La letteratura della classe operaia: indagine teorica e politica

1. Una breve introduzione al concetto di letteratura della classe operaia

In occasione del festival della letteratura working class che avrà luogo tra il 4 e il 6 aprile 2025 proponiamo ai nostri lettori un’analisi di questo tipo di letteratura. Seguendo il saggio Working-class Literature(s) di Magnus Nilsson contenuto nel libro The Routledge Companion to Working-Class Literature scopriamo che il concetto di letteratura della classe operaia, insieme ai suoi numerosi sinonimi e termini concorrenti, è stato oggetto di dibattiti intensi e prolungati in vari contesti letterari, accademici e politici a partire dal XIX secolo che si sono spesso concentrati sulla domanda fondamentale di come definire tale concetto. Una risposta definitiva non è ancora stata raggiunta. Come evidenziato da Nicholas Coles e Paul Lauter nella loro introduzione a A History of American Working-Class Literature, la domanda più comune posta da chi si avvicina al tema è: “cosa si intende per letteratura della classe operaia?” Parliamo di scritti prodotti da membri della classe operaia? Di opere che parlano di uomini e donne della classe operaia? O di testi destinati a un pubblico operaio? Questa difficoltà nel trovare una definizione univoca deriva dal fatto che la letteratura della classe operaia è un fenomeno eterogeneo e storicamente contingente, infatti sono emerse molte forme di letteratura operaia in contesti differenti, evolvendosi in relazione a sviluppi sociali, politici e letterari, il che ha portato a una molteplicità di definizioni e alla necessità di rivederle costantemente. Un altro motivo per cui il dibattito rimane aperto è che questo concetto solleva questioni sociali, politiche ed estetiche di grande rilevanza, spesso controverse e interpretate in modo diverso a seconda dei quadri teorici e politici di riferimento. Questi dibattiti, quindi, non riguardano solo l’identificazione di un genere letterario perché coinvolgono anche ideologie e dogmi teorici. In particolare emergono diverse interpretazioni dei termini che compongono il concetto: “classe operaia” e “letteratura”. Le numerose definizioni e i conflitti che li circondano rappresentano, tuttavia, una risorsa intellettuale preziosa perché costituiscono un archivio di interpretazioni diverse su cosa sia la letteratura della classe operaia, sollevando domande teoriche e politiche cruciali che possono stimolare lo sviluppo teorico all’interno delle discipline accademiche che la studiano e non solo. Nilsson propone un quadro teorico che riconosca l’eterogeneità e la storicità di questo fenomeno, permettendo di concettualizzarlo come un’entità transtorica e (potenzialmente) transnazionale. Spesso, tuttavia, il concetto di letteratura della classe operaia è stato interpretato in modo ristretto. Ciò è dovuto a diversi fattori, tra cui la tendenza a organizzare gli studi letterari e la vita letteraria in generale su base nazionale, senza riflettere criticamente su questa prospettiva nazionalistica. Ad esempio la letteratura della classe operaia statunitense, svedese o tedesca è stata spesso presentata come rappresentativa della letteratura operaia in generale, ignorando le molteplici manifestazioni globali di questo fenomeno. La letteratura della classe operaia è spesso associata a periodi storici specifici, come gli anni ’30 negli studi anglo-americani o gli anni ’70 in contesti come la Danimarca, la Malesia e la Svezia. Questa focalizzazione su periodi specifici rischia di limitare la sua comprensione a determinate forme letterarie e condizioni storiche, rendendo difficile riconoscere come operaia la letteratura che presenta caratteristiche formali diverse o che descrive altri aspetti della classe operaia. Un possibile fattore che ha contribuito a restringere il campo è anche l’esclusione di testi che, pur essendo stati definiti come operai in contesti non accademici, non rientrano nelle definizioni dominanti. Un esempio è la letteratura operaia sovietica che inizialmente includeva testi scritti da operai e sulle loro vite, ma che, dopo la rivoluzione, fu ridefinita come letteratura prodotta dal partito comunista, considerato l’avanguardia del proletariato. Anche in contesti non comunisti le discussioni accademiche sulla letteratura della classe operaia sono state influenzate da ideologie politiche, con molti studiosi che hanno insistito sul fatto che essa debba esprimere una prospettiva politica specifica, spesso di sinistra. Tuttavia l’esclusione di testi che esprimono ideologie diverse rischia di rendere il concetto di letteratura della classe operaia troppo ristretto e di allontanarlo dalla realtà eterogenea della classe operaia. Per superare questi limiti l’autore propone un approccio pragmatico e induttivo alla sua definizione che include i testi storicamente considerati come parte di questo tipo di letteratura, anche se marginalizzati nei discorsi politici o accademici. Sappiamo che la letteratura della classe operaia è un fenomeno complesso e dibattuto, caratterizzato da una mancanza di consenso sulla sua definizione e sul suo status come forma letteraria. Alcuni critici hanno sostenuto che non possa essere considerata letteratura in senso tradizionale, relegandola a forme espressive meno prestigiose e giustificandone l’esclusione dai canoni letterari, dai programmi scolastici e dalle pubblicazioni editoriali. Questa posizione è spesso motivata da pregiudizi ideologici che evidenziano come tali critiche riproducono un sistema che esclude implicitamente la classe operaia dal dominio dell’arte, considerata un ambito borghese. Ci sono anche studiosi e autori che, pur simpatizzando con la letteratura della classe operaia, la considerano un ossimoro, sostenendo che la letteratura sia un fenomeno intrinsecamente borghese. Ad esempio negli anni ’60 e ’70 in Germania Ovest alcuni intellettuali di sinistra e autori della classe operaia sostenevano che le forme letterarie tradizionali non potessero rappresentare accuratamente la classe operaia, preferendo approcci documentari. Uno dei problemi principali di questa opposizione tra letteratura borghese e letteratura della classe operaia è che si basa su una comprensione semplicistica del rapporto tra letteratura e classe, escludendo opere che non possono essere ridotte a una semplice inversione della letteratura borghese. La storia della letteratura della classe operaia dimostra che essa non è necessariamente in antitesi con la letteratura borghese e può adattare e trasformare le forme letterarie esistenti per esprimere nuove prospettive. In Svezia, per fare un esempio, la letteratura della classe operaia è stata inizialmente osteggiata dalla critica borghese ma negli anni ’20 e ’30 gli scrittori e i critici legati al movimento operaio hanno combattuto per affermarne il valore estetico, portando alla sua consacrazione come parte integrante della letteratura nazionale. Questo mutamento contribuì ad assegnare il premio Nobel a Harry Martinson ed Eyvind Johnson nel 1974, riconosciuti come rappresentanti della letteratura proletaria svedese. La marginalizzazione della letteratura della classe operaia è spesso il risultato di un processo attivo, tuttavia ciò che è stato escluso può essere reintegrato. Negli Stati Uniti, durante gli anni ’30, la letteratura proletaria ha goduto di un certo riconoscimento, sebbene successivamente sia stata nuovamente emarginata e ciò dimostra che il rapporto tra letteratura della classe operaia e letteratura borghese non è fisso, dipendendo da condizioni ideologiche e istituzionali in continua evoluzione. Essa sfida l’idea borghese che la letteratura debba essere autonoma dalla società e dalla politica senza che ciò comporti una ferma opposizione alla letteratura borghese in generale. Gli scrittori della classe operaia hanno spesso utilizzato forme letterarie esistenti, adattandole per nuovi scopi, dimostrando che la letteratura della classe operaia e quella borghese non sono categorie mutualmente esclusive, potendo coesistere e influenzarsi reciprocamente. Molti studiosi sostengono che la letteratura della classe operaia possa contribuire a ridefinire il concetto stesso di letteratura, sfidando le convenzioni letterarie tradizionali e ampliando la comprensione di ciò che la letteratura può essere. Rita Felski, per esempio, invita a un’apertura non dogmatica verso i molteplici usi dei testi letterari, inclusi quelli che violano l’ideologia letteraria borghese. La letteratura della classe operaia ha anche un valore d’uso come forma di protesta, celebrazione, testimonianza e chiamata all’azione. Riconoscere questi usi può contribuire a una comprensione più democratica e inclusiva della letteratura che può giocare un ruolo cruciale nella formazione della coscienza di classe. Secondo la teoria marxista la classe operaia non è solo una categoria oggettiva (classe in sé) perché può diventare una classe per sé, consapevole dei propri interessi comuni e organizzata per difenderli. La letteratura può essere uno strumento per raggiungere questa consapevolezza, trasformando le esperienze della classe operaia in opere creative che contribuiscono a costruire un’identità collettiva. In passato poesie e canzoni del movimento operaio hanno unito i lavoratori durante scioperi e manifestazioni mentre romanzi e opere teatrali hanno mostrato che le esperienze individuali sono spesso condivise da altri membri della classe. Nonostante l’interesse accademico per la letteratura della classe operaia come fonte di informazioni sulle esperienze dei lavoratori, alcuni studiosi criticano questo approccio, sostenendo che un’eccessiva attenzione al contenuto rischia di oscurare le questioni formali e creative. Lo scrittore svedese Patrik Lundberg sostiene che la critica si sia concentrata troppo sulla sua biografia, trascurando il valore artistico del suo lavoro. Questo approccio rischia di marginalizzare ulteriormente la letteratura della classe operaia, riducendola a una semplice testimonianza della vita dei lavoratori mentre si tratta di un fenomeno culturale che può contribuire a trasformare la comprensione della classe operaia e della letteratura stessa. Studiare la letteratura della classe operaia in modo creativo, piuttosto che puramente rappresentativo, può offrire nuove prospettive sulla storia della classe operaia e sul modo in cui essa è stata costruita e trasformata nel tempo sfidando gli stereotipi che dipingono i lavoratori come incolti e privi di risorse spirituali e mostrando come essi possano contribuire alla cultura e alla letteratura in modo significativo.

2. Letteratura e tendenze rivoluzionarie 

Nel saggio Revolutionary tendencies. Theories of Working-Class Literature di Kevin Potter, contenuto nello stesso libro di Magnus Nilsson, viene affermato che la sfida di teorizzare la letteratura della classe operaia nasce dalla mutevole composizione di questa classe nel corso della storia. Ogni cambiamento nelle forze produttive, tecnologiche e ideologiche porta con sé nuove relazioni sociali e forme di lavoro, generando nuovi modelli di sfruttamento e nuovi discorsi che possono rendere visibile o oscurare la realtà della classe operaia. Questi cambiamenti influenzano le modalità della lotta di classe e come essa viene condotta mentre la classe dominante capitalista sfrutta queste forze per reinventare regimi di disciplina del lavoro, dividere i lavoratori, atomizzare le comunità e condurre nuove forme di guerra di classe. Nel saggio del 1932 Letteratura di tendenza o letteratura di partito?, György Lukács esplora il concetto di tendenza nella letteratura, sostenendo che gli scrittori borghesi spesso cadono in contraddizioni irrisolvibili o in un misticismo confuso, diversamente da loro, gli scrittori proletari, grazie alla loro posizione sociale, possono superare queste barriere ideologiche e vedere chiaramente le relazioni di classe e lo sviluppo della lotta di classe. Lukács introduce implicitamente il concetto di coscienza di classe, evidenziando come gli interessi e gli impegni ideologici divergenti derivino da diverse posizioni di classe e modelli di dominazione. La sua analisi distingue tra classe in sé e classe per sé, un tema centrale nella teoria marxista. Il filosofo ungherese sottolinea l’importanza di scavare nell’inconscio ideologico dei testi per comprendere come la coscienza di classe si manifesti nelle narrazioni della classe operaia, un metodo che rivela l’ideologia e rafforza le teorie sulla letteratura operaia. Partendo dallo schema dialettico di Lukács è possibile valutare altre teorie sulla letteratura della classe operaia, riconoscendo come approcci diversi riflettano i cambiamenti negli studi letterari e nelle relazioni di classe nel XX e XXI secolo. La mimesi della coscienza di classe rimane un tema centrale, anche se le sue forme e rappresentazioni variano nel tempo e nello spazio. Le radici di queste teorie risalgono a Karl Marx e Friedrich Engels che hanno esplorato il legame tra letteratura, arte e coscienza sociale. Secondo Marx ed Engels la lingua e la coscienza sono prodotti sociali che nascono dall’interazione umana e riflettono le idee dominanti della classe al potere. Sebbene non abbiano analizzato la letteratura operaia come genere autonomo, il loro interesse per il ruolo della letteratura nel riflettere e influenzare la coscienza sociale ha gettato le basi per successive teorizzazioni. Leon Trotsky, in Letteratura e Rivoluzione, offre una visione unica degli sconvolgimenti letterari e stilistici portati dalla rivoluzione sociale, contribuendo a delineare il rapporto tra letteratura e trasformazione delle classi. Scrivendo in un periodo successivo alla guerra civile russa e in un momento di conflitto interno al Partito Bolscevico dopo la morte di Lenin, Trotsky riflette sulle difficoltà di creare una letteratura e una cultura autenticamente proletarie quando la borghesia controlla i mezzi di produzione e diffusione culturale. Il dirigente bolscevico osserva che la cultura è un sistema organico che riflette gli interessi e le conoscenze della classe dominante, penetrando ogni aspetto della vita sociale. La cultura borghese è profondamente radicata e interconnessa con l’ideologia dominante, rendendo difficile per gli scrittori proletari sviluppare un’arte che emerga in modo immanente dalla cultura e dall’ideologia della classe operaia. Trotsky riconosce che, al momento, gli scrittori proletari si limitano a utilizzare in modo eclettico le tecniche artistiche sviluppate dall’intellighenzia borghese, senza riuscire a creare una letteratura organica che rifletta pienamente la cultura e le esperienze della classe operaia. Tuttavia, sottolinea l’importanza di un’avanguardia proletaria che, attraverso una leadership strategica, possa guidare la formazione di una coscienza di classe e di una cultura rivoluzionaria. Essa avrebbe il compito di diffondere in modo critico e sistematico gli elementi della cultura esistente alle masse, preparando il terreno per una futura cultura proletaria autentica che potrà emergere solo con l’abolizione del sistema di classi e del monopolio borghese sulla produzione culturale. Trotsky, influenzato dalle idee di Lenin, vede nella mediazione degli intellettuali rivoluzionari un mezzo per impartire la coscienza di classe dall’esterno. La letteratura proletaria avrebbe il compito di rendere visibili le condizioni di sfruttamento della classe operaia e di aprire un orizzonte di possibilità per l’emancipazione rivoluzionaria. Viene immaginato un futuro in cui la costruzione sociale e l’autoeducazione psicofisica si fonderanno in un unico processo, sostenuto dalle arti, che darà forma a una nuova cultura comunista. In questo scenario l’uomo raggiungerà un livello di sviluppo superiore, avvicinandosi alle vette di pensatori come Aristotele, Goethe o Marx. Nonostante questa visione ottimistica, Trotsky è consapevole delle limitazioni imposte dal contesto storico in cui scrive: l’accerchiamento reazionario e la persistenza dell’ideologia borghese rendono difficile immaginare un’arte proletaria autentica. Nonostante ciò, introduce un’importante riflessione sulla rappresentazione “dal basso”, in cui i soggetti della lotta di classe diventano anche i produttori e i rappresentanti della propria esperienza, anticipando in questo modo l’idea di tendenza individuata da György Lukács nella letteratura proletaria. 

La tradizione del marxismo occidentale, in particolare quella sviluppata nel contesto istituzionale del Regno Unito, ha profondamente influenzato la teoria letteraria e la cultura della classe operaia, ridefinendo i paradigmi critici e aprendo nuove prospettive di analisi. Pensatori del dopoguerra come Stuart Hall, Angela McRobbie e Paul Gilroy hanno contribuito a plasmare la critica culturale del XX secolo, introducendo una visione che riconosce l’ideologia come un fenomeno strettamente legato alla produzione culturale. Tra questi Raymond Williams occupa un posto centrale. Formatosi nella scuola leavisiana a Cambridge, Williams ha superato i limiti della pratica egemonica della close reading, tipica della tradizione letteraria britannica, per esplorare le implicazioni politiche e ideologiche della cultura e della letteratura. Nel suo lavoro Marxism and Literature, Williams propone un modello innovativo per comprendere la relazione dialettica tra le forme di pensiero dominanti e quelle emergenti. La complessità di una cultura non risiederebbe più solo nei suoi processi variabili e nelle definizioni sociali ma anche nelle dinamiche interrelazioni tra elementi storicamente variabili. La cultura viene letta come un processo in continua evoluzione, in cui le idee e le pratiche residuali del passato, quelle dominanti nel presente e quelle emergenti interagiscono in modo dialettico. Gli elementi dominanti rappresentano le forme culturali egemoniche, quelle che riflettono e sostengono il potere della classe dominante. I residui si riferiscono a elementi culturali del passato che, pur essendo stati formati in epoche precedenti, continuano a essere attivi nel presente. Gli elementi emergenti includono nuove pratiche, significati e valori che si stanno formando e che potrebbero sfidare o sostituire le forme culturali dominanti. Questo schema tripartito permette una critica dialettica della cultura tenendo conto sia delle forze dominanti che di quelle che le contrastano. Williams sottolinea che la cultura dominante tende a incorporare e trasformare gli elementi emergenti per mantenere la sua egemonia in un processo mai completo o definitivo. Gli elementi emergenti, infatti, possono sfidare e modificare la cultura dominante, contribuendo a un cambiamento sociale più ampio. Uno degli aspetti più rivoluzionari del pensiero di Williams è il suo rifiuto della rigida separazione tra base materiale (la struttura economica della società) e sovrastruttura culturale (ideologia, arte, letteratura). Tradizionalmente, nel marxismo ortodosso, la cultura era vista come un riflesso della base economica, un elemento secondario e derivato. Williams, invece, sostiene che la produzione culturale è una forza produttiva fondamentale che contribuisce attivamente a plasmare la struttura materiale della società. Questo approccio permette di riconoscere il ruolo attivo della cultura nel processo di trasformazione sociale e nella lotta di classe. Williams applica il suo schema dialettico alla letteratura della classe operaia, sostenendo che essa ha un ruolo cruciale nel plasmare la storia attraverso la lotta di classe. Essa, infatti, oltre ad incarnare significati e valori residui (ad esempio, tradizioni e pratiche del passato), esprime anche pratiche e significati emergenti che possono sfidare la cultura dominante nonostante, come abbiamo detto, è in moto un tentativo di incorporazione di questi elementi per preservare l’egemonia della borghesia. Questo processo dinamico è centrale per comprendere come la cultura operaia possa contribuire a una coscienza rivoluzionaria che trascenda le barriere della società borghese. Un esempio di ciò può essere trovato negli anni ’60, quando le arti performative emergenti, spesso legate alla controcultura, sono state assorbite e trasformate dalla cultura dominante. Tuttavia, non essendo un assorbimento completo, anche la cultura dominante cambia, seppur in modo limitato, per mantenere la sua centralità. La letteratura operaia, quindi, deve costantemente lottare per sfidare la cultura dominante e contribuire a una coscienza di classe che vada oltre le strutture capitaliste. Un concetto chiave di Williams è quello di strutture di sentimento, le quali descrivono l’esperienza vissuta di alienazione e subordinazione della classe operaia. Queste strutture sono in un continuo processo di trasformazione, combinandosi e rimodellandosi in relazione alle relazioni sociali egemoniche. Attraverso esempi come il memoir di Vivian Gornick, The Romance of American Communism, Williams illustra come queste esperienze vissute siano centrali per comprendere la cultura operaia e la sua lotta per l’emancipazione. Le strutture di sentimento rappresentano un modo per analizzare gli aspetti affettivi ed emotivi della cultura che spesso sfuggono alle analisi puramente strutturali. Potter, in seguito, analizza in modo approfondito la connessione tra la poetica diasporica di A.K. Ramanujan e il concetto di letteratura minore elaborato da Gilles Deleuze e Félix Guattari, con un’attenzione particolare alle implicazioni politiche, sociali e linguistiche di questa teoria. L’etichetta di letteratura minore rischia di portare a conclusioni sbagliate perché potrebbe essere associata termini come come insignificante o secondario. Queste connotazioni rischiano di sminuire il valore e la portata rivoluzionaria di ciò che Deleuze e Guattari intendono con questa espressione. Per loro, infatti, la letteratura minore è una forma di espressione che nasce da minoranze, immigrati e gruppi subalterni costretti a scrivere in una lingua deterritorializzata, cioè non propria, come nel caso emblematico di Franz Kafka, ebreo praghese che scriveva in tedesco. Nel saggio viene ampliato il concetto di letteratura minore sostenendo che non si limita a rappresentare la voce di una minoranza oppressa bensì un processo dinamico di divenire altro che sfida le categorie binarie e le gerarchie sociali, creando nuove possibilità di interazione e trasformazione. Attraverso la deterritorializzazione della lingua, la letteratura minore diventa una forza attiva di cambiamento, capace di coinvolgere immediatamente questioni sociali e politiche e di inventare un popolo che manca, ovvero una collettività futura ancora da realizzare. Questo approccio radicale si distanzia nettamente dalla visione tradizionale della letteratura minore come qualcosa di secondario o inferiore rispetto a una letteratura maggiore o dominante. Deleuze e Guattari individuano tre caratteristiche fondamentali di questa letteratura. La prima, ne abbiamo già parlato, è la deterritorializzazione della lingua: la letteratura minore opera all’interno di una lingua maggiore destabilizzandola attraverso usi non convenzionali, creando un nuovo spazio linguistico e letterario. Questo processo implica la rottura delle regole grammaticali standardizzate, l’introduzione di anomalie sintattiche e la creazione di un linguaggio “strano” e minoritario. La seconda caratteristica è la politicità intrinseca perché nella letteratura minore le condizioni politiche e sociali non sono semplicemente uno sfondo in quanto assumono un ruolo centrale nella narrazione. A differenza della letteratura maggiore, che spesso si concentra su conflitti individuali e quotidiani, la letteratura minore collega direttamente le vicende personali alle strutture di potere, come avviene in Il castello di Kafka, dove la burocrazia oppressiva permea ogni aspetto della vita del protagonista. La terza caratteristica è il valore collettivo. Nella letteratura minore le espressioni e le enunciazioni non appartengono a un singolo autore perché sono una voce collettiva che permette di immaginare e costruire una soggettività proletaria o minoritaria in opposizione alle logiche dominanti. Un altro sviluppo di questa espressione viene fornito da Nicholas Thoburn che approfondisce ulteriormente il legame tra letteratura minore e politica di classe, sostenendo l’idea secondo cui la politica minoritaria non si riduce a un semplice processo di dare voce a identità preesistenti perché essa inventa nuove forme di espressione e organizzazione all’interno di spazi ristretti e oppressivi. L’approccio si collega alla teoria marxista che legge il capitalismo come un sistema capace di mobilitare flussi di denaro, lavoro e idee. La politica minoritaria si inserisce in questo scenario cercando di reindirizzare questi flussi contro la logica del valore capitalistico. La letteratura minore offre un contributo significativo alla teoria della letteratura operaia principalmente in due modi. In primo luogo, essa modella nuove soggettività attraverso la lingua e la forma letteraria, creando nuove visioni di identità e relazioni di classe. Un esempio emblematico è il protagonista di Coolie di Mulk Raj Anand che si adatta e resiste al capitalismo coloniale, intervenendo nei flussi linguistici e sociali del sistema oppressivo. In secondo luogo, la letteratura minore amplia l’analisi letteraria oltre i confini eurocentrici e maschili, aprendo a nuove identità sociali e categorie che sperimentano con la struttura linguistica e testuale e di conseguenza è possibile includere voci e prospettive spesso emarginate, come quelle delle donne, delle comunità diasporiche e dei gruppi subalterni.

Questo ci porta alla conclusione del saggio. Se accettiamo di vedere la letteratura operaia come uno strumento per ridefinire il rapporto con i mezzi di produzione e per sovvertire i codici normativi imposti dall’ideologia borghese, seguendo le intuizioni di pensatori come Georg Lukács, le teorie queer e femministe posso avere un ruolo cruciale al suo interno poiché attraverso pratiche sovversive di sessualità e genere minano l’egemonia culturale borghese. Eva Kosofsky Sedgwick, nella sua analisi di autori come Herman Melville, Oscar Wilde e Henry James, sviluppa una teoria queer-femminista che esplora l’eteronormatività in quanto costrutto borghese che controlla e sorveglia le pratiche sessuali. La sovversione di questo regime, quindi, si allinea naturalmente con l’identità e la letteratura proletaria, permettendo l’espressione radicale della soggettività queer. Jack Halberstam amplia questa prospettiva, criticando la matrice familiare borghese e il suo focus su lignaggio, eredità e generazione. Opere come The Piano Teacher di Elfriede Jelinek e Trainspotting di Irvine Welsh esemplificano come la letteratura operaia e queer possano intersecarsi per sfidare le norme sociali dominanti. L’intersezione tra classe e sessualità può anche portare a traumi profondi, come evidenziato in On Earth We’re Briefly Gorgeous di Ocean Vuong, dove i personaggi affrontano le crudeltà della dipendenza da oppioidi e delle disuguaglianze di classe. Toril Moi, in Sexual/Textual Politics, sottolinea come la classe operaia e le donne siano centrali per il sistema capitalista, nonostante siano marginalizzate culturalmente e politicamente. Queste teorie sono essenziali per comprendere come l’eteronormatività e il patriarcato influenzino la letteratura operaia e per rappresentare adeguatamente la vulnerabilità di chi vive all’interno di questi sistemi. Ritornando a Deleuze e Guattari possiamo concludere, sempre con Potter, analizzando i possibili legami tra letterature emergenti e letteratura della classe operaia, utilizzando il concetto di emersione di Raymond Williams per indagare come le minoranze etniche e le diaspore letterarie sfidino il canone dominante. Cyprus Patell, nel suo saggio Representing Emergent Literatures, sostiene che il concetto di emersione offre un modello dinamico per comprendere come le culture letterarie interagiscono e si evolvono, con un focus particolare sulle negoziazioni tra letterature marginalizzate e il canone dominante. Autori come Maxine Hong Kingston e Sherman Alexie scrivono dai margini della cultura statunitense, sfidando il centro e sottolineando le continuità tra le lotte del proletariato e quelle dei gruppi razziali ed etnici marginalizzati. Kingston, in Tripmaster Monkey: His Fake Book, omaggia e allo stesso tempo critica Walt Whitman, evidenziando la necessità di distaccarsi dalla posizione subordinata imposta dalla cultura dominante. Crystal Parikh, in An Ethics of Betrayal, esplora come le letterature emergenti complicano il discorso politico attraverso un’etica del tradimento che rivela le contraddizioni interne del sistema dominante e offre una critica incrementale al sistema sociale borghese. Parikh definisce il tradimento come un atto etico che apre spazi per l’arrivo dell’Altro, sacrificando il sé per rivelare le ingiustizie del sistema. Questo approccio permette alle letterature emergenti di agire come forme di critica, smascherando le contraddizioni del sistema politico e sociale dominante.

3. Alberto Prunetti e la letteratura working class

Lo scrittore Alberto Prunetti nel libro Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class affronta il tema della letteratura della classe operaia, da lui identificata con il termine inglese letteratura working class ormai ampiamente utilizzato nel nostro paese a partire dalla specifica collana di Edizioni Alegre e dai festival letterari organizzati dai lavoratori dell’ex GKN di Campi Bisenzio, come uno spettro a lungo ignorato o marginalizzato che sta tornando a farsi sentire attraverso opere capaci di raccontare storie di vita concrete, spesso dure, di persone che appartengono alla classe lavoratrice. Queste narrazioni, un tempo considerate non adatte al mercato editoriale, stanno ottenendo riconoscimenti e visibilità, sfidando il classismo strutturale del mondo culturale e letterario. Autori come Douglas Stuart, con Shuggie Bain (vincitore del Booker Prize), Stephanie Land con Maid (diventato anche una serie Netflix), Cash Carraway con Skint Estate e Graeme Armstrong con The Young Team hanno portato alla luce realtà spesso ignorate: la povertà, il lavoro precario, la lotta quotidiana per sopravvivere. Si tratta di opere che raccontano storie di vita working class con una voce autentica, spesso proveniente direttamente da chi ha vissuto quelle esperienze. L’industria editoriale ha spesso considerato queste persone troppo ignoranti per leggere o scrivere, relegandole a ruoli marginali nonostante la classe operaia non abbia mai smesso di produrre cultura, anche se spesso in forme non riconosciute o valorizzate. La scena britannica, in particolare, ha una lunga tradizione di scritture operaie, dal realismo sociale di autori come Robert Tressell e Walter Greenwood, passando per il kitchen sink realism degli anni ’50 e ’60, fino al grottesco iperrealismo di Trainspotting negli anni ’90. Per Prunetti definire cosa sia la letteratura working class non è semplice. Si tratta di opere scritte da autori di estrazione popolare? O di narrazioni che trattano temi legati al lavoro e alla resistenza al potere? Il progetto Working Class Literature su Twitter e il relativo podcast cercano di promuovere questa letteratura ma la questione rimane aperta. È importante notare che oggi la letteratura working class non è più solo appannaggio di uomini bianchi: sempre più donne, persone queer e autori non bianchi stanno contribuendo a ridefinire questo genere, portando nuove prospettive e tematiche, come il femminismo, la fluidità di genere e la denuncia dello sfruttamento sessuale. In Italia la letteratura working class fatica a emergere, nonostante ci siano esempi di scritture che raccontano il mondo del lavoro e la precarietà. Autori come Paolo Volponi e Ottiero Ottieri hanno contribuito alla cosiddetta letteratura industriale però manca una vera e propria scena working class. Ci sono, tuttavia, segnali di cambiamento, con piccole case editrici che iniziano a pubblicare opere di autori provenienti da contesti popolari. Il problema principale rimane la mancanza di visibilità e di distribuzione, oltre alle barriere culturali che rendono difficile per gli autori working class accedere al mondo editoriale che etichetta con termini come “vittimismo” o “autopromozione” queste opere. Inoltre, quando autori working class ottengono successo, vengono spesso accusati di aver vinto premi solo per la loro estrazione sociale, piuttosto che per il valore letterario delle loro opere. Tutto ciò fa dire a Prunetti che per affermarsi pienamente questo tipo di letteratura deve superare le barriere strutturali dell’industria editoriale e ridefinire il proprio immaginario. Lo spettro della working class non è più disposto a rimanere invisibile: vuole prendersi la scena e raccontare le sue storie, trasformando le paure in azione e ricostruendo un immaginario che sia davvero inclusivo. Il saggio di Prunetti Il pane e le rose  Prima riflessione sulle scritture working class inizia con un esempio emblematico per portare avanti un confronto tra letteratura working class in Italia e in Inghilterra, ovvero un romanzo inglese che racconta la storia di un educatore precario, figlio di un operaio, che viene letto nel nostro paese come un libro sul calcio mentre in realtà è un racconto sulla classe operaia britannica. Questo fraintendimento è sintomatico di un problema più ampio. In Italia la classe operaia viene spesso rimossa dal discorso pubblico e culturale, come se fosse un tabù. Si preferisce non parlare di classe operaia e si tende a ridurre le storie operaie a narrazioni tematiche che ne sminuiscono il significato sociale e politico. Il silenzio così generato sulla classe operaia è accompagnato da una realtà economica globale in cui il lavoro operaio è invisibilizzato, come nel caso degli oggetti prodotti in fabbriche cinesi, dove decine di mani toccano un singolo prodotto senza che la loro storia venga mai raccontata. Un altro esempio significativo di queste dinamiche proviene dal libro di Prunetti Amianto. Una storia operaia che viene relegato al reparto di sociologia in una libreria, invece di essere considerato narrativa. Questo episodio riflette una tendenza più ampia: le storie operaie sono spesso raccontate da intellettuali di classe media (sociologi, economisti, attivisti) piuttosto che dagli operai stessi che quando raccontano la loro esperienza, lo fanno attraverso diari o memorie poi interpretati e “sistemati” da altri in un vero e proprio processo di espropriazione della voce operaia che diventa un modo per umiliare e marginalizzare ulteriormente la classe lavoratrice, negandole il diritto di parlare con le proprie parole. Negli ultimi anni, tuttavia, sono emerse nuove voci che raccontano la classe operaia dall’interno. Queste scritture non sono semplicemente narrativa del lavoro o letteratura industriale perché rappresentano un tentativo di dare voce alla working class in modo autentico. Gli autori di queste opere sono spesso figli della vecchia classe operaia che hanno avuto accesso all’istruzione e alla cultura borghese ma sentono il dovere di raccontare le storie della loro classe di origine. Nei loro testi descrivono il lavoro alienato ed esplorano la ribellione, l’orgoglio e la solidarietà che caratterizzano la vita operaia. La nuova working class è descritta come migrante, intersezionale, precaria e tutt’altro che morta: è una classe in fermento che si ricompone attraverso lotte sociali e nuove forme di resistenza. Prunetti sottolinea l’importanza di distinguere tra letteratura sul lavoro e letteratura working class. La prima è spesso scritta da un punto di vista esterno, anche quello dell’oppressore, e tende a mescolare storie di sfruttati e sfruttatori in un unico calderone. La letteratura working class, invece, nasce dall’interno della classe operaia e ha un impegno politico e sociale: racconta il conflitto, le ferite di classe, le lotte per la dignità e i diritti. In Italia la rappresentazione della classe operaia è stata a lungo dominata da uno sguardo esterno, borghese. I già citati Ottieri e Volponi, pur con buone intenzioni, hanno raccontato la classe operaia da una prospettiva distante, spesso riducendola a figure tragiche e passive. Anche la letteratura industriale italiana, pur rappresentando un passo avanti rispetto alla tradizione verista, tende a concentrarsi sull’alienazione e sulla sofferenza, trascurando gli aspetti più vitali e ribelli della vita operaia. Questo approccio è stato criticato da autori come Asor Rosa che ha denunciato il populismo della narrativa italiana e da studiosi come Marco Forti, il quale ha evidenziato il ritardo culturale del paese nel rappresentare la modernità industriale. Al contrario, la letteratura working class britannica, rappresentata da autori come Alan Sillitoe, David Storey e Shelagh Delaney, si concentra sulla vita quotidiana della classe operaia, sul tempo libero, sull’irriverenza verso il mondo borghese e sulle relazioni sociali. Questi autori, spesso provenienti dalla classe operaia stessa, raccontano la loro esperienza dall’interno, con uno sguardo capace di soffermarsi anche sulle dimensioni culturali, emotive e politiche della vita operaia. Opere come Sabato sera, domenica mattina di Alan Sillitoe, The Sporting Life di David Storey e La solitudine del maratoneta, sempre di Sillitoe, decentrano l’attenzione dalla fabbrica per concentrarsi sulla vita domestica e sociale della working class. Anche Raymond Williams, figlio di un ferroviere, racconta in Terra di confine la sindrome dell’intruso, dell’impostore, il disagio di chi, cresciuto nella classe operaia, vive con un piede nel mondo del lavoro e un altro nelle professioni della borghesia. Negli anni ’60 e ’70, sull’onda delle lotte operaie, si assiste in Italia a un tentativo di dare voce direttamente agli operai, attraverso opere scritte da autori provenienti dalla classe lavoratrice, come Tommaso Di Ciaula e Luigi Di Ruscio. Di Ciaula pubblica Tuta blu, un romanzo di una potenza narrativa devastante, mentre Di Ruscio scrive opere come Palmiro e La neve nera di Osio, in cui il flusso della coscienza di classe e della scrittura operaia travolgono il lettore con una forza, una verve, una rabbia che danno i brividi. Anche Vincenzo Guerrazzi, con Le ferie di un operaio, contribuisce a questa narrativa operaia. Questi autori, pur con difficoltà, riescono a pubblicare romanzi e poesie che raccontano la vita operaia dall’interno, con uno stile crudo e diretto ma anche in questi casi, le opere sono spesso “inquadrate” da introduzioni di intellettuali borghesi che tendono a dare un senso accademico a narrazioni che invece nascono da un’esperienza diretta e vissuta. Con l’affermarsi del neoliberismo e il declino delle lotte operaie, la rappresentazione della classe operaia nella letteratura e nella cultura mainstream si affievolisce. Si diffonde un immaginario che celebra il ceto medio e il consumismo mentre la classe operaia viene progressivamente cancellata dal discorso pubblico. Prunetti, però, ci ricorda che la lotta di classe continua, anche se spesso invisibile, e la working class, pur trasformata e frammentata, rimane una realtà viva e ribollente, che cerca di raccontarsi con le proprie parole, senza farsi rappresentare da altri. La letteratura working class è una forma di espressione artistica e un atto politico, un modo per rivendicare la propria voce e la propria presenza nella società. A partire dagli anni ‘80 il minimalismo e il postmodernismo dominano la scena letteraria, concentrandosi sull’interiorità del soggetto e rimuovendo i conflitti sociali e politici esterni. La narrativa si è focalizzata su crisi interiori, etiche e individuali, spesso ignorando le dinamiche di classe e le disuguaglianze materiali. Questo approccio ha portato a una rimozione degli sfruttati che venivano rappresentati come parte della classe media o costretti all’invisibilità. Con la crisi del 2007-2008, però, la narrativa ha smesso di interrogarsi solo sui conflitti interiori ed è tornata a confrontarsi con la realtà. La crisi finanziaria ha rivelato le fragilità della classe media che si è trovata improvvisamente impoverita e tradita dalle élite economiche. La classe media, che aveva scelto di allontanarsi dalla classe lavoratrice in cambio di miraggi economici e pace sociale, si è scoperta vulnerabile, trattata come qualsiasi altro povero, minacciata da cartelle esattoriali e sfratti. Questo ha portato a una radicalizzazione di alcune fasce della società, con una narrativa che ha iniziato a interrogarsi nuovamente sul lavoro e sulle disuguaglianze di classe. In alcuni paesi, come l’Italia, questo impoverimento ha generato un rancore “gentista”, nostalgico di un passato immaginario privo di conflitti mentre in altri contesti ha prodotto una radicalizzazione a sinistra della classe media. La narrativa working class, emersa in risposta a queste dinamiche, cerca di rompere il silenzio sulle disuguaglianze di classe, portando alla luce storie di oppressione, sfruttamento e conflitto. Rappresentare la classe lavoratrice rimane una sfida complessa, soprattutto in un contesto in cui si nega l’esistenza delle classi sociali. La parola classe è spesso un tabù e pochi riescono a nominare le forme strutturali dello sfruttamento. La narrativa working class si impegna a storicizzare e raccontare il conflitto, riconoscendo che senza antagonismi non ci sono storie. Un esempio significativo è il libro Meccanoscritto, frutto della collaborazione tra la Cgil, il collettivo operaio MetalMente e gli scrittori Wu Ming 2 e Ivan Brentari, che ricostruisce la memoria del conflitto operaio, mettendo in tensione le storie di ieri e di oggi. Questo approccio è fondamentale per creare un nuovo immaginario per le classi lavoratrici che negli ultimi decenni sono state frammentate e private dei diritti conquistati. La letteratura working class cerca anche di assumere un punto di vista diverso da quello dei privilegiati, spesso rappresentato da scrittori maschi bianchi di classe media. L’emersione di voci di donne, minoranze etniche e persone LGBTQ+ portano nuove prospettive e sfumature alla narrativa di classe. Autrici come Toni Morrison e bell hooks, pur essendo spesso associate al femminismo e alla questione razziale, hanno radici working class che meritano di essere riconosciute. In Italia, autrici come Simona Baldanzi, Sonia Maria Luce Possentini e Claudia Durastanti contribuiscono a questa nuova narrativa, intrecciando storie di classe, genere e migrazione. Claudia Durastanti, in particolare, con La straniera, racconta una storia di classe, disabilità ed emigrazione, offrendo una prospettiva intersezionale che riconosce la complessità della working class contemporanea. Tuttavia la rappresentazione della classe operaia rimane spesso stereotipata e monodimensionale, soprattutto nel mainstream. Viene spesso evocata come capro espiatorio, accusata di aver votato per Trump o per la Brexit, o di essere razzista e maschilista. Questa rappresentazione distorta ignora la complessità della classe lavoratrice che oggi è composta da donne, migranti e lavoratori precari, e rischia di alimentare sentimenti di frustrazione e rancore. La lotta degli operai dell’ex GKN a Campi Bisenzio, che dal 2021 tengono in stato di assemblea permanente una fabbrica, è un esempio di come la classe operaia possa ancora essere protagonista di conflitti sociali e culturali. Questi operai, spesso descritti come un’aristocrazia operaia, hanno dimostrato una grande capacità di lavorare con gli strumenti della cultura e dell’immaginario, creando un nuovo immaginario collettivo. Prunetti critica anche i limiti della narrativa working class contemporanea, in particolare l’uso eccessivo dell’autobiografismo e del memoir, che rischia di trasformarsi in una forma di misery porn per il consumo della classe media. Opere come Skint Estate di Cash Carraway o La mia pelle sporca di Rachel Trezise, pur essendo potenti e necessarie, rischiano di ridurre la narrativa working class a una serie di sfighe e traumi, esposti per il voyeurismo dei lettori middleclass con il rischio di vittimizzare ulteriormente le persone di estrazione sociale popolare, costrette a mettere a nudo le proprie ferite per trovare spazio nell’industria editoriale. Nonostante questi limiti, la narrativa working class continua a essere uno strumento potente per raccontare storie di oppressione e resistenza. La sfida, oggi, è intrecciare classe, genere e razza in un’ottica intersezionale, riconoscendo la complessità della working class contemporanea e valorizzando le voci che già esistono. Solo così si può contrastare la rappresentazione stereotipata e monodimensionale della classe operaia e costruire una narrativa che sia veramente inclusiva e trasformativa.

4. Alcuni esempi di letteratura working class in Italia

Per concludere questo saggio vogliamo affrontare brevemente alcuni testi di letteratura working class pubblicati grazie ad Edizioni Alegre negli ultimi anni, a dimostrazione di una crescente vitalità del genere anche nel nostro paese. Il primo volume che vogliamo analizzare però non è un testo scritto di recente, bensì una perla della letteratura working class italiana del Novecento ristampata da questa casa editrice militante, ovvero Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del sud di Tommaso Di Ciaula, contadino e operaio pugliese. Si tratta di una testimonianza brutale e poetica della condizione operaia nel Sud Italia degli anni ‘70, raccontata dall’interno, con il linguaggio e lo sguardo di chi vive quotidianamente il lavoro in fabbrica come un’esperienza di alienazione e sofferenza. Il protagonista, alter ego dell’autore, lavora in un’officina metalmeccanica a sei chilometri da Bari, costruita in una zona un tempo agricola, ora devastata dall’industrializzazione. Il libro si apre con il contrasto tra il mare dell’infanzia, un tempo cristallino e ricco di vita, e il mare del presente, inquinato dal petrolio e dai rifiuti, metafora della trasformazione irreversibile subita dal territorio e dalla vita delle persone. La fabbrica è descritta come un ambiente oppressivo, un inferno di lamiere e rumori assordanti, dove gli operai sono ridotti a ingranaggi di una macchina che li sfrutta fino all’ultima goccia di energia. Il protagonista lavora su un tornio, uno Schaublin, piccolo e freddo d’inverno, soffocante d’estate, dove ogni giorno si trova a ripetere ossessivamente gli stessi movimenti, producendo migliaia di pezzi indistinguibili, come i piccoli componenti in teflon che sembrano non finire mai. La monotonia del lavoro è tale che l’operaio cerca di sfuggire con stratagemmi minimi, come coprire con un foglio la scatola dei pezzi da lavorare per non vederli accumularsi. Il rapporto con i capi è segnato da un continuo conflitto. Il capo reparto lo rimprovera per il basso rendimento, per le scritte di protesta che lascia sui muri e sugli armadietti, per il suo atteggiamento non conforme alla disciplina di fabbrica. Gli operai sono sorvegliati, umiliati, obbligati a sottostare a ritmi sempre più pesanti. Qualcuno crolla per la fatica e lo stress, altri si ribellano in silenzio, sottraendosi per qualche minuto alla produzione, prendendosi piccole vendette contro il sistema. Il protagonista, con una solida coscienza di classe, non esita a denunciare l’ipocrisia di molti suoi compagni che si lasciano distrarre dal calcio e dai consumi, senza trovare il coraggio di opporsi veramente alle ingiustizie. La fabbrica è un luogo di sofferenza fisica e psicologica. Gli infortuni sono frequenti: un operaio perde un dito, un altro si accascia per un collasso nervoso. I bagni sono luridi ma spesso diventano rifugi per chi ha bisogno di qualche minuto di sollievo dal lavoro incessante. Gli operai usano stracci sporchi, scarti di vecchi vestiti, per pulirsi le mani intrise di grasso e olio. La fabbrica, oltre ad essere un posto di lavoro, è un microcosmo degradato in cui la vita scorre tra fatica, sudore e scontri verbali. Il protagonista prova una profonda avversione per la sua condizione però è intrappolato in essa: il lavoro è alienante ma il bisogno di sopravvivere lo costringe a tornarci ogni giorno. Parallelamente alla dura realtà della fabbrica, il protagonista ripensa alla sua infanzia in campagna, dai nonni, dove la vita era segnata dal lavoro nei campi, dalla semplicità e dal legame con la natura. Il contrasto tra il passato contadino e il presente operaio è netto. Allora c’era povertà affiancata, però, da molta dignità mentre ora c’è sfruttamento e disumanizzazione. I trulli, le tipiche abitazioni rurali pugliesi, stanno crollando, sostituiti da palazzoni senza anima. La campagna viene distrutta per fare spazio a fabbriche e costruzioni abusive, la bellezza naturale del Sud Italia è svenduta per un progresso che non porta benessere bensì degrado e malattie. La nostalgia per quel mondo perduto si mescola alla consapevolezza che un ritorno alla vita contadina non è possibile. Anche il rapporto con la politica e il sindacato è ambivalente. Il protagonista partecipa alle lotte operaie, con disincanto, vedendo come i sindacalisti siano spesso più interessati alle loro carriere che alla reale difesa degli operai. Le manifestazioni si trasformano in occasioni per qualcuno di andare a prostitute o fare piccoli affari loschi nei mercati clandestini. La politica, soprattutto quella del governo democristiano, è vista con rabbia e disgusto. Per il protagonista non è altro che un sistema corrotto che sfrutta e inganna i lavoratori. Anche la religione viene criticata, con i cattolici praticanti descritti come ipocriti, pronti a predicare valori morali mentre accettano passivamente lo sfruttamento e la distruzione del territorio. Il sesso ha un ruolo importante nel romanzo, rappresentato sia come un desiderio naturale e gioioso, sia come una valvola di sfogo per la frustrazione operaia. L’ossessione sessuale dei lavoratori si manifesta nella pornografia attaccata agli armadietti e nelle battute volgari nei bagni ma anche nel ricordo di un’educazione sentimentale vissuta nella libertà della campagna, quando il protagonista bambino dormiva con la zia e osservava con fascinazione il suo corpo. Il sesso è allo stesso tempo un’illusione di libertà e una nuova forma di alienazione perché spesso si riduce a un bisogno meccanico, svuotato di affetto e significato. L’opera si distingue per il linguaggio crudo e diretto che mescola italiano, dialetto pugliese e gergo operaio. Il tono oscilla tra il lirismo della memoria e la brutalità della realtà quotidiana, tra momenti di poesia e improvvisi scatti d’ira. Di Ciaula non costruisce un racconto lineare perché sceglie di procedere per frammenti, episodi che si susseguono senza una trama precisa, restituendo così la discontinuità e l’assurdità della vita operaia. Il finale non offre una soluzione, né una speranza concreta. Il protagonista continua a vivere nella sua alienazione, schiacciato da un sistema che non lascia vie di fuga. L’unica ribellione possibile è quella individuale, fatta di piccoli gesti di resistenza, come piantare tondini di ferro nella terra fuori dalla fabbrica, in un gesto quasi simbolico di restituzione alla natura di ciò che la fabbrica ha trasformato in merce. Tuttavia il mondo industriale, con le sue logiche inesorabili, sembra destinato a prevalere, lasciando il protagonista con un senso di impotenza e rabbia, prigioniero di una vita che non gli appartiene più. Il secondo libro che analizziamo si intitola Il pane e le rose. Antologia di racconti working class e raccoglie i testi premiati nella prima e seconda edizione del festival della letteratura working class in Italia svoltosi grazie alla lotta degli operai dell’ex GKN di Campi Bisenzio. La raccolta si apre con la vincitrice dell’edizione 2022, Anna Bertozzi, e il suo racconto Agrumi marci, mani stanche in cui viene narrata la storia di una giovane italiana emigrata in Australia per lavorare in una fabbrica di agrumi. Si tratta di un lavoro monotono e usurante fatto di turni senza fine, condizioni igieniche precarie, la costante paure dei possibili infortuni e l’isolamento dai colleghi. La protagonista è costretta ad accettare queste terribili condizioni di lavoro per mantenere il proprio visto lavorativo ma lentamente il lavoro erode il suo corpo e la sua dignità. Una brutta infezione alla mano la porta in ospedale, dove si scopre sola e vulnerabile. Il racconto si focalizza molto sulla brutalità del lavoro migrante, l’assenza di protezione per questa categoria di lavoratori e ovviamente la disumanizzazione del sistema produttivo. Il secondo classificato del 2022 è Francesco Nasi con Psico-Terapia che racconta le vicende di un giovane laureato che ha interiorizzato l’ossessione della performance del successo. Il testo si sviluppa attraverso una seduta di psicoterapia immaginaria che vede il protagonista dialogare con due voci interne. La prima lo spinge verso il continuo miglioramento mentre la seconda lo umilia perché non è abbastanza competitivo. Si tratta di un confronto che svela il disagio interiore vissuto da chi è costretto alla precarietà lavorativa e tutta la pressione psicologica esercitata dal capitalismo sui giovani, costretti a vivere una vita trasformata in una corsa senza tregua per restare al passo. Al terzo posto troviamo due racconti a pari merito. Il primo è di Matteo Ciolli e si intitola Ambrogio: numero matricola 108712 ed è un racconto ironico e distaccato che ruota attorno alle vicende di Ambrogio, un robot tagliaerba in servizio presso una fabbrica. L’androide osserva gli operai intorno a lui e li descrive come ingranaggi di un sistema alienante. Il racconto fa emergere un contrasto netto tra automazione e lavoro umano, suggerendo che entrambi sono strumenti senza autonomia. Il tono del racconto cambia nel momento in cui la fabbrica viene chiusa a causa di una delocalizzazione. In quel momento gli operai si ribellano e occupano l’impresa, trasformando la lotta in un atto di autodeterminazione. Ambrogio continua a svolgere i propri compiti ma il contesto attorno a lui è molto cambiato grazie al potere della coscienza collettiva dei lavoratori che si è opposta alla disumanizzazione del lavoro. L’altro racconto, Tempo indeterminato, è di Greta Joyce Fossati e si presenta come una lettera indirizzata a Sandro Pertini, visto come un simbolo di giustizia sociale. La protagonista scrive del suo percorso lavorativo contraddistinto dalla precarietà degli stage e dalla disillusione derivante da un impiego senza diritti. La sua carriera lavorativa inizia come stagista in una redazione per poi svolgere le mansioni più disparate: dal servizio civile al lavoro in un’agenzia immobiliare. Le prospettive future sono inesistenti mentre deve sopportare molestie sul lavoro e costanti pressioni per essere produttiva. Il testo mette in evidenza il contrasto tra le ambizioni giovanili e la realtà di un mercato del lavoro precario. Il tutto viene narrato con un tono malinconico e a tratti rabbioso per esprimere la frustrazione di una generazione che lotta per conquistare il proprio futuro ogni giorno. Il vincitore dell’edizione 2023, invece, è stato Marco Pagli con Deserto, un testo che affronta il tema dell’abbandono e della solitudine attraverso una narrazione metaforica. Il protagonista del racconto si muove in un paesaggio desolato come la condizione di chi è escluso dal mondo del lavoro e dalla società, scena che richiegga una frase dell’economista Joan Robinson “c’è una cosa peggiore di essere sfruttati, non esserlo”. L’assenza di riferimenti concreti rende la storia universale, evocando il senso di smarrimento di chi si trova senza prospettive. Poi trova spazio il racconto di Fabio Banfo La vacca di neve che si sofferma sulle condizioni di lavoro nel settore agricolo fatto di durezza, fatica fisica e dipendenza economica con un tono che alterna ironia e amarezza. Chiude l’edizione 2023 Alessio Morelli con Cronistoria del tempo libero dove prende corpo l’idea di un futuro dove il lavoro è stato abolito portando l’umanità ad una crisi d’identità. Il testo è costruito come una serie di frammenti temporali che hanno lo scopo di mostrare come l’essere umano fatichi a concepire la propria esistenza fuori dall’imperativo della produttività. Morelli vuole far riflettere su come il capitalismo abbia condizionato la percezione del sé e del tempo. Più recentemente Edizioni Alegre ha pubblicato i testi di letteratura working class Malesangue di Raffaele Cataldi e Risto Reich. Il lavoro del cameriere di Luigi Chiarella. Il primo libro è il racconto di una vita operaia segnata dalla fabbrica, dalla militanza sindacale e politica, dalla passione per il calcio e dalla consapevolezza di appartenere a una città sacrificata in nome della produzione industriale. Il protagonista, nato a Taranto nel 1970, cresce in una famiglia operaia. Il padre, Cesare, camionista e sindacalista della Fiom, trasmette ai figli una cultura politica fatta di rigore e onestà ma anche di una certa disillusione rispetto ai meccanismi clientelari che regolano l’accesso al lavoro. L’infanzia e l’adolescenza si svolgono tra il quartiere popolare della Salinella e il sogno di un futuro diverso che però si infrange contro la realtà del ricatto occupazionale. L’ingresso in fabbrica avviene nel 1997, dopo il servizio militare, grazie alla segnalazione di una cognata che lavora negli uffici amministrativi dell’Ilva di Taranto. L’autore racconta la sensazione contrastante di aver ottenuto un posto fisso tanto ambito e al tempo stesso di essere entrato in un sistema oppressivo. Il primo impatto con il lavoro è segnato dalla scoperta della rigidità gerarchica e della pericolosità degli impianti. Gli anni in fabbrica sono scanditi dal passaggio in vari reparti: Tubificio Longitudinale 2, Laboratorio Materie Prime, MAN-RIV e Laboratorio Prove Tecnologiche (LAB/PTM), dove svolge mansioni di meccanico, elettricista e di analisi sui materiali impiegati nella produzione dell’acciaio. Qui sperimenta sulla propria pelle gli effetti delle sostanze tossiche, soffrendo di reazioni allergiche e problemi respiratori. Il racconto dell’esperienza operaia si alterna a quello della presa di coscienza politica. Nel 2007 partecipa alla nascita del Comitato dei Lavoratori in Lotta, a seguito di duri contrasti con la Fiom di cui faceva parte, ma la vera svolta arriva nel 2012, quando la magistratura interviene sull’Ilva con un’ordinanza di sequestro per disastro ambientale. Il governo, invece di chiudere la fabbrica, sceglie di garantirne la continuità produttiva con provvedimenti d’urgenza. In risposta, il 2 agosto 2012 nasce il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, di cui l’autore fa parte. La narrazione si fa più intensa nel racconto degli incidenti sul lavoro e delle morti operaie, tra cui quella di Francesco Zaccaria, precipitato in mare con la sua gru durante un tornado nel 2012. La gestione aziendale è descritta come spietata, priva di scrupoli, con lavoratori costretti a operare in condizioni estreme. La paura della ritorsione è diffusa però la lotta del Comitato porta a una nuova consapevolezza collettiva. Cataldi affronta anche il tema del tradimento politico, in particolare quello del Movimento 5 Stelle, che in campagna elettorale aveva promesso la chiusura dell’Ilva ma, una volta al governo, ha abbandonato questa posizione. Accanto alla dimensione operaia e politica, Malesangue racconta il legame con la famiglia e con Taranto. Il rapporto con il padre è segnato dalla distanza e dall’ammirazione per la sua integrità morale mentre la moglie Cinzia e il figlio Mattia rappresentano il nucleo affettivo che lo tiene ancorato alla realtà. La partenza di Mattia per l’estero, in cerca di migliori opportunità lavorative, è vissuta con dolore, come l’ennesima dimostrazione che Taranto è una città che non offre futuro ai suoi giovani. Un altro tema ricorrente è il calcio, vissuto sia come passione personale che come esperienza comunitaria. Dall’infanzia passata a giocare per strada alla carriera di allenatore di portieri, fino alla militanza ultras con i Taranto Supporters, il calcio è un elemento identitario che si intreccia con la politica e la lotta sociale. La descrizione delle trasferte, delle partite memorabili e delle delusioni sportive riflette l’attaccamento a una città che si identifica con la sua squadra, nonostante i fallimenti e le ingiustizie subite. Il libro si chiude con una riflessione sulla necessità di continuare a lottare per una trasformazione radicale della città. Il malesangue del titolo non è solo la malattia fisica causata dall’inquinamento perché è la rabbia per un destino imposto, per le promesse tradite e per la violenza di un sistema che schiaccia la dignità dei lavoratori. L’unico antidoto è l’organizzazione collettiva e la resistenza, per costruire un’alternativa che non sia più fondata sul ricatto tra salute e lavoro. Per quanto riguarda il secondo libro, Risto Reich. Il lavoro del cameriere, esplora con un realismo crudo il mondo della ristorazione e le condizioni di vita e di lavoro dei camerieri, intrecciando memoria storica, critica sociale e una narrazione in prima persona che si sviluppa attraverso cinque movimenti e una coda finale. L’opera segue il protagonista, un lavoratore precario che si sposta dall’Italia all’Austria in cerca di stabilità, solo per ritrovarsi intrappolato in un sistema che sfrutta il lavoro dei migranti e impone ritmi estenuanti senza alcun rispetto per la dignità umana. Il romanzo si apre con il Preludio, un monologo interiore che introduce il lettore alla condizione psicologica del protagonista, licenziatosi per esasperazione dal ristorante in cui lavorava. L’incipit è una riflessione sull’oppressione quotidiana subita dai lavoratori del settore e sulla loro funzione all’interno di un ingranaggio economico che non li considera esseri umani ma semplici strumenti per generare profitto. La città di Vienna viene descritta attraverso il suo paesaggio urbano e sociale, con un particolare focus sulla Spritzgasse, strada simbolo del consumo di massa e della ciclicità del denaro e della fatica. L’atmosfera è soffocante e il protagonista esprime con linguaggio diretto e sprezzante il proprio rifiuto delle gerarchie imposte dal mondo del lavoro. Nel Primo Movimento viene raccontata la decisione di lasciare l’Italia e trasferirsi a Vienna. L’elemento del viaggio è centrale sia in senso geografico che esistenziale perché il protagonista si trova a dover ricostruire la propria vita in un paese di cui non conosce la lingua, costretto ad affrontare la burocrazia, la diffidenza e il razzismo latente che permea le società occidentali. Il racconto della frontiera introduce un sottotesto politico forte, suggerendo un parallelo tra la sua esperienza di emigrante e quella di migranti provenienti da contesti più drammatici. Il controllo della polizia al confine e l’atteggiamento delle autorità rafforzano il tema della sorveglianza e della repressione di chi cerca una vita migliore. Nel Secondo Movimento, il protagonista entra nel mercato del lavoro viennese e trova impiego nella ristorazione, inizialmente in locali gestiti da italiani. Attraverso una serie di esperienze negative e umilianti, scopre che i ristoranti sono sia luoghi di socialità che di oppressione e sfruttamento. I proprietari italiani, spesso ex lavoratori trasformati in piccoli imprenditori, replicano le stesse dinamiche di sfruttamento che probabilmente hanno subito in passato. Il linguaggio si fa sempre più incisivo nel descrivere le condizioni lavorative: turni infiniti, orari flessibili solo a vantaggio dei datori di lavoro, paghe basse e umiliazioni quotidiane. Qui emerge con forza il conflitto di classe, espresso in modo esplicito dal protagonista, che inizia a maturare una coscienza sempre più radicale. La tensione cresce nel confronto con i datori di lavoro che cercano di far passare la precarietà come una condizione naturale e inevitabile. Nel Terzo Movimento l’elemento storico si intreccia alla narrazione personale. Il protagonista si interroga sulle tracce del passato nella città di Vienna, facendo riferimento al pogrom del 1938 e alla presenza della violenza nella memoria collettiva. La storia viene utilizzata come strumento per comprendere meglio il presente: così come il regime nazista aveva cercato di cancellare la presenza ebraica dalla città, oggi il capitalismo neoliberista impone un nuovo tipo di epurazione, non su base etnica ma su base economica e sociale. La precarietà viene raccontata come un meccanismo di controllo, una forma moderna di oppressione che costringe le persone a una perenne instabilità. Il protagonista si scontra con la realtà del mercato del lavoro, dove anche i contratti regolari non garantiscono sicurezza e inizia a sviluppare strategie di resistenza, anche solo attraverso piccoli atti di sabotaggio o di non collaborazione. Nel Quarto Movimento l’attenzione si sposta sul ristorante in cui lavora stabilmente, un luogo che diventa una microcosmo delle dinamiche di potere e sottomissione che regolano l’intero sistema economico. Qui si approfondisce la figura della proprietaria, Nicoletta, e del direttore, entrambi rappresentanti di un capitalismo spietato, ma in modi diversi: Nicoletta incarna un’imprenditoria cinica e manipolatrice mentre il direttore si atteggia a leader carismatico pur essendo anch’egli schiavo del sistema. Il protagonista osserva il loro modo di gestire il locale, le strategie di controllo sui dipendenti e le ipocrisie che permeano l’ambiente. Emergono anche i rapporti tra i lavoratori fatti di solidarietà tra alcuni camerieri e cuochi ma anche competizione, diffidenza e sottomissione. Il linguaggio del romanzo diventa sempre più visionario e il protagonista inizia a immaginare scenari di rivolta, incendi simbolici che distruggano la macchina dello sfruttamento. Nel Quinto Movimento la narrazione raggiunge il suo apice drammatico. Il protagonista prende sempre più coscienza della sua posizione all’interno del sistema e si avvicina alla decisione di andarsene. I rapporti con i superiori si fanno più tesi, il malcontento cresce e il desiderio di sabotaggio si fa più concreto. Il linguaggio si alterna tra registri realistici e momenti di grande intensità visionaria, in cui il protagonista immagina la Spritzgasse in fiamme e lui che osserva lo spettacolo con distacco. L’oppressione è totale e la fuga diventa l’unica soluzione possibile. La Coda finale chiude il romanzo con una riflessione sulla condizione del lavoratore precario e sulla necessità di immaginare un futuro alternativo. Il protagonista si è liberato di un lavoro alienante ma la precarietà non è scomparsa. Rimane la consapevolezza di far parte di una classe oppressa e la volontà di non accettare passivamente la propria condizione. La tensione tra sottomissione e ribellione resta irrisolta, lasciando aperta la possibilità di una lotta futura. Luigi Chiarella costruisce un romanzo che non si limita a raccontare le difficoltà del lavoro nella ristorazione perché lo trasforma in una metafora più ampia della precarietà esistenziale nel capitalismo contemporaneo. Il protagonista è un personaggio profondamente politico che si muove in un mondo ostile con la consapevolezza di essere solo un ingranaggio con il desiderio costante, però, di inceppare il meccanismo. L’uso della prima persona e del linguaggio colloquiale rende la narrazione diretta e coinvolgente mentre i riferimenti culturali e storici arricchiscono il testo di molteplici livelli di lettura. L’ultimo testo che vogliamo analizzare è La fabbrica dei sogni di Valentina Baronti, un romanzo che si sviluppa attorno alla figura di Agata, una donna costretta a fare i conti con la propria storia familiare e politica nel momento in cui entra in contatto con la lotta degli operai dell’ex GKN di Campi Bisenzio. Il libro si apre con il ricordo della nonna, una contadina che ha vissuto una vita di sacrifici imposti dalla società patriarcale e da un sistema di mezzadria che schiacciava le donne sotto il peso del lavoro e delle aspettative sociali. La nonna, costretta a sposarsi per necessità economica e familiare, diventa il simbolo di una generazione che ha subito passivamente un destino deciso da altri. Tuttavia, nei momenti di intimità con la nipote, emerge la consapevolezza della propria oppressione e della voglia inconfessata di qualcosa di diverso, mai realizzatosi. Agata rievoca la figura della nonna con un misto di affetto e tristezza, riconoscendo in lei una vita segnata da privazioni e dal mancato riconoscimento di un’alternativa. Accanto alla nonna si staglia la figura del padre, un operaio comunista che ha vissuto le grandi speranze e le cocenti delusioni del movimento operaio del Novecento. Rappresenta un ideale politico vissuto in prima persona, partecipando attivamente agli scioperi e credendo nella possibilità di trasformare il mondo attraverso il sindacato e il partito ma la cui traiettoria è segnata da continue disillusioni: l’invasione sovietica di Praga, il compromesso storico, la marcia dei quarantamila, la caduta dell’Unione Sovietica. Il colpo più duro arriva con la cancellazione della scala mobile che percepisce come un vero e proprio tradimento della sua classe sociale. Il padre diventa così una figura tragica, consapevole della sconfitta ma incapace di rinunciare completamente a ciò in cui ha creduto. La sua morte segna una frattura profonda per Agata che da quel momento si sente orfana del padre e di un’intera visione del mondo. Il racconto subisce una svolta nel momento in cui viene a conoscenza della vicenda della GKN, la fabbrica di Campi Bisenzio che nel luglio 2021 subisce un licenziamento collettivo di 500 operai tramite una semplice email inviata dal fondo finanziario Melrose. La protagonista, inizialmente estranea a quel mondo, si avvicina con curiosità e scetticismo. Le prime immagini dello sciopero, con le bandiere rosse e la folla compatta, rievocano in lei una memoria confusa, un senso di appartenenza mai del tutto elaborato. All’inizio la sua partecipazione è incerta, dominata dall’insicurezza e dalla paura di non avere un ruolo attivo. Tuttavia, quando decide di recarsi fisicamente al presidio della fabbrica, si trova di fronte a una realtà inaspettata: un’organizzazione operaia coesa, determinata, capace di analizzare le dinamiche economiche con lucidità e di articolare una lotta che va oltre la difesa dei posti di lavoro. Uno dei personaggi chiave nell’avvicinamento di Agata alla fabbrica è Lorenzo, un operaio taciturno ma dalla grande intelligenza politica. Lorenzo incarna la consapevolezza maturata dentro la fabbrica, la capacità di leggere il contesto economico e politico non attraverso teorie astratte bensì grazie all’esperienza diretta. Il suo passato è segnato da un’infanzia difficile, dal lavoro precoce e da una formazione operaia che gli ha permesso di sviluppare una coscienza di classe solida e non retorica. Agata è attratta da lui, sia fisicamente che intellettualmente. La sua figura le appare come la sintesi di una saggezza operaia che le manca, di una pratica della lotta che lei ha solo sfiorato nella sua militanza giovanile. Parallelamente alla relazione con Lorenzo, Agata inizia a immergersi nella storia del movimento operaio, leggendo libri e documentandosi sulle lotte sindacali. La sua formazione intellettuale, fino a quel momento molto astratta, si concretizza nel contatto diretto con gli operai della GKN. Attraverso le assemblee, le discussioni e le strategie di lotta, la protagonista riscopre il valore della comunità e della solidarietà, elementi che aveva smarrito negli anni della precarietà e della frammentazione sociale. Il collettivo di fabbrica, con la sua organizzazione autonoma e la capacità di coinvolgere studenti, centri sociali e altri lavoratori in lotta, rappresenta per Agata una risposta concreta all’individualismo e alla rassegnazione che avevano caratterizzato il mondo del lavoro negli ultimi decenni. Nel corso del romanzo la fabbrica assume un duplice significato perché è sia il luogo dello sfruttamento, della violenza del capitale che può distruggere in un istante decenni di storia industriale e di vita operaia che lo spazio della resistenza, della possibilità di immaginare un’alternativa. La lotta della GKN, oltre alla difesa del posto di lavoro, vuole diventare il simbolo di una battaglia più ampia contro il modello economico dominante. Gli operai non chiedono semplicemente di riaprire la fabbrica e avanzano proposte di reindustrializzazione dal basso, dimostrando che un’alternativa è possibile. L’ultima parte del romanzo è segnata dalla progressiva radicalizzazione della lotta, con il presidio che diventa un laboratorio di idee e di pratiche politiche. Le difficoltà però aumentano visto che il governo e le istituzioni locali mostrano la loro complicità con i licenziamenti mentre i media cercano di spegnere l’attenzione sulla vertenza. Agata, ormai completamente coinvolta, sperimenta sulla propria pelle il senso di frustrazione e impotenza che caratterizza molte lotte operaie e al tempo stesso trova in quell’esperienza una nuova ragione di vita. La sua relazione con Lorenzo, fatta di attrazione e distanza, rispecchia il suo stesso percorso: l’incontro con il mondo operaio è per lei affascinante e necessario ma anche carico di insicurezze e paure. Il romanzo si chiude senza una vera e propria conclusione definitiva perché la lotta è ancora aperta. Agata, però, ha ormai trovato il suo posto, non più spettatrice, non più nostalgica di un passato perduto bensì parte di un movimento vivo, in grado di trasformare il dolore in azione collettiva. La fabbrica dei sogni è quella reale di Campi Bisenzio e soprattutto un’idea, un progetto, una visione di futuro che si costruisce giorno per giorno nella pratica della lotta. Il testo di Valentina Baronti si distingue per la sua capacità di fondere dimensione personale e collettiva, restituendo con una prosa intensa e coinvolgente la realtà della lotta operaia contemporanea. La narrazione è costruita su un continuo gioco di rimandi tra passato e presente, tra memoria familiare e realtà sociale, tra teoria politica e pratica concreta. La scrittura, evocativa e a tratti poetica, si alterna a momenti di realismo crudo, rendendo il romanzo un manifesto della possibilità di riscatto attraverso la lotta collettiva. Chiudiamo questo saggio riprendendo l’intervento di chiusura di Dario Salvetti, uno dei protagonisti della vertenza dell’ex GKN, al primo festival di letteratura working class dal titolo La capacità di narrare è la capacità di lottare in cui viene sviluppata una riflessione profonda e articolata che parte da un sentimento di lutto e frustrazione per la perdita di una storia collettiva, quella dei lavoratori della GKN, e si sviluppa in una critica radicale al sistema capitalistico e alla sua capacità di disgregare le comunità lavorative. Questo lutto, che si rinnova quotidianamente, nasce dalla consapevolezza che molte storie, memorie e tradizioni orali rischiano di andare perdute a causa delle politiche aziendali che precarizzano, frammentano e rendono licenziabili i lavoratori, spezzando i legami sociali e la trasmissione di conoscenze. La narrazione orale, che era un elemento centrale della vita in fabbrica, rischia di scomparire, e con essa la capacità di lottare per i propri diritti perché la capacità di narrare e quella di resistere sono intrinsecamente connesse. Senza una storia condivisa, diventa più difficile organizzarsi e rivendicare ciò che spetta di diritto. La GKN, come altre fabbriche, era un luogo di creatività, socialità e trasmissione di competenze tecniche. Si racconta di aneddoti goliardici, come le carbonare fatte sui trattamenti termici o le partite a pallone durante il turno notturno, momenti che non erano solo svago ma servivano a costruire un senso di comunità e a tramandare conoscenze. I lavoratori si rispettavano l’un l’altro, lasciando le macchine in ordine per chi arrivava nel turno successivo, in un’ottica di solidarietà e condivisione. Questa socialità rendeva la fabbrica un luogo più umano e funzionale però negli anni questi spazi si sono ridotti, sostituiti da una logica di controllo e alienazione. La fabbrica, spesso nascosta nel tessuto urbano, diventa un luogo di alienazione, dove il tempo di lavoro è sottratto alla vita e dove i lavoratori sono ridotti a meri esecutori, privati della loro identità e del loro orgoglio. Un esempio emblematico di questa disgregazione è la sostituzione delle tute blu, simbolo di appartenenza e dignità, con tute bianche. La scelta, apparentemente irrazionale in un ambiente metalmeccanico, aveva un obiettivo preciso: indebolire psicologicamente i lavoratori, privandoli di un simbolo identitario. La tuta bianca, inadatta e costantemente sporca, diventava un mezzo per far sentire i lavoratori a disagio, annullando il loro orgoglio e il senso di appartenenza a una comunità. Questo tentativo di cancellare l’identità collettiva si accompagna a una gestione del tempo di lavoro oppressiva, con un’ossessione per il controllo delle pause e una totale indifferenza verso gli sprechi e le inefficienze del sistema produttivo. Ad esempio, in un controllo di 24 ore, sono stati riscontrati 150 minuti di fermo macchina, un’enormità che dimostra come il tempo dei lavoratori sia considerato solo in termini di controllo e sfruttamento, senza alcuna attenzione per il benessere o la qualità della vita. La lotta alla GKN, però, non si limita alla rivendicazione di salari o condizioni di lavoro migliori, perché si estende alla difesa di un’idea di vita che vada oltre la logica del consumo e dell’alienazione. I lavoratori si riconoscono come parte di un movimento più ampio, in convergenza con le lotte ambientaliste, femministe e sociali, visto che il loro obiettivo ultimo è la liberazione del tempo e degli spazi di vita. La narrazione diventa uno strumento fondamentale per costruire una coscienza collettiva e per rivendicare il valore del tempo e della vita stessa. L’esperienza dell’assemblea permanente rappresenta un elemento innovativo e potente che ha permesso ai lavoratori di riappropriarsi della loro voce e di costruire una narrazione autonoma individuale e collettiva al tempo stesso che è una conquista oltre la semplice descrizione dei fatti: è un atto di resistenza e di liberazione capace di unire i dettagli della vita quotidiana in fabbrica ai grandi temi storici della classe operaia e dei movimenti sociali. Il percorso di lotta non è privo di contraddizioni e difficoltà. La disgregazione del vecchio mondo lascia spazio a incertezze e traumi psicologici mentre il nuovo mondo è ancora lontano. L’esperienza dell’assemblea permanente, pur essendo un elemento innovativo, richiede un’autodisciplina e una cura dei dettagli che non sempre è facile mantenere. La lotta, quindi, è tanto una questione economica quanto una questione culturale e identitaria che coinvolge tutti gli aspetti della vita. La narrazione diventa uno strumento di resistenza e di costruzione di un futuro diverso, in cui il lavoro non sia più alienazione ma parte integrante di una vita piena e significativa. La lotta alla GKN è quindi un esempio di come la resistenza possa trasformarsi in un progetto di liberazione che unisce il particolare (i dettagli della vita in fabbrica) all’universale (le grandi battaglie della classe operaia e dei movimenti sociali). Concludiamo invitando i nostri lettori a partecipare al Festival di Letteratura Working Class organizzato dai lavoratori dell’ex GKN a Campi Bisenzio il 4, 5 e 6 aprile 2025.

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