Se il pensiero si fa indottrinamento è necessaria una convergenza tra scuola e università

di Michele Mariani

Il sapere e la cultura non possono essere ad uso esclusivo di pochi o confinate solamente all’interno dei luoghi dell’istruzione e della ricerca, si finirebbe per stratificare, lasciar fuori ed escludere. Le dinamiche capitaliste, pervasive nel loro dispiegarsi, con la loro capacità di settorializzare e parcellizzare i saperi e le relazioni sociali, hanno finito per estrarre profitto e utilizzare come merce di scambio ogni ambito della vita umana, compresa la conoscenza che si pensava potesse essere libera. La scuola e l’università, essendo inserite in queste dinamiche, hanno finito per riprodurre l’esistente, nonostante possono essere definite come luoghi e laboratori di insorgenza critica che devono creare gli strumenti adatti per indagare e poi trasformare il mondo. Ecco che se, da una parte, queste possono fornire gli strumenti adatti per leggere il mondo e non scadere nel conformismo vi è bisogno, dall’altra, di mettere in pratica quegli strumenti di condivisione e partecipazione politica che sempre più stanno perdendo le coordinate del loro dispiegamento sociale.

Capire il carattere eminentemente politico dell’educazione potrebbe portarci a comprendere che i saperi non sono neutrali, ma funzionali a riprodurre forme standardizzate del sociale. Partire da questo assunto potrebbe essere la chiave per mettere in discussione le modalità didattiche ma anche ridefinire il ruolo stesso del sapere opponendosi alla sua svalutazione per mezzo del capitale. Il passo successivo e necessario è portare queste istanze al di fuori di questi luoghi in modo tale che si possa effettivamente comprendere che il cambiamento è un divenire dialettico che si costruisce mettendo al centro e difendendo la collettività e il sapere come un bene comune fondamentale.

La difficoltà di questa operazione deriva dal fatto che la battaglia non debba essere solo dentro alle istituzioni scolastiche e universitarie nonostante in queste si prende consapevolezza, in linea teorica, dei meccanismi sociali. Il problema sorge anche dal fatto che molti di coloro che partecipano alla relazione didattica guardano all’istruzione e alla ricerca come mera trasmissione di contenuti distaccati dal reale. Riconoscere l’importanza di un insegnamento e apprendimento significativo e critico, non dissociato dal reale, è la base da cui partire, perché avere cura delle persone che si incontrano nelle aule è il fondamento da cui iniziare per far maturare la complessità e la consapevolezza del mondo in cui si vive. La cultura e la politica devono tendere all’unione. La prima non è solo avere un magazzino per fornito di saperi con cui riprodurre le dinamiche esistenti; la seconda non è mera amministrazione. Entrambe devono essere concepite come due linee che si incontrano nell’azione e nella partecipazione effettiva allo stato di cose esistenti. Non dobbiamo cadere in un approccio semplicistico, figlio delle istituzioni politiche ed educative e della cultura illuminista-razionalista, secondo cui basterebbe istruire per creare un mondo migliore, libero dallo sfruttamento e dalla violenza. 

In questo ultimo anno scuole e università, sono state attraversate da un rinnovato sentimento di mobilitazione spinte, da una parte, dall’ennesimo piano dei tagli e da una riforma del reclutamento scolastico e della ricerca che precarizza ulteriormente le posizioni lavorative e mercifica l’istruzione; mentre, dall’altra, spinte dalle tensioni globali per il cessate il fuoco a Gaza, che hanno fatto emergere le critiche dei movimenti studenteschi nei confronti delle collaborazioni degli atenei italiani con le università israeliane e con lo stato d’Israele. Le proteste su Gaza, in questo senso, sono state rivelatrici, segnalando il peso sempre più crescente di finanziamenti esterni, spesso privati, verso progetti a scopo militare o caratterizzati dal rischio del doppio utilizzo civile e militare. I tagli sempre più ampi alla scuola e all’università sono una conseguenza delle privatizzazioni che a cascata innervano tutti i servizi pubblici e sono una cartina al tornasole per indagare la convergenza tra logiche di mercato e guerra, compreso il neo-piano “ReArm Europe”. Questo nesso è stato ben individuato dagli studenti e studentesse che si sono mobilitati all’interno delle università, occupando e dimostrando come i loro atenei incentivano il massacro a Gaza. Gli accampamenti studenteschi erano poi già emersi di fronte all’aggravarsi dell’emergenza abitativa che va inevitabilmente ad intaccare il diritto allo studio per i giovani. Infatti, le agitazioni studentesche, dal Sessantotto all’Onda, sono gli indicatori più sensibili della crisi e dei conflitti a venire. Una delle linee del conflitto può essere individuata nella diffusione di forme di sapere non solo autonome dal mercato ma radicate nelle comunità in lotta, come nel caso della Gkn o dei movimenti per la giustizia climatica. 

Dunque la scuola e l’università sono allo stesso tempo uno spazio di socializzazione e pensiero critico ma anche una fabbrica del precariato. Hanno un compito conservatore, di riproduzione dell’élite, e uno progressista, di messa in discussione di quelle élite. Sono spazi in cui gli incentivi al conformismo e all’allineamento al potere sono forti e in cui, però, è più facile esprimere un punto di vista alternativo a quello dominante. Questa duplice natura complica le cose e rende anche più complesso far uscire i saperi da queste torri d’avorio. Difenderle come istituzioni pubbliche è però quanto mai necessario come, allo stesso tempo, denunciarne l’involuzione e cercare di cambiarle. Ciò impone tensioni e contraddizioni che necessitano anche e soprattutto di un nuovo rapporto tra docenti, studenti e studentesse. 

Guerra, emergenza climatica, lavoro, questione di genere, educazione non violenta: non mancano i terreni in cui sperimentare cantieri di coinvolgimento sociale. Nell’epoca delle triplici crisi – sociale, ambientale ed economica- studenti, lavoratori e lavoratrici della conoscenza possono giocare un ruolo fondamentale se riusciranno a interpretare il proprio ruolo sul nesso tra saperi e società, rifiutando qualsiasi logica corporativa e proponendo la scuola e l’università come spazi di autonomia intesa, non come isolamento e riproduzione di un’élite, ma come campo di elaborazione democratica del futuro.

In quest’ottica il tema non può e non deve interessare solo chi questi contesti li vive e attraversa quotidianamente, ma deve diventare questione di tutti perché riguarda il futuro e la possibilità di costruire spazi e orizzonti alternativi. 

Infatti la scuola e l’università dovrebbero concepirsi come due istituzioni comunicanti in cui l’elaborazione del pensiero critico deve essere praticato come linfa vitale per costruire pratiche di insegnamento e apprendimento significative. La loro funzione è fondamentale, oltre che imprescindibile, per società inclusive, solidali e democratiche. Il loro ruolo dovrebbe essere riconosciuto come centrale per la promozione e la produzione di quel sapere che, tramite un ritorno dialettico, dovrebbe innervare tutta quanta la società. 

Scuole e università dovrebbero essere messe al centro dell’interesse delle istituzioni politiche e dell’opinione pubblica. Entrambe dovrebbero essere messe nelle prime voci di spesa pubblica e assumere una posizione centrale nella manovra economica. La scuola e l’università dovrebbero rappresentare quegli ancoraggi fondamentali per la tenuta democratica della società e allo stesso tempo quelle macchine produttrici di anticorpi funzionali a respingere le derive autoritarie che finiscono per trasformare il sapere in indottrinamento censurando le voci critiche e reprimendo le libertà d’insegnamento e apprendimento.

Disinnescare il pensiero critico 

Il disprezzo per il sapere e per le università è stato palesato in modo esplicito, negli Stati Uniti, dal Vicepresidente J.D Vance che ha definito le università – inasprendo la retorica dell’anti-intellettualismo, fenomeno già radicalizzato e consolidato oltreoceano – come” luoghi in cui si trasmettono menzogne” e che occorre “attaccare frontalmente” chiosando con questa espressione che non lascia mezzi termini: “i professori sono il nemico”. Il disprezzo per l’accademia e la scuola non è un fenomeno isolato, ma il risultato di un processo di costruzione ideologica, che definisco “neutrale”, che progressivamente ha depoliticizzato, atomizzato e frammentato la società in individui isolati e, di conseguenza, ha cambiato i connotati a ciò che dovrebbe rappresentare l’istruzione e alla ricerca.

Il processo di neutralizzazione e depoliticizzazione delle società si è reso palese con la costruzione dell’impianto neoliberale seppur le dinamiche elitarie, classiste ed escludenti si sono sempre verificate nelle scuole e nelle università. Grazie al suo lessico apparentemente neutro, ma riconoscibile nella sua pervasività ideologica, si sono creati i meccanismi per disgregare la società e i luoghi del sapere critico spingendoli, sempre più, verso logiche produttivistiche ed economicistiche. Le questioni politiche, sociali ed economiche dovevano essere ripulite dalle ideologie tramite una patinatura neutralista e secondo una falsa idea di pacificazione nella lotta tra le classi. La politica non doveva entrare nelle aule, avrebbe radicalizzato il conflitto sociale, meglio disinnescarlo. 

Mentre negli anni’80 il lessico e l’impianto neoliberale si diffondeva, a livello globale, per mezzo del “there is no alternative” e “la società non esiste, ma esistono solo gli individui”; il sistema dell’istruzione e della ricerca si riformulava grazie alla diffusione di parole d’ordine – a primo impatto neutrali e benevole – come l’efficienza e l’autonomia il tutto condito da analisi su costi e benefici. Costrutti lessicali talmente diffusi oggi che hanno fatto perdere le coordinate dei loro effettivi significati. Il linguaggio non è mai un atto convenzionale, come ci ricordano Ludwing Wittgenstein e Michel Foucault, ogni espressione nasconde un rapporto di potere, e un’ideologia che vuole imporsi pervasivamente, come una rete, nei gangli sociali. La scuola e l’università hanno risentito anch’esse del lessico e del dogmatismo neoliberale essendo due microsistemi cardine grazie al quale il discorso egemonico può riprodursi. 

Il risultato di questa costruzione ideologica ha provocato un cambiamento nella formazione della comunità che si interessa della relazione didattica. Più che creare luoghi del sapere che difendono il pensiero, chi studia e chi lavora al suo interno, si è finito per costruire degli organismi più simili ad agenzie di collocamento che operano nel mercato dei servizi professionali al fine di soddisfare i fabbisogni territoriali richiesti dalla politica e dalle imprese; la riforma proposta da Valditara per le scuole professionali va proprio in questa direzione.

Le scuole e le università nella maggior parte dei casi vengono concepite, non più come momenti emancipatori e di costruzione di pratiche critiche di liberazione collettiva, ma come luoghi di passaggio, da cui ottenere un titolo spendibile sul mercato del lavoro. Piuttosto che contribuire a fare di scuole e università luoghi di vita democratica, queste finiscono solamente per interessarsi agli aspetti tecnici e di bilancio piuttosto che promuovere spazi di inclusione e accessibilità aperti a tutti e tutte. Le trasformazioni impresse hanno finito per essere assunte come necessarie in un mondo globalizzato che richiede efficienza, competizione e principio di prestazione. Assumendo come necessarie le riforme, i tagli dei finanziamenti e le formule lavorative sempre più precarie; si è finito per giustificare lo smantellamento pubblico della scuola e dell’università.

Ma le scuole e gli atenei non dovrebbero modellare i corsi di studio su ciò che chiedono le imprese ma fornire idee e strumenti per immaginare un futuro migliore. La funzione dei luoghi del sapere, come afferma Tomaso Montanari, “non deve essere di sottomissione al mercato e alle sue leggi “naturali”, quanto piuttosto fornire idee, strumenti e teste per rinnovare, cambiare e riarticolare quelle esigenze sociali e le storture che il mercato crea e favorisce”.

La gestione aziendalista che obbedisce alle regole del mercato non prende in considerazione le pari opportunità, la democrazia, la qualità dell’istruzione e del lavoro. La precarizzazione del lavoro e la mercificazione della formazione degli studenti e studentesse sono due lati della stessa medaglia e punti di contatto tra scuola e università. Da una parte la continuità lavorativa è subordinata ai pareggi di bilancio e a formule contrattuali precarie, mentre dall’altra si sottopone la didattica – che dovrebbe interessarsi alla cura delle relazioni con gli studenti e le studentesse – a processi di burocratizzazione eccessiva in cui si perde il senso di ciò che dovrebbe essere l’educazione e la formazione. I problemi strutturali del mercato del lavoro in Italia sono ben noti: salari che non crescono da trent’anni, ricette economiche neoliberiste che prediligono un’economia dell’offerta in funzione delle imprese, tagli al cuneo fiscale, alla previdenza e alla sicurezza sociale. 

Il controllo governativo sui luoghi del sapere

L’attacco frontale del Governo Meloni alla scuola e all’università è sempre più visibile. Le riforme che si sono concretizzate dall’insediamento del Governo e quelle in cantiere dimostrano la velocità con cui il Ministero dell’Istruzione e del Merito e Il Ministero dell’Università e della Ricerca stanno agendo per imprimere un controllo decisivo sulla scuola e sull’università. L’idea potrebbe essere riassunta in questo modo: Il governo teme la scuola e l’università come spazi di autonomia e libertà di pensiero, dunque serve un maggiore controllo. Per quanto riguarda la didattica scolastica da sottolineare la riscrittura delle Indicazioni Nazionali per la scuola d’infanzia e per il primo ciclo d’istruzione, la rimodulazione delle Linee Guida per l’Educazione Civica, in cui centrale deve essere la cultura d’impresa e la valorizzazione della Nazione mentre la Costituzione viene trasformata in un mero documento giuridico formale privo di senso. Per quanto riguarda la condizione lavorativa di docenti e ricercatori universitari è interessante notare i punti di convergenza – tra scuola e università, seppur con dinamiche diverse, – nel reclutamento pubblico e nell’accesso alla professione.

L’ultimo attacco alla scuola è arrivato con l’applicazione del D.P.C.M del 4 agosto 2023 che ha sancito l’entrata in vigore dei nuovi percorsi abilitanti. Il decreto fu formulato da Patrizio Bianchi, l’ex ministro dell’istruzione del governo Draghi, ed è stato recepito e attuato dall’attuale ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara. In sostanza sono stati introdotti nuovi crediti formativi universitari da ottenere per abilitarsi e per sostenere i futuri concorsi.  Precedentemente a queste modifiche era “solamente” necessario, per partecipare ai concorsi, avere il titolo di laurea più un percorso integrativo da 24 cfu su discipline quali la didattica, la metodologia, la psicologia e la pedagogia. Le problematicità aperta da questo decreto sono molteplici tra cui: la divisione in percorsi abilitanti a seconda della posizione del singolo docente – tutto ciò ha portato frammentazione all’interno della categoria degli insegnanti, ognuno occupato a salvaguardare la propria posizione – invece che fare fronte comune ed esternare le problematicità della questione. I costi per accedere sono elevati ed insostenibili, tra i 2000 euro e i 2500 euro a seconda del percorso a cui si deve partecipare. Ciò, di fatto, pone un freno economico enorme alla possibilità di accedervi.

Inoltre la scuola italiana è fondata sulla precarietà dei docenti, quest’anno scolastico registra il record di precari, infatti se ne contano più di 250.000. Tra concorsi scolastici non più abilitanti e creazione di percorsi abilitanti, presso gli atenei, con limiti all’accesso e pagati profumatamente per accedervi, dobbiamo, inoltre, segnalare la questione relativa la gestione delle supplenze annuali. Per mezzo di una piattaforma algoritmica, che ogni anno crea problemi ed errori nell’assegnazione dei posti vacanti, la continuità lavorativa è subordinata a un sistema poco chiaro e trasparente. La procedura informatizzata, introdotta nel 2020 dall’ex ministra Azzolina, assegna le cattedre in base alle preferenze dei docenti senza che questi conoscano i posti a disposizione nelle scuole in cui inviano la richiesta. Infatti succede spesso che le cattedre vengono assegnate a chi si trova in una posizione più bassa in graduatoria

Sul versante universitario dobbiamo soffermarci sul nuovo DdL Bernini che prevede ulteriori tagli all’università e introduce nuove problematiche rispetto agli assegni di ricerca e al pre ruolo, rappresentando, inoltre, un netto passo indietro rispetto alle prospettive di stabilizzazione accademica. Uno dei punti più critici del disegno di legge è l’introduzione di figure contrattuali precarie. Infatti, si prevede l’inserimento di contratti annuali privi di tutele, borse di ricerca a compensi ridotti e nuove figure come il “professore aggiunto” nominato dagli atenei senza requisiti scientifici obbligatori. Il Ddl promuove un sistema in cui solo chi dispone di solide risorse economiche potrà permettersi una carriera accademica. Nessuna di queste nuove figure lavorative verrà inquadrata sotto un impianto contrattuale di lavoro dipendente, nessuna potrà essere regolamentata tramite contrattazione collettiva, nessuna avrà un orario di lavoro prestabilito e regolare, né tanto meno ferie, malattie, tredicesima, rappresentanza sindacale o diritto di sciopero. Queste figure, però, risultano essere più vantaggiose per le università rispetto al contratto di ricerca regolare previsto dalla legge 79/2022 e non ancora entrato a regime. 

Con questa riforma, il mondo del pre ruolo accademico viene condannato a una condizione di non-lavoro esacerbando precarietà, ricattabilità e non riconoscimento. Dunque la connessione tra il Ddl Bernini e i tagli previsti al Fondo di Finanziamento Ordinario destinato all’università è evidente e mette in moto una spirale di sottofinanziamento che mette a serio rischio la carriera universitaria di moltissimi studenti e studentesse.

Infine un altro tema, che collega scuola e università va ad intercettare la questione del controllo da parte del governo con la proposta del Ddl 1660. Il Ddl “sicurezza” infatti introduce una trentina di modifiche al codice penale formulando venti nuovi reati, estendendo sanzioni e aggravanti, e in alcuni casi ampliando le pene previste per reati già esistenti. I blocchi stradali diventano reati con pene fino a due anni di reclusione, si criminalizza le proteste pacifiche, con l’aggravante per chi si oppone alla costruzione di grandi opere pubbliche, e prevede pene fino a vent’anni per chi protesta nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e nelle carceri. Infatti come denuncia l’associazione Antigone, che si occupa di garantire diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario, il disegno di legge rappresenta “il più grande e pericoloso attacco alla libertà di protesta nella storia repubblica”. Scuola e Università non sono esenti da questo attacco. Il fine del Ddl sarebbe quello di creare un clima di repressione anche nei confronti della scuola e dell’università. L’articolo 31 del Ddl va in questa direzione poiché afferma, espressamente che “le pubbliche amministrazioni e i soggetti che erogano servizi di pubblica utilità sono tenuti a prestare al Dis, all’Aise e all’Aisi collaborazione e assistenza necessarie per la tutela della sicurezza nazionale”. Inoltre, i servizi segreti “possono stipulare convenzioni con questi soggetti, nonché con le università e con gli enti di ricerca. Le convenzioni possono prevedere la comunicazione di informazioni anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza”.

Facendo un esempio pratico di cosa comporta questo decreto, come spiega la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, “se uno studente o un docente partecipano a un determinato movimento politico, o a un’associazione attivista, l’Università dovrà comunicarlo su richiesta dei Servizi. Allo stesso modo ci si dovrà comportare se un professore insegna in aula tesi ritenute “pericolose” o sovversive”. 

Per quanto riguarda la scuola, all’inizio dell’anno scolastico, è stato approvato  il Ddl che riforma il voto in condotta e quello della primaria. Valditara ha disegnato il provvedimento ufficialmente per contrastare il bullismo ma il vero obiettivo del governo è reprimere ogni iniziativa politica o civile degli studenti. Anche per la scuola il diktat utilizzato è quello del sorvegliare e punire in cui si vuole restituire l’autorità ai docenti e umiliare gli studenti e le studentesse

La sicurezza a scuola, come in tutti i giorni, si costruisce prendendo consapevolezza dei nostri diritti non barricandosi dietro la repressione dei comportamenti o per mezzo di punizioni. La sicurezza si crea tramite il dialogo e la condivisione mettendo al centro i protagonisti della relazione didattica. La scuola e l’università la costruiscono i docenti, gli studenti e le studentesse e questo pacchetto di riforme qui presentato dimostra quanto sono lontani i sentori della società rispetto alle decisioni che poi vengono prese nelle stanze della politica. Come se si corresse su due livelli completamente disallineati. Da una parte vi è la volontà di costruire luoghi che siano effettivamente liberi e partecipati, dall’altra una visione di scuola e università che non si trova al passo coi tempi e con la nostra società multiculturale. Educare alle differenze dovrebbe essere un elemento fondativo del processo didattico. Ed è questo un compito primario della scuola e dell’università valorizzare le differenze assumendole come valore aggiunto e non come un problema da reprimere e da allontanare.

Convergere significa unire

La domanda a questo punto ricade su quale tipo di scuola e università ci immaginiamo. Una scuola e un’università al servizio della comunità o al servizio del mercato? Una scuola e un’università che educano alla complessità e allo spirito critico o che assoggettano ai valori del potere e all’obbedienza?

Potremmo chiederci se la consapevolezza di ciò è diffusa nell’opinione pubblica? E se c’è una comprensione sufficiente su cosa significa attaccare frontalmente queste istituzioni con continui tagli di finanziamenti e disegni di legge dal profumo nazionalista. L’attacco diretto, per chi scrive, è palese e si scaglia contro un modello di scuola e di università nate con la Costituzione e, alle garanzie che questa riconosce in tema di scuola, ricerca e lavoro. 

Dunque la povertà lavorativa e formativa di oggi sono frutto di determinate scelte politiche. La diffusione della cultura del merito, termine che oggi viene ad essere centrale nella denominazione del ministero dell’istruzione, sottolinea chiaramente l’idea di scuola e università che si hanno in mente. L’idea di merito diffusa non è quella di mettere al centro le capacità di tutti e tutte, nonostante le difficoltà di accedere a determinati percorsi a causa di condizioni di partenza differenti, come l’articolo 3 della Costituzione afferma e protegge. Infatti il merito assume i connotati dell’esclusione ponendo le condizioni economiche individuali e il denaro come mezzo per meritarsi un dato posto di lavoro e una data formazione. La conseguenza di ciò è, da una parte, l’interiorizzazione della colpa e, dall’altra, il trasferimento di questa sul piano individuale. Nella società della prestazione non è ammesso il fallimento e la decelerazione non è concepita. Trattandosi di scelte che strutturano la vita, ognuno dovrebbe essere messo nelle stesse condizioni e opportunità per ragionare in modo idoneo sul percorso a cui vorrebbe aspirare e, non delegare la scelta in funzione del mercato.

Questi meccanismi tradiscono la complessità del reale, che invece è caratterizzato da scelte politiche ed economiche ben precise che tendono alla povertà lavorativa e formativa. L’ideologia meritocratica ha sicuramente fornito il diktat necessario per l’applicazione della visione neoliberale alla scuola e all’università. In questo quadro, come afferma il pedagogista Massimo Baldacci: “la funzione della scuola è quella della formazione del capitale umano, ossia, dello stock di conoscenze e di competenze necessarie per garantire la competitività delle imprese e del sistema-Paese. Infatti, nell’economia globale fondata sulla conoscenza questo tipo di capitale è diventato il principale fattore della produttività. L’educazione viene così ridotta alla formazione del produttore. Inoltre, la stessa scuola viene vista come un’azienda, e quindi si pensa che la competizione sia il volano della sua produttività formativa. Pertanto, si cerca di mettere in concorrenza tra loro gli istituti scolastici, gli insegnanti, e soprattutto gli studenti. La gara meritocratica deve innervare precocemente la vita dei giovani, per conformarli al nuovo tipo umano promosso dal neoliberismo”. Dunque le dinamiche dell’ideologia “neutralista” neoliberale hanno esercitato una pressione sui sistemi scolastici e universitari che si sono dovute allineare alle richieste del capitalismo globalizzato. Ecco che la scuola promossa dalla Costituzione alla cui base vi sono le idee di uguaglianza, pari opportunità e democraticità, vengono oggi duramente attaccate. In Italia il cambiamento fu conseguenza di un volume pubblicato da Norberto Bottani “La ricreazione è finita: Dibattito sulla qualità dell’istruzione” del 1986 con cui si attaccava frontalmente la scuola del ‘68 che, secondo questa interpretazione, aveva favorito una maggiore uguaglianza, ma non era riuscita a tutelare la qualità dell’istruzione. Chiaro segnale di come l’elitismo culturale liberale, essendo una diretta emanazione dalla classe dominante, abbia da sempre caratterizzato la visione della scuola e dell’università in Italia. 

Il disprezzo per la scuola pubblica, inclusiva e aperta ha rappresentato un problema per chi vuole solo manodopera ricattabile e sfruttabile da immettere nel mercato del lavoro.

Per spezzare questa spirale viziosa ripartire dalla Costituzione potrebbe essere fondamentale per coniugare e provare a risolvere i problemi strutturali del sistema scolastico e della ricerca. Sia dal punto di vista della qualità dell’istruzione – come dovere per studenti e studentesse che si aspettano di ottenere quegli strumenti fondamentali per vivere – ma anche, nella possibilità per i docenti, di esercitare una professione, dal gran valore sociale, che sta subendo attacchi frontali senza precedenti, da più di trent’anni -, a causa di un abuso di contratti precari e formule per il reclutamento affidati a concorsi non abilitanti, graduatorie gestite da algoritmi e contratti di ricerca non tutelati come invece dovrebbero essere. Il lavoro è diventato sinonimo di precarietà; così come la ricerca e l’istruzione. Di conseguenza i diritti sanciti dalla Costituzione – l’articolo 9, 33 e 34 – che ci parlano della tutela della ricerca, della libertà d’insegnamento e del diritto all’istruzione, in questo quadro vengono svuotati e prezzati come qualsiasi merce che si trova in concorrenza sul “libero mercato”. 

Un altro elemento che non può essere trascurato, che si collega a quello appena esposto, è quello di creare una gerarchia tra i saperi in funzione delle richieste del mondo del lavoro. Le competenze che oggi vengono valorizzate sono solo quelle richieste dalle imprese. Ciò ha provocato un divario, che oggi sembra incolmabile, tra discipline umanistiche e scientifiche, infliggendo un duro colpo soprattutto alle prime, poiché non considerate direttamente profittevoli sul piano economico. In base a questa valutazione del mercato si sono declassati determinati titoli di studio e si sono finite per creare delle scale di valore tra scuole e università di serie a e di serie b. La scelta del percorso di studio avviene oggi in termini di utilità e di successo che un titolo può arrecare, senza considerare i problemi strutturali del mondo del lavoro una volta finiti i percorsi di studio. Ecco infatti che si richiedono competenze sempre più legate al mondo del marketing, del management, dell’informatica e delle risorse umane. Da un lato si predilige una specializzazione settoriale in compartimenti stagni, perché il mercato ne ha bisogno; dall’altra si squalificano tutti quei titoli scolastici o universitari che hanno una maggiore valenza sociale. Non si tratta di affermare la preminenza di una o dell’altra carriera, scientifica o umanistica che sia. In questa sede si vuole cercare di affermare il valore che entrambe detengono e che deve essere riconosciuto, senza sminuire le scelte di vita che le persone effettuano. Si pretende di dire che non bisogna piegarsi al mercato, ma perseguire ciò che ci rende felici e ciò che ci fa sentire realizzati, ognuno con le proprie aspirazioni. Per fare ciò dobbiamo anche essere consapevoli del conflitto sociale e della necessità di rivendicare i nostri diritti se non ci vengono riconosciuti.

Come afferma Gramsci nei Quaderni del carcere: “la scuola moderna è attraversata da un processo di progressiva degenerazione in cui la scuola professionale prende il sopravvento sulla scuola formativa”, e “anche se in apparenza questa appare “democratica”, perché insegna un “mestiere”, è destinata a riprodurre le differenze sociali”. “Questa finisce per stipare e predeterminare la vita delle persone poiché ogni strato sociale ha un proprio tipo di scuola destinato a perpetuare una determinata funzione tradizionale”. Ecco che la scuola e successivamente l’accesso all’università diventa possibile solo per chi ha frequentato determinati tipi di scuole e ricevuto un certo metodo formativo e di studio. E conclude affermando: “Se si vuole spezzare questa trama, occorre non graduare i tipi di scuola, ma crearne un unico modello preparatorio che conduca fino alla soglia della scelta professionale, formando nel frattempo la persona nella sua unicità e integrità. Una persona capace di pensare,  di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige”. 

La missione della scuola e dell’università non può essere la messa a profitto tramite una mera valutazione formale dei contenuti trasmessi, un discorso ampissimo che merita più spazio, per via delle implicazioni che producono a cascata sui percorsi di vita futuri di studenti e studentesse. La scuola e le università non possono produrre individui in serie. Riconoscere l’unicità di ognuno potrebbe essere un modo per non fare di questi luoghi delle catene di montaggio e soprattutto per comprendere che la competizione, l’idea che non si può fallire e la produttività ci spingono inevitabilmente al burnout. L’importanza di tutelarci da questi modelli di vita tossici è fondamentale; la scuola e l’università devono farsene carico per strutturare nuovi spazi del sapere in cui si prendono in carico anche le conseguenze che questi processi hanno sulla salute mentale, sul rapporto tra docenti, studenti e studentesse, sulle emozioni e sugli stati d’animo con cui si vivono questi luoghi.

La battaglia per la scuola e per l’università deve assumersi come questione primaria e fondamentale nelle nostre comunità. Senza una scuola e un’università pubblica e libera dalla mercificazione, dal precariato e dal controllo governativo c’è il rischio sempre più alto di vedere crollare l’impianto pubblico che la Costituzione delinea e protegge. 

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