene remunerato nell’ambito di una struttura proprietaria dominata dalla proprietà privata. Nel capitalismo cognitivo il tempo di lavoro coincide con il tempo di vita e la produzione si sovrappone alla riproduzione. Questo crea una situazione in cui ogni atto umano diventa produttivo ma questa sovrapposizione non è ancora riconosciuta nella sfera della distribuzione, creando una frattura tra salario e reddito. Per Fumagalli occorre intervenire su queste tensioni, favorendo un processo di autoformazione e autorganizzazione comune per ricomporre la moltitudine precaria. La richiesta di un reddito di base, definito come reddito di esistenza, indipendente dal lavoro, potrebbe essere uno strumento efficace per favorire questa ricomposizione poiché permetterebbe di superare le condizioni materiali di lavoro e di creare una pratica comune basata su un linguaggio e su obiettivi condivisi. La proposta del reddito di esistenza ha una doppia natura perché ha un carattere riformista visto che si propone di integrare o modificare gli attuali sistemi di welfare e uno sovversivo perché mette in discussione i meccanismi di controllo e sfruttamento del lavoro tipici del sistema capitalistico. La sua dualità lo rende poco compatibile con le strategie dominanti delle imprese e della politica, sia a livello europeo che italiano, dove le logiche di mercato e le dinamiche di potere tendono a privilegiare forme di redistribuzione più limitate e condizionate. Il reddito di esistenza si definisce come una somma di denaro distribuita regolarmente e in modo indefinito a tutti gli individui, indipendentemente dal loro status lavorativo o reddituale. Il suo scopo è garantire una vita dignitosa a chiunque, senza discriminazioni di sesso, razza, religione o patrimonio. È un diritto universale e incondizionato che deriva semplicemente dal fatto di esistere. Per questo motivo il termine reddito di esistenza è preferibile a quello di reddito di cittadinanza poiché quest’ultimo richiederebbe una definizione più complessa e spesso restrittiva di cittadinanza, legata a criteri giuridici o territoriali. Il reddito di esistenza, invece, non è subordinato a nessuna condizione o vincolo, non richiede impegni specifici, né è legato a particolari comportamenti o situazioni personali. Questa caratteristica di universalità e incondizionalità lo distingue nettamente da altre forme di sostegno al reddito condizionate da requisiti specifici, come lo stato di disoccupazione o la disponibilità a partecipare a programmi di formazione o inserimento lavorativo. Tali misure, pur avendo un ruolo importante nel contrasto alla povertà, sono considerate da Fumagalli discriminatorie e non pienamente in linea con il principio di un diritto inalienabile. Il reddito di esistenza, al contrario, si propone come una forma di redistribuzione più equa e inclusiva che riconosce il valore della vita e del lavoro in tutte le sue forme, non solo quelle tradizionalmente retribuite. Il tema si lega al concetto di welfare del comune (commonfare), ovvero una politica di sicurezza sociale e una politica di gestione dei beni comuni per garantire una reale emancipazione dalla precarietà e una maggiore giustizia sociale. Un simile progetto ha come obiettivo il superamento della flexsecurity, un modello che cerca di conciliare flessibilità lavorativa con sicurezza sociale. Per Fumagalli nella nostra società si è creato un equivoco tra flessibilità e precarietà. La flessibilità, intesa come la possibilità di scegliere liberamente il proprio percorso lavorativo e di vita, è diversa dalla precarietà che invece implica condizioni di lavoro e di vita instabili e spesso imposte. Il capitalismo cognitivo tende a generare quest’ultima, specialmente per i lavoratori più vulnerabili, come i giovani, gli over 50 e gli immigrati. La flexsecurity, nella sua versione danese, ha mostrato limiti significativi poiché non riesce a garantire una reale sicurezza per tutti i cittadini, specialmente per coloro che si trovano in situazioni di marginalità sociale. Il workfare, un modello che condiziona l’accesso ai sussidi sociali alla disponibilità a lavorare, ha ulteriormente eroso i principi del welfare tradizionale. Questo approccio, capace di subordinare le scelte personali e familiari alle esigenze del mercato, in molti paesi ha portato l’assistenza sociale a diventare sempre più condizionata alla disponibilità a svolgere qualsiasi tipo di lavoro, spesso precario e mal retribuito. In risposta a queste criticità Fumagalli propone un modello alternativo di flexicurity che mira a garantire un reddito di esistenza, l’accesso ai servizi primari e un salario minimo orario, oltre a una drastica riduzione delle tipologie contrattuali per contrastare la frammentazione del mercato del lavoro.