- Una mappatura introduttiva del neoliberismo
Luigi Pandolfi inizia il suo Il neoliberismo è vivo e lotta insieme a noi. Il peso delle idee per il cambiamento della società analizzando le implicazioni della vittoria del capitalismo sui tentativi novecenteschi di costruire modelli sociali alternativi, orientati al socialismo. Questa vittoria ha avuto effetti sia strutturali che sovrastrutturali. Per quanto riguarda il primo aspetto, ha prodotto un radicale smantellamento dell’economia pubblica, con la sottomissione definitiva al mercato e alla logica del profitto di ogni componente produttiva della società. Mentre, per quanto riguarda la dimensione sovrastrutturale, si è diffusa l’idea dell’incontestabile oggettività dei rapporti economici esistenti, con la razionalità del reale che si oppone a ogni tentativo di cambiamento dello status quo. Il risultato è la fine della politica come forza in grado di elevarsi al di sopra dell’economia e di cambiare il corso della storia.
Pandolfi cita Karl Marx e Mario Tronti per spiegare come il capitalismo sia stato rappresentato come una formazione sociale “naturale” e oggettiva. Questa idea è stata sfidata dalla politica nel Novecento, quando ha tentato di deviare il corso della storia contendendo spazi di potere all’economia. Oggi la critica dell’economia politica ha ceduto il passo all’ideologia oggettivante dei rapporti di produzione capitalistici. L’economia capitalistica contemporanea, pur con i suoi elementi di diversità, mantiene ancora elementi di sfruttamento del lavoro salariato, alienazione e disuguaglianze, a cui si aggiunge una nuova contraddizione tra ricerca del profitto e conservazione dell’ambiente. L’alienazione, in particolare, è stata accentuata dai processi tecnologici e capitalistici, con l’avvento di algoritmi, internet, social network e comunità virtuali che creano una forma più subdola di dominio del capitale, esercitato con il consenso manipolato dei sottoposti.
Il capitalismo neoliberista, rappresentato da figure come Margaret Thatcher, ha distrutto la società senza valorizzare l’individuo, creando una falsa libertà individuale che nasconde una profonda alienazione e reificazione. Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale rischiano di portare a ulteriori forme di disumanizzazione dei rapporti sociali ed economici, con un aumento dello sfruttamento del lavoro. Le classi dominanti hanno infuso nella coscienza collettiva l’idea che non ci siano alternative al capitalismo. Hanno fatto trionfare la naturalità del capitalismo, al cui interno tutti sono liberi di crescere socialmente. I governi hanno il solo compito di garantire condizioni ottimali per l’impresa privata da cui dipenderebbe l’avanzamento della società. Questo approccio, derivato dalle teorie di Adam Smith e degli economisti neoclassici, nasconde però una visione ideologica che ignora lo sfruttamento del lavoro e le disuguaglianze sociali. Il Novecento è stato un secolo di scontro tra il politico e l’economico, con tentativi di costruire società socialiste e l’affermazione del “compromesso keynesiano” nei paesi capitalistici avanzati che ha garantito una crescita economica, la piena occupazione e forme di protezione sociale venendo poi sostituito dal neoliberismo a partire dagli anni ’70 grazie ad una controffensiva che ha portato a una maggiore disuguaglianza e a una riduzione dei diritti collettivi. Tutte queste trasformazioni devono essere calate nella specifica realtà italiana. Negli anni ‘60 e ‘70, dopo un ciclo di lotte sociali e politiche, l’Italia visse un periodo di riforme significative portate avanti dal centro-sinistra. I risultati furono un rafforzamento dell’industria pubblica, il consolidamento delle partecipazioni statali e i primi tentativi di programmazione economica. Lo Stato sociale si irrobustì, con l’introduzione di diritti civili e sociali avanzati, come lo Statuto dei lavoratori, la creazione di asili nido pubblici, consultori, la tutela delle lavoratrici madri e la parità di genere sul lavoro. La scuola primaria divenne a tempo pieno, fu approvata una riforma fiscale progressiva e nacque il sistema sanitario nazionale universalistico. Infine, nei luoghi di lavoro si svilupparono i Consigli operai, strumenti di autorganizzazione dei lavoratori che favorirono il dialogo tra le lotte sindacali e la politica. Questo periodo storico non fu privo di ombre. Ad esempio la repressione delle lotte operaie e studentesche, anche attraverso l’uso della violenza fascista, continuò a essere una realtà. Con l’arrivo degli anni ‘80 l’Italia, come gran parte del mondo occidentale, affrontò una crisi strutturale del sistema fordista, caratterizzato da rendimenti di scala decrescenti e dalla saturazione dei mercati nazionali. La fine degli accordi di Bretton Woods, l’aumento del costo del petrolio e la stagflazione contribuirono a un cambiamento di paradigma economico. Il capitale, allora, passò alla controffensiva sia sul piano materiale che culturale. Si affermò l’idea della “naturalità” del capitalismo, della competizione e del mercato come motori del benessere. La caduta dell’Unione Sovietica e dei sistemi socialisti nell’Europa dell’Est segnò una vittoria definitiva per il capitalismo, con il mercato e la finanza che divennero i pilastri dell’economia globale. Questo processo, definito come finanziarizzazione dell’economia, portò alla nascita di una nuova figura sociale: il cittadino-consumatore-indebitato che sostituì il lavoratore integrato nel sistema fordista. Lo Stato, in questo nuovo contesto, non scomparve ma si mise al servizio dei rapporti economici esistenti. Il termine “riforma” assunse un significato opposto a quello originario, diventando sinonimo di liberazione dell’economia dal controllo politico e dai vincoli statali. L’azione di governo si spoliticizzò, trasformandosi in mera amministrazione del sistema capitalistico, sotto l’egida della governance europea. L’Unione Europea, nata dopo il crollo del blocco sovietico, fu concepita come un’entità che favoriva la liberalizzazione economica e la riduzione del ruolo dello Stato. In Italia, negli ultimi trent’anni, nonostante i cambiamenti di governo, la politica economica è rimasta sostanzialmente invariata, indipendentemente dal colore politico delle coalizioni al potere. Sia il centro-sinistra che la destra post-fascista hanno adottato politiche basate su meno Stato e più mercato, con tagli alle tasse per i ricchi e sgravi fiscali per le imprese. Le differenze tra i due schieramenti si sono ridotte principalmente ai temi dei diritti civili che rimangono trasversali alle classi sociali e non incidono sulla distribuzione del potere economico e del reddito. Pandolfi a questo punto propone una definizione del neoliberismo da intendere come un’ideologia economica e politica che ha plasmato la società occidentale negli ultimi cinquant’anni. Le sue radici teoriche risalgono al 1947, quando un gruppo di economisti e filosofi ostili al keynesismo si riunì in Svizzera, a Mont Pelerin, fondando la Mont Pelerin Society. Tra i membri più influenti di questa associazione vi erano Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises e Milton Friedman. Nonostante i consistenti investimenti dell’establishment americano per promuovere queste idee, l’influenza del neoliberismo rimase marginale fino alla fine degli anni ‘70. La svolta avvenne tra la fine di questo decennio e l’inizio degli anni ‘80, quando leader politici come Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher nel Regno Unito adottarono politiche neoliberiste in risposta alla crisi economica globale, caratterizzata da inflazione alta, crisi petrolifera e calo dei profitti. Queste politiche si basavano sull’idea che l’intervento pubblico nell’economia fosse non solo inutile ma anche dannoso, poiché i mercati, secondo i neoliberisti, sono capaci di autoregolarsi grazie alla legge della domanda e dell’offerta. Il mercato sarebbe l’unico meccanismo in grado di garantire un’ottimale allocazione delle risorse, compresa la piena occupazione. Nella pratica il neoliberismo ha portato a una serie di trasformazioni sociali ed economiche, tra cui privatizzazioni, tagli ai bilanci pubblici, riduzione del potere dei sindacati e assoggettamento delle finanze pubbliche ai mercati finanziari generando insicurezza e precarietà, ampliando il divario tra ricchi e poveri e indebolendo la democrazia. Il neoliberismo è anche una visione del mondo che enfatizza la libertà individuale, intesa principalmente come libertà di fare affari e consumare. Lo Stato, in questa visione, ha il compito di proteggere il mercato e la proprietà privata, garantendo la stabilità monetaria e creando un contesto favorevole agli operatori economici. Questo ha portato a un nuovo tipo di interventismo statale, al servizio del capitale. Nonostante le crisi economiche degli ultimi anni il neoliberismo non è scomparso. Al contrario, si è adattato e trasformato, continuando a influenzare le politiche economiche globali. La finanziarizzazione dell’economia e la crescente disuguaglianza sono tra le conseguenze più evidenti di questo modello. Pandolfi a questo punto ci propone tre esempi per dimostrare la persistenza del neoliberismo nella nostra società. Il primo caso analizzato è il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), descritto come uno strumento che, sotto l’apparenza di un programma di rilancio economico e sociale, nasconde in realtà un’agenda neoliberista. Il Pnrr oltre a finanziare interventi specifici impone una serie di riforme strutturali che mirano a ridurre l’intervento pubblico nell’economia e a favorire la privatizzazione di settori chiave, compresi beni fondamentali come l’acqua, nonostante il risultato contrario del referendum del 2011. Per Pandolfi si tratterebbe di un approccio in linea con la teoria economica neoliberista che vede nel mercato l’unico motore di crescita e sviluppo. A conferma di ciò viene sottolineato come il Pnrr si basi su indicatori come l’Indice di regolamentazione del mercato dei prodotti (PMR) dell’OCSE che misura la competitività in relazione alla regolamentazione dei mercati e di fatto sostiene l’idea che una minore presenza dello Stato e una maggiore liberalizzazione favorirebbero la crescita economica. Pandolfi afferma che la storia ha dimostrato come un’eccessiva deregolamentazione e privatizzazione abbiano spesso portato a crisi e disuguaglianze, senza garantire un reale benessere diffuso. Il Pnrr viene accusato di favorire gli interessi delle élite economiche e finanziarie, perpetuando un sistema in cui i benefici della crescita non sono equamente distribuiti. La pandemia ha reso evidenti le conseguenze negative di decenni di politiche neoliberiste, con un sistema sanitario e sociale fragile e una crescente disuguaglianze, eppure si continuano a promuovere privatizzazioni e riduzioni del costo del lavoro, ignorando le reali esigenze della popolazione e le cause strutturali della bassa crescita, come la domanda insufficiente e la compressione della spesa pubblica. Un altro esempio che merita di essere analizzato è il taglio del cuneo fiscale che nel nostro paese è stato trasformato in una soluzione apparentemente neutrale e condivisa per affrontare il problema dei bassi salari e dell’erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione. Per Pandolfi questa narrazione nasconde dinamiche più complesse e problematiche funzionali agli interessi delle imprese a scapito dei lavoratori e del welfare pubblico. Il cuneo fiscale rappresenta la differenza tra lo stipendio lordo versato dal datore di lavoro e il netto percepito dal lavoratore ed è composto principalmente da contributi previdenziali e tasse. In Italia il cuneo fiscale è tra i più alti d’Europa, raggiungendo circa il 46% delle retribuzioni lorde nel 2021. Le imprese, i partiti di sistema e i media mainstream attribuiscono la colpa dei bassi salari proprio a questo meccanismo, sostenendo che, senza contributi e tasse, i lavoratori guadagnerebbero di più. Si tratta di un’argomentazione capace di nascondere il fatto che i contributi e le tasse finanziano il sistema previdenziale e lo Stato sociale, senza i quali non ci sarebbero pensioni o servizi pubblici. Il taglio del cuneo fiscale viene presentato come una soluzione per aumentare il reddito netto dei lavoratori ma in realtà si traduce in un alleggerimento degli oneri per le imprese, le quali non sono più tenute a versare integralmente contributi e tasse. Lo Stato, infatti, si accolla parte di questi oneri, rinunciando a una porzione del gettito fiscale senza risolvere il problema strutturale dei bassi salari e, anzi, rischiando di compromettere ulteriormente il welfare pubblico poiché lo Stato deve recuperare le risorse mancanti tagliando altre spese. Purtroppo questa finta soluzione sta condizionando il dibattito politico e sindacale, ridotto a discutere solo sull’entità del taglio e senza affrontare la questione più ampia della redistribuzione della ricchezza e del potere contrattuale dei lavoratori. Tutte queste ricette neoliberiste sono fallimentari e la dimostrazione più evidente della loro non scientificità risiede nella crescita delle disuguaglianze su scala globale negli ultimi quarant’anni. Si tratta di un regresso di oltre mezzo secolo che ha vanificato gran parte del lavoro svolto dalle legislazioni sociali più avanzate e dalle lotte sindacali. Un importante studio del 2022, condotto da economisti e statistici tra cui Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, fornisce dati significativi per rafforzare la scientificità di queste argomentazioni: dalla fine degli anni ‘80 l’1% della popolazione mondiale ha accumulato il 38% della ricchezza aggiuntiva mentre il 50% più povero ne ha ricevuto solo il 2%. Questo spiega perché la classe media si sta progressivamente impoverendo, aumentando il divario sociale. Inoltre il 10% della popolazione mondiale possiede il 76% della ricchezza totale, con un incremento annuo tra il 6% e il 9% dal 1995. In termini assoluti la metà più povera della popolazione possiede una ricchezza media di 2.900 euro per adulto mentre il 10% più ricco arriva a 550.900 euro. Le disuguaglianze sono meno marcate in Europa rispetto ad altre regioni come il Vicino Oriente o il Nord Africa ma rimangono comunque significative. Ad esempio in Europa il 10% della popolazione detiene circa il 40% del reddito nazionale. Negli Stati Uniti, nonostante sia un paese ad alto reddito, le disuguaglianze interne sono molto forti. Tra il 1980 e il 2014 il reddito reale dell’1% più ricco è cresciuto del 169% mentre la loro quota del reddito nazionale è passata dal 10% al 21%. Per lo 0,1% più ricco, il reddito reale è aumentato del 281%. Al contrario i ceti popolari hanno visto un aumento del reddito di solo l’11%, dovuto principalmente all’aumento delle ore di lavoro. Nel 2022 il 10% delle famiglie più ricche deteneva il 60% della ricchezza nazionale rispetto al 56% del 1989. Secondo Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia, queste disuguaglianze sono il risultato di scelte politiche sostenute da teorie economiche neoliberiste che pongono il mercato e la concorrenza al centro. Una di queste teorie è quella della produttività marginale secondo cui le disuguaglianze sono naturali e riflettono il diverso contributo degli individui all’economia. Un altro pilastro è la teoria del trickle-down secondo cui i benefici economici dei ricchi si diffondono gradualmente ai più poveri. Parliamo di una teoria che si è rivelata fallimentare poiché la riduzione delle tasse per i ricchi ha portato a meno risorse per i servizi sociali, aggravando le disuguaglianze. L’Italia presenta una delle situazioni più critiche per quanto riguarda le disuguaglianze sociali, superata solo da Spagna e Stati Uniti. Gli studi più recenti evidenziano che la disparità di reddito tra i soggetti in età lavorativa è aumentata significativamente a partire dagli anni ‘90, con un’accelerazione ulteriore dal 2020, durante la pandemia. Questo trend contrasta con il periodo tra la fine degli anni ‘60 e gli anni ‘80, quando si era registrata una riduzione delle disuguaglianze. La loro crescita è stata alimentata da una serie di trasformazioni economiche e sociali, tra cui la crisi finanziaria, la fine della scala mobile, le privatizzazioni selvagge, l’austerità e i vincoli europei, nonché dalle riforme del mercato del lavoro, come il Pacchetto Treu del 1997 e il Jobs Act del 2015, che hanno precarizzato il lavoro e compresso i salari. In trent’anni i salari in Italia sono cresciuti solo dell’1%, contro una media OCSE del 32,5%, mentre la quota dei profitti sul Pil ha superato il 60%. La situazione odierna è particolarmente grave: nel 2021, il 20% più ricco degli italiani deteneva il 68,6% della ricchezza nazionale e al 60% più povero rimaneva solo il 14%. Il 10% più ricco possedeva oltre sei volte la ricchezza della metà più povera della popolazione, e il 5% più ricco deteneva il 41,7% della ricchezza nazionale. Nel 2022, nonostante una crescita economica del 3,7%, la disuguaglianza è ulteriormente aumentata, con il 20% più ricco che ha raggiunto il 68,9% della ricchezza mentre la quota del 60% più povero è scesa al 13,5%. L’1% più ricco detiene una ricchezza 84 volte superiore a quella del 20% più povero. Parallelamente la povertà assoluta è aumentata in maniera costante: dal 3,3% nel 2005 al 9,7% nel 2023, con 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, di cui 1,3 milioni sono bambini e ragazzi. L’indice di Gini è pari a 0,52 in Italia, un valore elevato per un paese avanzato, confermando la forte disuguaglianza. Le cause di questa situazione sono complesse e includono la concentrazione del potere economico, la riduzione della progressività fiscale, l’abbattimento delle imposte sulle società e le pratiche di elusione fiscale. La privatizzazione dei servizi pubblici ha ulteriormente aggravato le disuguaglianze, con tariffe aumentate e servizi meno accessibili per le classi meno abbienti. La finanziarizzazione dell’economia ha inoltre contribuito a esacerbare le disuguaglianze, con una crescente divaricazione tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Le politiche neoliberiste hanno favorito la concentrazione della ricchezza e del potere economico in poche mani, con conseguenze negative per la maggioranza della popolazione.
2. Il ritorno della guerra
Pandolfi prosegue il suo ragionamento con una riflessione approfondita sulle dinamiche economiche e sociali emerse in Europa e in Italia a seguito di eventi drammatici come la pandemia di COVID-19 e l’invasione russa dell’Ucraina. Prima di quest’ultimo avvenimento il dibattito pubblico sull’economia si concentrava principalmente sul cosiddetto “rimbalzo” post-pandemico, ovvero la ripresa dopo il crollo del Pil nel 2020, e sulle aspettative legate al Pnrr, visto come uno strumento per rilanciare l’economia attraverso riforme e investimenti. La guerra di Putin ha bruscamente interrotto questo scenario, catapultando l’Europa in una crisi ancora più profonda di quella vissuta durante la pandemia. Il conflitto in Ucraina ha riportato lo spettro della recessione, con la Germania, motore economico dell’Europa, come prima vittima, e ha fatto salire l’inflazione a livelli mai visti da trent’anni. Il Pnrr, concepito per un contesto diverso, appare già superato nella sua impostazione di fondo, incapace di affrontare le nuove sfide poste dalla crisi energetica e geopolitica. Le politiche monetarie restrittive adottate dalla Banca Centrale Europea (Bce) hanno aggravato la situazione, soprattutto per le classi popolari. L’aumento dei tassi di interesse ha comportato un’impennata dei costi dei mutui, con benefici principalmente per le banche e gli investitori che detengono titoli cartolarizzati legati a questi prestiti. Questo approccio, radicato nell’ideologia neoliberista, ha scaricato il peso della lotta all’inflazione sui lavoratori, senza considerare che l’inflazione attuale non nasce da un surriscaldamento della domanda ma da shock esterni come le interruzioni delle catene di approvvigionamento e la crisi energetica. Le politiche restrittive delle banche centrali, mirate a comprimere l’economia riducendo la liquidità, hanno in questo modo fatto aumentare la disoccupazione e colpito ulteriormente i ceti meno abbienti mentre i ricchi e i super-ricchi hanno tratto vantaggio dalle crisi attraverso la speculazione finanziaria. La teoria quantitativa della moneta, sostenitrice dell’idea secondo cui l’inflazione sia un fenomeno puramente monetario legato all’eccesso di moneta in circolazione, è stata alla base delle politiche della Bce per oltre un decennio. Fino alla pandemia la Bce ha mantenuto i tassi di interesse allo 0% e ha implementato politiche monetarie espansive, come il quantitative easing lanciato da Mario Draghi nel 2015 che ha immesso oltre tremila miliardi di euro nel sistema attraverso l’acquisto di titoli di Stato e altri asset finanziari. Nonostante questa immissione di liquidità, l’inflazione è rimasta bassa, sfiorando addirittura la deflazione in paesi come l’Italia. Questo fenomeno, noto come trappola della liquidità, ha dimostrato che le politiche monetarie da sole non bastano a stimolare la domanda in un contesto di sfiducia economica. Le banche, invece di prestare i soldi, hanno preferito trattenerli o utilizzarli per operazioni speculative, mantenendo bassa l’inflazione. Con la pandemia e la guerra in Ucraina le cose sono cambiate. L’inflazione è salita a causa di una combinazione di fattori: colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento, shock energetici, tensioni geopolitiche e speculazione (la cosiddetta inflazione da profitti di cui ci siamo molto occupati lo scorso anno). Si tratta di un’inflazione dal lato dell’offerta che la Bce ha cercato di contrastare con strumenti pensati per un’inflazione da domanda. Il calo dei prezzi è arrivato ma non grazie alle politiche restrittive della Bce, bensì per il venir meno delle cause esterne che avevano spinto l’inflazione, come il calo dei prezzi dell’energia e il riassestamento delle catene globali del valore. Le politiche restrittive delle banche centrali, quindi, possono contrastare l’inflazione, ma sempre al prezzo di un indebolimento dell’economia e a danno dei ceti popolari. Pandolfi suggerisce la necessità di un approccio diverso alla lotta all’inflazione, soprattutto quando questa è causata da squilibri dal lato dell’offerta. Propone di abbandonare le teorie monetariste di Milton Friedman e di riconsiderare il ruolo dell’intervento pubblico nell’economia. Tra le soluzioni possibili ci sono il controllo dei prezzi, aiuti pubblici per superare le strozzature produttive e politiche di sostegno al reddito per i ceti più vulnerabili. Un simile cambiamento di rotta è ostacolato dall’ideologia neoliberista dominante e dagli interessi di chi trae profitto dall’inflazione e dalla speculazione. Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, ha definito questa situazione come una combinazione di interessi egoistici e ideologia distorta, evidenziando come le politiche economiche siano spesso guidate da logiche che privilegiano pochi a scapito della maggioranza. A conferma di ciò c’è il caso del prezzo del gas in Europa che ha raggiunto livelli record dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2022 il prezzo del gas naturale in Europa ha superato i 300 euro per megawattora, un aumento esponenziale rispetto ai 18 euro del marzo 2021. Questo aumento è stato determinato dalla guerra e dalla speculazione finanziaria sui mercati dei derivati, dove i prezzi vengono fissati in anticipo per consegne future. In Italia il prezzo del gas è stato a lungo determinato da contratti a lungo termine indicizzati al petrolio, garantendo una relativa stabilità. Con la liberalizzazione del mercato il prezzo è stato allineato alle quotazioni del mercato olandese Ttf, basato su contratti derivati. Il risultato è stato un aumento dei costi per i consumatori e le imprese, con lo Stato costretto a intervenire con 9,7 miliardi di euro tra il 2021 e il 2022 per mitigare il caro-bollette. Nel 2022 l’Autorità per l’energia italiana ha deciso di indicizzare il prezzo del gas al mercato nazionale Psv senza risolvere il problema poiché i prezzi rimangono influenzati dal benchmark olandese. Tornando alla guerra Pandolfi si focalizza su quelli che attualmente sono i veri vincitori del conflitto in Ucraina: le grandi compagnie petrolifere globali. Secondo un rapporto di Global Witness le cinque maggiori compagnie petrolifere del mondo (BP, Shell, Chevron, ExxonMobil e TotalEnergies) hanno accumulato profitti stratosferici dall’inizio della guerra. Tra febbraio 2022 e gennaio 2024, queste aziende hanno guadagnato complessivamente 281 miliardi di dollari. Solo le due compagnie britanniche, Shell e BP, hanno realizzato profitti sufficienti a coprire il costo delle bollette elettriche domestiche di tutti i cittadini britannici fino a luglio 2025. Nel 2023 gli azionisti di queste società hanno ricevuto dividendi per 111 miliardi di dollari, con TotalEnergies che da sola ha distribuito 15 miliardi, una cifra superiore ai danni causati dai disastri climatici in Francia nel 2022. Questi guadagni sono stati alimentati dall’aumento dei prezzi dell’energia, frutto della combinazione tra guerra e speculazione finanziaria. I mercati finanziari, attraverso contratti derivati, hanno scommesso sulle materie prime energetiche, spingendo i prezzi alle stelle. Si tratta di un meccanismo che privilegia il profitto a breve termine senza considerare le implicazioni etiche, sociali o ambientali ed è emblematico di un sistema finanziario che opera senza scrupoli. Un esempio estremo di questa logica è rappresentato da un prodotto lanciato anni fa da Deutsche Bank che permetteva di scommettere sulla durata della vita di persone anziane, incentivando implicitamente la speranza di una morte precoce per massimizzare i rendimenti. La guerra ha anche avuto un impatto significativo sulle politiche ambientali delle multinazionali energetiche. Molte di queste aziende, tra cui quelle citate nel rapporto di Global Witness, hanno ridimensionato i loro obiettivi climatici, privilegiando gli investimenti nei combustibili fossili rispetto alle soluzioni a basse emissioni di carbonio. Shell, ad esempio, ha pianificato il licenziamento di 200 dipendenti della sua divisione green, segnando una netta inversione di rotta rispetto agli impegni precedentemente annunciati. Per le major dei combustibili fossili e i fondi speculativi il conflitto si è trasformato in una miniera d’oro e all’orizzonte si profila la ricostruzione dell’Ucraina, un’operazione che richiederà centinaia di miliardi di dollari. Secondo la Banca Mondiale serviranno almeno 486 miliardi di dollari mentre altre stime parlano di 750 miliardi. Un’opportunità colossale per aziende e istituzioni finanziarie che vedono nella ricostruzione un nuovo mercato da sfruttare. Le risorse per finanziare questa ricostruzione proverranno in parte dai fondi pubblici degli stati coinvolti ma gran parte del carico sarà sostenuto dalle grandi banche d’affari internazionali, come BlackRock e JP Morgan, che stanno già lavorando per far lievitare i capitali necessari attraverso l’indebitamento. Il ritorno della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionale ha accelerato una corsa al riarmo globale in corso da oltre vent’anni. Nel 2021 la spesa militare mondiale aveva già raggiunto il record di 2.113 miliardi di dollari, con Stati Uniti, Cina, India, Regno Unito e Russia che rappresentavano il 62% del totale. Nel 2022 il conflitto in Ucraina ha accelerato questa tendenza, portando la spesa a 2.443 miliardi di dollari, un incremento di 200 miliardi in un solo anno. Oxfam ha evidenziato che tale cifra basterebbe a coprire oltre 42 volte le richieste delle Nazioni Unite per affrontare le crisi umanitarie e 11 volte l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo globale. L’aumento della spesa militare ha diverse cause: il bisogno di rimpinguare gli arsenali svuotati per sostenere l’Ucraina, la funzione dell’industria militare nel compensare una domanda economica debole e il mutamento degli equilibri geopolitici con l’emergere di nuove potenze globali. Gli Stati Uniti rimangono il principale attore militare, con una spesa approvata per il Pentagono di 858 miliardi di dollari nel 2023 e una previsione di 881 miliardi per il 2024, pari al 40% della spesa militare mondiale e quattordici volte superiore a quella della Cina. Quest’ultima, percependo l’azione statunitense come una strategia di contenimento, ha aumentato il proprio budget per la difesa del 7,2% nel 2023, dopo il +6,8% del 2022, raggiungendo i 1.560 miliardi di Yuan (circa 212 miliardi di euro), ma alcuni analisti ritengono che la spesa reale sia ancora più alta. Il riarmo cinese ha allarmato anche il Giappone che ha modificato la sua politica di difesa per ridurre il divario con Cina e Corea del Nord, prevedendo una spesa di 315 miliardi di dollari dal 2023 al 2027 e acquistando 1.500 missili Tomahawk dagli Stati Uniti. Anche la Corea del Sud ha incrementato gli investimenti militari, come pure Vietnam e Indonesia. In Europa la Germania ha stanziato 100 miliardi di euro per il proprio esercito mentre la Francia ha avviato un piano settennale da 400 miliardi. Regno Unito, Spagna, Grecia e soprattutto Polonia hanno seguito la stessa direzione. In particolare Varsavia ha portato la spesa militare al 4% del Pil nel 2023. L’Italia ha aumentato la propria spesa militare fino al 2% del Pil come richiesto dalla Nato e infatti nel 2022 il budget per la difesa era già cresciuto del 3,2% sotto Draghi (26 miliardi) mentre con il governo Meloni è stato portato a 32 miliardi nel 2025, di cui 13 destinati direttamente alla produzione di nuove armi. Considerando anche la Russia, le cui spese militari, logicamente, sono in aumento dal 2021, l’incremento globale negli ultimi dieci anni è stato del 12%, raggiungendo oltre 2,1 trilioni di dollari, pari al 2,2% del Pil mondiale. Se per la pace questi dati rappresentano un grave rischio, per i produttori di armi si tratta di un’opportunità senza precedenti: il 78% del settore è nelle mani di multinazionali dei paesi Nato e dei loro alleati e gli indici azionari della difesa sono cresciuti vertiginosamente. L’indice MSCI per il settore bellico è aumentato del 30% da ottobre 2022 e l’indice europeo Stoxx aerospaziale e della difesa è cresciuto di oltre un terzo. Gli Stati Uniti restano i primi produttori e venditori di armi, seguiti da Regno Unito, Cina e Russia, con l’Italia al sesto posto. Pandolfi ricorda che un’economia incentrata sulle armi toglie risorse ai settori sociali e ai beni comuni e rende sempre più probabile l’escalation bellica. Le guerre permettono di svuotare i magazzini e costituiscono una vetrina per la vendita di nuove armi, come sta accadendo in Ucraina e potrebbe accadere in futuro per Taiwan. La necessità di garantire forniture militari all’Ucraina è stata ribadita nel marzo 2023 da Thierry Breton, allora Commissario per il Mercato Interno Ue, che ha parlato della necessità di una “economia di guerra”. Tale conflitto avvantaggia in particolare gli Stati Uniti che rafforzano il controllo sui paesi europei e favoriscono gli interessi del complesso militare-industriale-finanziario. Non a caso viene utilizzato questo termine perché esiste un forte intreccio tra finanza e industria degli armamenti ed è un fenomeno sempre più pervasivo e problematico nel contesto economico globale. La finanza, attratta da settori ad alto rendimento, ha intensificato i suoi investimenti nel business della guerra sia attraverso strumenti finanziari legati alle materie prime strategiche come gas e petrolio, sia tramite investimenti diretti nell’industria bellica, inclusa quella delle armi nucleari. Questo trend coinvolge grandi banche, fondi di investimento, fondi sovrani e persino fondi pensione che hanno dirottato ingenti risorse verso la produzione di armamenti, sottraendole a settori civili e allo sviluppo delle aree più povere del mondo. Secondo uno studio della Fondazione Finanzaetica tra il 2020 e il 2022 gli istituti finanziari globali hanno sostenuto l’industria della difesa con almeno mille miliardi di dollari. Tra gennaio 2021 e agosto 2023 287 istituti finanziari provenienti da 28 paesi hanno fornito un totale di almeno 820 miliardi di dollari alle prime 24 aziende quotate in borsa coinvolte nella produzione di armi nucleari. Di questi, i primi 12 istituti finanziari, tutti statunitensi, hanno contribuito con quasi 500 miliardi di dollari, rappresentando più della metà dell’investimento totale stimato nel settore. I primi 10 investitori europei, invece, hanno contribuito con 79 miliardi di dollari, pari all’8% del totale. Questo circolo vizioso, in cui le guerre alimentano la domanda di armamenti e viceversa, spiega perché la corsa agli armamenti sia iniziata ben prima del conflitto in Ucraina, con un’impennata significativa a partire dal 2014, anno dell’annessione della Crimea da parte della Russia. L’Italia, in questo contesto, gioca un ruolo significativo. Nel quinquennio 2017-2021 la produzione italiana di armamenti ha rappresentato il 3,1% del totale mondiale. Nel 2022 l’export di armi ha raggiunto i 5,3 miliardi di euro, con un aumento del 55% dei profitti rispetto all’anno precedente per le principali aziende del settore, come Leonardo.
3. Il ritorno della lotta per l’egemonia
Esiste un profondo scollamento tra il discorso pubblico della politica e la realtà concreta delle condizioni di vita delle persone. Nonostante i cambiamenti di governo, non si osservano trasformazioni sostanziali nell’approccio ai problemi sociali. Le classi dirigenti si concentrano principalmente sulla stabilità del sistema e sulla resilienza, trascurando le esigenze materiali della popolazione. La crescita economica fine a se stessa e la retorica sulle transizioni verde e digitale non risolvono le disuguaglianze strutturali, soprattutto in assenza di un cambiamento nei rapporti di lavoro e nelle relazioni industriali. L’ambientalismo, una volta associato alla lotta di classe, è stato integrato nel linguaggio del capitale, diventando una nuova frontiera per la rigenerazione del sistema capitalistico. Il profitto rimane l’obiettivo principale, indipendentemente dal fatto che venga generato attraverso fonti inquinanti o rinnovabili. Questo approccio rischia di portare a un Paese più verde ma anche più diseguale, a meno che non emerga una forte iniziativa dal basso. Le condizioni materiali di vita delle persone, legate al reddito, all’occupazione e all’accesso a servizi essenziali, sono drammatiche in Italia. La pandemia ha aggravato una situazione già critica, con milioni di persone in povertà assoluta e un welfare state eroso da decenni di politiche di austerità e flessibilizzazione del lavoro. La precarizzazione e la svalutazione del lavoro hanno creato un nuovo proletariato, frantumato e iper-sfruttato, che fatica a sopravvivere in un sistema sempre più diseguale. Pandolfi solleva una questione fondamentale: è sufficiente aumentare i consumi e l’occupazione per migliorare le condizioni di vita? O è necessario ripensare il ruolo del lavoro nella società, garantendo non solo un salario dignitoso, ma anche stabilità, libertà e qualità nei rapporti di lavoro? Il capitalismo contemporaneo ha accentuato la dicotomia tra lavoro e bisogni, riducendo l’uomo a una mera bestia da lavoro, privato della sua umanità. La crisi pandemica e la guerra hanno reso ancora più urgente la necessità di un cambiamento radicale capace di promuovere crescita economica, benessere sociale e redistribuzione del lavoro. Lo Stato è chiamato a svolgere un ruolo centrale in questa trasformazione, pianificando e legiferando per ridurre gli squilibri di potere nel mercato del lavoro, investendo in un reddito di base universale, riprendendo il controllo di settori strategici e promuovendo la partecipazione dei cittadini alla vita nazionale. Questo compito dovrebbe essere portato a termine da una sinistra che sembra però aver perso la sua capacità di elaborare una visione alternativa, rimanendo intrappolata in un linguaggio interclassista e neoliberista che nega le divisioni di classe e la conflittualità sociale. Eppure la pandemia ha rivelato le fragilità del sistema capitalista, mostrando l’insostenibilità di un modello basato sullo sfruttamento del lavoro e sulla distruzione dell’ambiente. Il virus ha messo in luce le disuguaglianze sociali, colpendo maggiormente i lavoratori precari, i migranti e chi vive in condizioni di povertà. Una simile crisi dovrebbe essere colta come un’opportunità per rilanciare un progetto di superamento del capitalismo, basato sulla giustizia sociale e sulla democratizzazione dell’economia. Pandolfi invoca una nuova visione di società, in cui i lavoratori e i cittadini abbiano il potere di decidere sul proprio futuro, superando le disuguaglianze e le ingiustizie del sistema attuale. La crisi economica si intrinseca alla crisi del sistema e potrebbe aprire la strada a un cambiamento radicale, verso una società in cui la produzione sia organizzata in modo da soddisfare i bisogni reali delle persone, piuttosto che il profitto di pochi. Serve tornare a grandi visioni e progetti alternativi che richiedono soggetti collettivi capaci di contrastare lo status quo e di costruire una società realmente a misura d’uomo.